Giorgio Fornoni

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Figlio di una terra dura, ristretta da barriere fisiche e mentali quasi invalicabili, tanto avara quanto bella, terra di boscaioli, di minatori, di emigranti, Giorgio Fornoni porta in sé l’impronta di questi caratteri naturali, sia accondiscendendovi sia ribellandovisi. Egli impersona la proverbiale testardaggine del montanaro, mentre sfugge con l’anima e col corpo la culla protettiva ma di poco orizzonte della valle, per rincorrere le esperienze, le situazioni, i paesaggi più aperti del mondo intero. Moderno Diogene, egli è sempre alla ricerca dell’Uomo, dentro la storia più antica ed ancor più nella sua espressione attuale, quella che nasce dalla sofferenza, dalle prove più ardue.

Giorgio ha lottato con tenacia per studiare e raggiungere la sua professionalità. Nel corso degli anni ha scoperto che togliendosi dalla cornice di casa può liberare maggiormente la sua fantasia e le sue capacità, può cogliere con l’effetto di una lente d’ingrandimento le particolarità dei luoghi e le diversità della gente. È difficile ricordare in breve spazio tutti i personaggi che ha incontrato e tutte le interviste cha ha fatto, alcune delle quali sono state esclusive mondiali. I suoi video reportage hanno via via trovato sempre maggior spazio sulle reti televisive nazionali e internazionali, ma è stato l’incontro del 1999 con Milena Gabanelli di Report, che gli dedicò un’intera serata, a farlo conoscere al grande pubblico. Egli è senz’altro un chiarissimo esempio di quanto possa valere la “passione” nella crescita di un uomo e quali risultati essa possa far raggiungere.

Giorgio è come un fiume che per lungo tempo è stato costretto a scorrere sotterraneo, fin da quando suo padre lo strappò dai missionari che voleva seguire; un fiume che attinge alle sorgenti perenni del desiderio di conoscenza e che, venuto poi a giorno, si è messo a scorrere impetuoso e che fatica ad acquietarsi nella sua maturità: attraversa terre difficili, raccogliendo fertile limo e detriti che porta nel mare della nostra distratta quotidianità.  

Ha frequentato le prime linee delle guerre del mondo ancor prima che vi giungessero i grandi network; ha denunciato traffici illegali, disastri ambientali e le troppe ingiustizie; ha intervistato capi di stato, leader della guerriglia e nobel della pace; ha documentato la lavorazione della coca in Perù, il contrabbando d’oro e diamanti nell’ex Zaire, i brogli elettorali in Angola, fino alla scalata dell’Himalaya. «Tutto questo non per interesse giornalistico - come dice di lui la stessa Gabanelli - ma per documentare le tragedie umane a se stesso»

«La persona che più mi ha colpito - mi disse tempo fa - è stato senz’altro Guayasamin, un pittore di Quito, nell’Ecuador. Dipinge le angosce dell’Uomo. È molto amico di Garcia Marques, di Allende, di Fidel Castro, di Rigoberta Menchù. Lui è un grosso personaggio, io sono insignificante, però in qualche modo cerchiamo le stesse cose».  Se gli si chiede cosa collega le tristi realtà delle guerre dimenticate, che frequenta spesso, con l’Archeologia che pure ama, risponde: «C’è sempre l’Uomo, col suo passato e i suoi valori». E poi, mi piace il fatto che Giorgio non si fermi al buio delle tragedie che affliggono l’umanità, ma si apra alla speranza, fino a giungere in punta di piedi a lanciare uno sguardo ancora più in là. Fino a scoprire l’urgenza di trovare se stesso e riconoscere le motivazioni più profonde del suo pellegrinare nel mondo, specchiandosi negli occhi di tanta umanità.

Ogni traguardo ancora non è meta, ma punto di partenza per una nuova ricerca. Il tempo passa e ogni volta «è l’ultima» – dice – e ogni volta sembrerebbe più difficile sciogliere gli ormeggi che lo legano alla sua Itaca; ma poi Giorgio va, mosso da una sete inesauribile, dal desiderio di incontri  più forte di ogni limite. In fondo questo è amore.

Daniele Ravagnani