Timor Est

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TIMOR INFERNO E PARADISO

di Giorgio Fornoni (Mediterraneo – autunno 1998) Ultima isola dell’arcipelago indonesiano verso oriente, affacciata sulle più lontane realtà etniche e culturali della Nuova Guinea e dell’Australia, l’isola di Timor sembrava dover continuare a vivere fuori del tempo e dal mondo. Fino al 1975, quando i portoghesi che da quattro secoli la occupavano come colonia decisero di abbandonarla al suo destino, la popolazione indigena, circa 600 mila persone, avrebbe voluto festeggiare l’indipendenza. Si trovò invece catapultata in una spirale di violenza e di sangue. Una vera guerra civile tra le diverse fazioni politiche, che ebbe la peggiore delle conclusioni possibili: l’invasione di Timor Est da parte dell’Indonesia e l’integrazione forzata nel suo territorio, decisa nel luglio del 1976. La tragedia non si era ancora conclusa. Da allora l’isola vive sotto assedio militare. Il sogno dell’indipendenza, tuttora vivissimo, si scontra con una repressione spietata. E nella sostanziale indifferenza dei grandi della Terra si è consumato il lento genocidio di 200 mila indigeni, in larga maggioranza cattolici. Unica voce a denunziare il massacro, quella dei religiosi. A cominciare dal vescovo di timor Est, monsignor Carlos Belo, premio Nobel per la pace 1996, diventato il paladino della popolazione civile dell’isola. All’origine della tragedia di Timor Est è il mancato rispetto del suo diritto alla autodeterminazione e all’indipendenza. Un diritto riconosciuto solennemente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite già nel 1975, ma mai seguito da risoluzioni effettive contro l’Indonesia. Non le vollero gli Stati Uniti, che hanno sempre considerato l’Indonesia un loro alleato nello scacchiere asiatico, ma nemmeno l’Australia e il Giappone. Contro un intervento diretto dell’ONU gioca certamente anche la lontananza geografica, l’estremità dell’isola alle vicende del resto del mondo. Ma un peso ben maggiore, nella strategia pomicio-economica internazionale, hanno gli interessi legati al petrolio. Sulla costa meridionale dell’isola e nel mare verso l’Australia sono stati infatti scoperti ricchissimi giacimenti. E la Chiesa appare sempre più sola nella sua battaglia. La Chiesa cattolica di Timor Est si schierò apertamente in favore della popolazione indigena già nel 1981, denunciando il genocidio etnico e culturale perpetrato dall’Indonesia nei sei anni seguiti dall’occupazione militare, col pretesto di neutralizzare la guerriglia armata. Ha difeso i valori della giustizia, della dignità della persona umana, della pace. La battaglia ha fruttato a monsignor Belo l’ambito riconoscimento del Nobel, ma la situazione non è cambiata. Anche se la riconoscenza della popolazione si è espressa con una ancora più decisa propensione nei confronti della fede cattolica lasciata in eredità dai portoghesi. Seguiamo padre Eligio Locatelli, bergamasco, da trent’anni missionario a Timor Est. Per capire qualcosa di più sui delicati intrecci tra religione e guerriglia. Tra queste montagne da cartolina, negli ultimi vent’anni, si è consumata una tragedia che gli storici faticheranno a ricostruire. Una strage silenziosa portata avanti con le incursioni aeree, gli scontri diretti coi guerriglieri, le esecuzioni di massa nei villaggi, le deportazioni. E al conto delle vittime dell’esercito della polizia indonesiana vanno aggiunte altre decine di migliaia di persone fuggite nella foresta e spazzate via dagli stenti e dalla carestia. Il controverso status giuridico di Timor Est non consente infatti l’invio degli aiuti internazionali e la chiesa si trova ancora una volta in prima linea nell’emergenza alimentare. Presso questo cimiteri nei dintorni di Santa Cruz, nel 1991, si svolse uno degli episodi più atroci nella storia di Timor Est. Un pacifico corteo di manifestanti che intendeva rendere omaggio alla tomba di Sebastiao Gomez, un giovane ucciso pochi giorni prima, venne attaccato dalle truppe indonesiane. Fu un autentico massacro: 261 morti, 382 feriti, 250 persone scomparse. Nonostante le prove raccolte e perfino la documentazione filmata dell’eccidio, fino ad oggi non c’è stato nessun processo, nessun chiarimento, nessuna spiegazione ufficiale di quanto accaduto. Come per altre decine di episodi analoghi, che hanno portato allo stremo la resistenza della popolazione indigena. Ma che pure non sono riusciti a spezzare la volontà della lotta armata… Per diversi giorni abbiamo seguito monsignor Belo nelle sue visite pastorali nella regione di Ermera. Ovunque la stessa entusiastica accoglienza, il caldo abbraccio della popolazione civile di Timor Est. Non è solo un capo religioso, la principale autorità della Chiesa nella regione. E’ anche un leader, un capo carismatico cui affidare tutta la propria speranza di sopravvivere. Le barche dei pescatori affrontano ogni giorno le grandi onde dell’Oceano indiano, per strappare un magro bottino ad un mare tanto bello da vedersi quanto avaro di risorse. Sembra quasi una metafora del destino di quest’isola. Sospesa fra inferno e paradiso, collocata in un Eden tropicale e piombata di colpo da una sonnacchiosa dominazione coloniale alle laceranti tensioni e alla brutalità del mondo moderno. Giunta forse impreparata allo storico appuntamento con l’indipendenza, incapace d’imporsi ai giganti che aveva vicino e poi lasciata sola, ostaggio d’interessi troppo potenti per riconoscere un diritto fondamentale ma anche così poco garantito alle minoranze: quello di esistere. Nelle note struggenti del fado portoghese vola la nostalgia degli abitanti di Timor, ma anche l’ultima speranza di un futuro migliore… INTERVISTA A MONSIGNOR BELO Ho incontrato Monsignor Belo nell’episcopio e poi nei villaggi, tra la sua gente. Tra una corsa e l’altra gli ho posto delle domande e lui mi ha risposto. Giorgio Fornoni. Lei, Monsignor Belo, è NOBEL per la pace 1996. Il mondo ora ascolta la sua voce: cosa ha da dire a favore della sua gente? Carlos Belo. Dico quello che ho detto sempre, il popolo di Timor vuole la pace, la giustizia, il rispetto per la sua dignità, per una dignità umana e per i suoi valori culturali, etnici e religiosi. Soprattutto la pace per la sua gente, per le famiglie e per i giovani. Da quando Lei ha ricevuto il premio Nobel a Timor la situazione è cambiata? La sua voce in nome dei timoresi è ascoltata ora dagli organismi internazionali? Il popolo ha gioito per questa concessione del premio, però sfortunatamente a livello interno nulla è cambiato; al contrario quando i giovani gridano: "Viva obispo Belo”, “Viva nobel de paz”, alcuni sono interrogati, arrestati ed a volte anche torturati dai militari e dai servizi segreti. Invece a livello internazionale c'è una maggiore presa di coscienza del problema di Timor; la gente sa di più: dov'è Timor e il perchè di questo suo problema. Lei, Eccellenza, dalla sua gente è ritenuto un leader: non solo capo religioso, ma uomo indispensabile alla guida della nazione. Come si vede in questo ruolo? Io direi che non sono un leader politico; sono un vescovo; sono un sacerdote e cerco di lavorare per la salvezza delle anime, per salvare il popolo difendendo la sua dignità, i suoi diritti umani e la giustizia sociale. Cerco di lavorare per la pace e la riconciliazione di tutti i timoresi. Che sforzi sta facendo e quali speranze ha per la risoluzione del problema Timor, quella della autodeterminazione o dell'indipendenza? Come Chiesa non parliamo apertamente di indipendenza o di autodeterminazione; questo lo devono dire i laici. Noi come loro lavoriamo soprattutto per il benessere del popolo, per il bene comune del popolo di Timor, per i suoi valori, per la sua identità religiosa, storica, culturale, etnica. Questo è importante: soprattutto salvaguardare i diritti comuni del popolo. Nell'89 Lei ha mandato all'ONU una comunicazione che diceva: "stiamo morendo in quanto popolo ed in quanto nazione"; come è la situazione ora? Credo che sia la stessa situazione dell''89. Man mano che andiamo avanti stiamo morendo di fatto a livello culturale, perchè la lingua locale non si insegna nelle scuole e invece si insegna la lingua indonesiana e poi, con l'introduzione dei mass-media, con l'indottrinamento dell'ideologia di stato, il popolo di Timor va perdendo la sua identità. Come vede la vita cattolica del popolo di Timor? C'è risposta della gente alla chiamata della fede? C'è stata veramente una conversione di massa in questi ultimi anni. Vedo che il popolo di Timor ha risposto a questa chiamata di Dio verso il cattolicesimo; perciò oggi in due diocesi, quelle di Dili e Baucau, abbiamo una popolazione cattolica di 735.000 abitanti; essa, rappresenta l' 85% della popolazione indigena. Crede che la Chiesa contribuisca allo sviluppo e alla crescita sociale del popolo di Timor? Credo di sì, perchè con il nostro lavoro manteniamo l'unità tra il popolo. Con i nostri mezzi, anche se poveri, lavoriamo per l'educazione della gioventù e predichiamo i valori della pace, della riconciliazione, della dignità della persona umana. Parliamo anche della dignità del popolo timorese, del diritto che esso ha di esistere come tale. Ritiene che sia grave il problema della disoccupazione giovanile in Timor? Che soluzione suggerirebbe perchè ci fossero più posti di lavoro? Questo è un grosso problema, perchè la maggior percentuale della popolazione di Timor è giovane. Inoltre in questi ultimi anni sono sorte tante scuole: licei, scuole specializzate…, però dall'altra parte sfortunatamente non c'è industria, perciò non abbiamo posti di lavoro. Noi cerchiamo di far entrare nella mentalità soprattutto dei giovani l'idea di ritornare ai paesi per dedicarsi all'agricoltura, perchè almeno in questo settore c'è sviluppo; ma la gente quando ha acquisito una specializzazione scolastica non vuole più lavorare la terra. D'altra parte i Salesiani mantengono una scuola tecnica ed una scuola agricola, sono impegnati a preparare i giovani per poterli introdurre nella società. Il popolo timorese ha delle menti, dei leaders? Ha delle potenzialità per governare, per dirigere la gente? Sì. Lei vede che adesso in Timor ci sono tredici distretti: dieci capi di distretto sono timoresi. Essi sono dei politici e perciò credo che ci siano leader politici timoresi. Il problema è che questi leader sono divisi tra loro. Politicamente e culturalmente il popolo di Timor è corpo estraneo all'Indonesia, è quindi giusto lottare per la sua indipendenza? Non è del tutto estraneo, perchè siamo tutti di razza Malaya. Ci sono aspetti culturali simili, però devo sottolineare che il popolo di Timor è stato colonizzato dai Portoghesi, invece l'Indonesia e tutte le altre province sono state colonie olandesi; perciò abbiamo un diverso substrato culturale, a livello storico. Per Timor Est si deve avere una soluzione dove il popolo possa percepire e valorizzare questa sua diversità con quello indonesiano. Sappiamo, Eccellenza, che Lei ha denunciato le ingiustizie dei militari indonesiani; quali torture, sparizioni ed uccisioni. Pensa che la situazione ora sia cambiata? Crede pesante la pressione militare indonesiana sull'isola? Purtroppo la situazione non è cambiata. In questa settimana sono andato a visitare alcune parrocchie e stazioni missionarie nell'area di Ermera. Ogni giorno ho sentito lamentele della popolazione che parlano di arresti , di torture di sparizioni di gente. Da tutto questo emerge che gli abusi contro i diritti umani continuano a Timor e noi non sappiamo cosa fare per farli cessare e come finirà questo. Vuole aggiungere qualcosa oltre a quello che è stato in precedenza chiesto? Vorrei aggiungere soprattutto qualcosa sul clima di tranquillità che le famiglie dei giovani non hanno durante la notte. Come si sa sono tanti i battaglioni delle truppe indonesiane e dei servizi segreti che circolano nei villaggi. Come si sa la notte la gente non va in giro ed in alcuni paesi più isolati i soldati ed i servizi segreti entrano nelle case a cercare i giovani, quei giovani che loro considerano della rete clandestina, cioè quelli che appoggiano l'indipendenza. In tanti paesi le famiglie hanno paura delle visite notturne dei servizi segreti. Questo è un problema che noi abbiamo ogni giorno. E poi i giovani non possono dimostrare con tranquillità; non abbiamo quel clima di libertà che servirebbe per poter esprimere le nostre idee, per poter dire le nostre opinioni, perchè ad ogni dimostrazione e manifestazione che i giovani fanno nella piazza pubblica subito seguono arresti e interrogatori alla gente e, come conseguenza, alcuni giovani vengono imprigionati a causa della manifestazione politica che hanno fatto. Un altro problema ancora è quello dei prigionieri che non hanno avvocati di difesa. Solamente che gridino "viva Timor Est, viva indipendenza", talvolta sono condannati a due o quattro anni di prigione. Chiediamo ai giudici internazionali di esprimersi su questo fatto dei prigionieri, della gente che lotta e che aspira ai suoi diritti. Un terzo problema che noi abbiamo è quello della trasmigrazione massiccia della popolazione di Giava; stanno occupando i terreni più fertili della costa Sud di Timor. Il governo, soprattutto i militari, stanno facendo un riassetto della popolazione a vantaggio della parte giavanese, che aumenta di numero rispetto alla nostra. Se noi andiamo nella città di Dili, la maggioranza dei passanti ha caratteri somatici giavanesi; già ora ci sono più giavanesi che timoresi nella città di Dili. E' un problema etnico, diciamo così, che noi abbiamo adesso a Timor. Sono questi i problemi. Se il mondo esterno non conosce la Vostra situazione come può darvi aiuto? Per questo io dico che parlare di Timor è anche dovere dei mass media. Chiediamo anche ai governi di parlare di Timor. Chiediamo soprattutto all'Unione Europea, agli Stati Uniti, al Giappone e all'Australia che non vedano solamente i loro interessi economici con l'Indonesia, ma vedano che anche i popoli piccoli hanno diritto di esistere, di essere popoli; perciò non chiediamo a questi governi di interrompere le relazioni diplomatiche e di dichiarare l'embargo, però chiediamo che diano più attenzione ai diritti umani e all'esistenza dei piccoli, piuttosto che fare solo affari con l'Indonesia. Pare che l'ONU sia comunque schierato a favore dell'indipendenza di Timor Est. L'ONU, come ben sapete, sta facendo ora uno sforzo per portare al tavolo del dialogo il governo portoghese ed il governo indonesiano e so che organizzerà anche un incontro, un dialogo tra i timoresi che si farà il mese di ottobre in Australia.