Malawi III

Malawi, Paese di orfani

(di Giorgio Fornoni) Da sempre l’Africa racconta. Da sempre tramanda la sua storia nei racconti degli anziani. Quando all’orizzonte la luna viene a rischiarare la notte, i bagliori delle fiamme fanno rivivere le avventure degli antenati. Le guerre, le migrazioni, la tratta degli schiavi, gli anni della dominazione coloniale, fino a oggi. La storia presente del Malawi, uno tra i paesi più piccoli e poveri dell’Africa australe, è tutta nel lamento infinito dell’anziana che racconta la disperazione senza conforto di chi piange i propri figli. E’ la storia dei piccoli e degli ultimi. La sua nenia non è accompagnata dal tamburo che invita alla danza. Il suo racconto non è una favola o una storia del passato: piange il presente e i giorni a venire. Mponda, il capovillaggio di un’estesa zona all’interno della missione di Balaka, anche oggi rende visita ai suoi sudditi. Solo a lui è permesso di rimuovere la sbarra che chiude ed apre l’ingresso al cimitero. E’ un sacro tabù che nessuno può infrangere. L’accesso al mondo degli spiriti è uno dei poteri che la comunità gli riconosce. Anche oggi ritorna a fare la conta delle tombe. La terra smossa di recente, i fiori che lentamente appassiscono sui tumuli e la ciotola rotta a segnare che una vita si è improvvisamente arrestata sono la triste evidenza che il suo villaggio sta morendo. “In questi ultimi anni la mia gente vengo a trovarla qui, al cimitero. Queste tombe ricoprono il mio villaggio. E io rischio di diventare il capovillaggio dei morti e degli spiriti. La mia gente non muore in battaglia, i miei guerrieri non sono portati via dai leoni che abbiamo imparato a combattere. E’ un nemico invisibile che ci sta distruggendo. Lo hanno portato dalla città. I lavoratori che sono rientrati dalle miniere del Sud Africa, i camionisti che vengono dalla costa dell’oceano... il mio villaggio sta morendo. I giovani, gli adulti, ecco sono tutti qui...”. I cimiteri dell’Africa sono l’anagrafe più vera della tragedia che l’AIDS ha creato in questi paesi, sbilanciando paurosamente intere popolazioni. In Malawi i cimiteri stanno invadendo i villaggi. L’AIDS sta letteralmente decimando la popolazione del Paese e l’incidenza dei sieropositivi ha raggiunto il 30% della popolazione. Il Malawi perde ogni giorno un maestro, ma anche professionisti, lavoratori e in particolare le persone con una qualifica, che avevano lasciato il villaggio inseguendo i miraggi della città. Dopo dieci anni di lotta diverse organizzazioni internazionali stanno abbandonando l’Africa, considerando persa la battaglia. La conclusione tragica a cui tante NGO arrivano è che la situazione è sfuggita di mano, la gente non è riuscita a cambiare stile di vita, non è ancora stato raggiunto un punto di ritorno nella diffusione del contagio. “Il Malawi oltre alle tombe è andata creandosi una nuova realtà: gli orfani!”, racconta Joseph, lui stesso orfano fin da bambino e oggi studente al seminario di Filosofia di Balaka. Gli orfani sono come i ‘detriti lasciati indietro dal fiume che è tracimato’. Dal 1985, da quando si è manifestato il primo caso certificato di AIDS, prima nelle città, poi nei villaggi, è andato crescendo il loro numero. Il presidente della repubblica, dottor Bakili Muluzi afferma che sono oltre 2 milioni gli orfani, i bambini e le bambine ancora in età scolare senza più genitori. Non c’è nulla di più pauroso del vuoto che si crea nella vita di un ragazzo orfano: sradicamento culturale, mancanza di affetto e appartenenza, scontro con una vita che è più matrigna che madre, ... Per il Malawi, un paese con una popolazione di 12 milioni di abitanti, gli orfani fanno scoppiare anche la famiglia estesa. Non ci sono più nonni, zii, parenti, cugini a sufficienza per prendere in casa chi ha perso papà e mamma. “Oggi è cambiato tutto. L’orfano non è più questo o quel bambino. Questa è una generazione di orfani. Sono i nuovi orfani. Sono tanti”. Ruth non si sottrae alla telecamera che vorrebbe scrutare i suoi pensieri. E il suo volto di dignitosa mamma africana ti ruba l’anima. Vorrebbe gridare la sua innocenza, ma le manca anche il fiato. La bocca è impastata dalla candidosi e la pelle tradisce i segni del sarcoma in stadio avanzato. Assieme alle sue bambine si aggrappa alla vita, pur sapendo che non le vedrà crescere. E’ la mamma di Ruth a raccontare: “Tre anni fa il marito di Ruth che lavorava in città è tornato a casa solo per morire. Poi anche per lei è cominciato questo calvario. Ogni mese l’accompagniamo all’ospedale. All’inizio sembrava si potesse riprendere. Ora non ci aspettiamo più nulla. Non abbiamo il coraggio di dirlo. Ma lo sappiamo. Questa malattia non perdona. A fatica Ruth lamenta che non ha più nulla. “Ci servono le coperte ora che comincia l’inverno. Non abbiamo più cibo perchè non siamo riusciti a coltivare nulla... non abbiamo nemmeno una manciata di farina...”. E’ tutto quanto riesce a dire. Le ultime parole di Ruth sono come un soffio. Il suo testamento sta tutto nel suo ultimo desiderio: “Le mie bambine... le mie bambine ... le affido a voi...” La grande famiglia africana esplode e diventa impotente davanti al numero sempre crescente di orfani, all’intera generazione che non conoscerà mai veramente cosa vuol dire avere dei genitori. Di fronte ad una tale tragedia, la comunità cristiana ha fatto scelte significative per aiutare giovani e adulti a prendere coscienza dell’AIDS e delle sue conseguenze. Ogni comunità ha scelto delle persone che si prendessero a cuore in particolare gli ammalati da visitare regolarmente. Padre Piergiorgio Gamba, missionario monfortano di Bergamo, da 30 anni è in Malawi. E’ tra gli iniziatori del “Chifundo Projects”, una serie di attività finalizzata a dare a questa povera gente la possibilità di guadagnare qualcosa per comperare cibo e medicine. Dal grasso animale misto a soda caustica si ricava ottimo sapone che serva per garantire l’igiene e, venduto al mercato garantisca un guadagno. Dai campi di girasole vengono i semi gonfi di olio, che macinati permettono di preparare dei condimenti più saporiti. Dagli scarti della stamperia riciclati si ricavano fogli ancora riutilizzabili e buste in grande quantità. Sotto la guida di un volontario, Demetrio, si è dato inizio ad una mini fattoria con polli da allevamento e un orto che anche nella stagione secca permetta di avere molta verdura fresca. Sono i volontari a lavorare giorno dopo giorno e a portare avanti le tante iniziative della carità, appunto i chifundo projects, che permettano di prendersi a cuore chi, nella comunità, non riesce a farcela più. Per fare fronte alla quasi totale mancanza di medicine, è stato raccolto ogni tipo di piante medicinali, quelle che gli africani hanno conosciuto da sempre. Uno stregone vero, assieme a un team di erbalisti, prepara decotti, confeziona le dosi in sacchetti di plastica, riceve i pazienti e somministra le dosi. Questa medicina alternativa sta facendo riguadagnare fiducia nei metodi tradizionali. Oltre che alle polveri e ai decotti, la gente viene abituata a piantare erbe medicinali nel proprio orto, che diventa così anche una vera farmacia casalinga. Rimane la grande emergenza. Il dramma degli orfani che, senza famiglia, rischiano di finire ai margini della vita. Non era mai capitato di vedere i bambini chiedere l’elemosina nelle città del Malawi. Oggi, con il papà e la mamma uccisi dall’aids, e senza parenti ad accoglierli in casa, sono tanti i bambini di strada, e nella loro povertà sono vulnerabilissimi. Edina, (la sorellina più grande) “Prima è morto papà. Poi è stata la volta della mamma. Piangeva tutte le sere a pensare a noi figli che restavamo. Quando si è sentita morire ci ha affidata a Lusiano, il nostro fratello più grande. Nessuno avrebbe potuto prenderci tutti, siamo tre bambine e due bambini. Lusiano: “Avevo quattordici anni quando i nostri genitori ci hanno lasciato. Tornando dal cimitero ci siamo resi conto che mai più nessuno ci avrebbe atteso a casa, nessuno ci avrebbe preparato da mangiare. Non so nemmeno io dove abbiamo trovato la forza di continuare. Da allora tutte le mattine ci alziamo. Edina va al pozzo a prendere l’acqua e fa il bagno alle sorelline. Io preparo qualcosa da mangiare... Ricordo ancora che la prima mattina non sapevo nemmeno come accendere il fuoco o dove fosse la pentola... Poi mentre le bambine sono a scuola vado a lavorare i campi. Soprattutto all’inizio mi sentivo perso, ma non potevo certo farmi vedere a piangere. Da più di 10 anni, omai, le missioni si sono fatte promotrici di progetti di Adozione a Distanza. Insert Padre Gamba che dice che l’adozione a distanza è l’ultima spiaggia Garanti che l’adozione raggiunga il bambino nella sua totalità, sono i volontari del progetto “Distant Adoption”. Sono presenti quando mensilmente viene consegnata la retta offerta dalla famiglia di adozione e si assicurano che i pacchi che vengono mandati arrivino intatti fino alla capanna descritta nell’indirizzo del destinatario. E così per tutto quanto viene dato all’orfano come la coperta e il sapone. Intervista a Maurizio “Le organizzazioni internazionali possono fare poco, occupate come sono a costruirsi uffici Lo stato fatica addirittura a fare un censimento di quanti orfani ci siano nel paese anche perchè non esiste ancora l’anagrafe... I grandi paesi hanno ben altre guerre da fare. Ci è rimasto solo l’aiuto tra noi, famiglie del mondo capaci di guardare oltre il nostro recinto, capaci di aggiungere un posto alla tavola del mondo. A noi poi fa paura questa generazione di orfani. Cosa sarà di un bambino che non si è mai sentito amato Per gli orfani di Balaka, anche una partita di pallone è un momento speciale. Appello Padre Gamba Adottare un bambino a distanza vuol dire aggiungere letteralmente un posto alla propria tavola, comperare un paio di scarpe in più, una tuta e un dolce da condividere. Lentamente si costruisce un vero rapporto di appartenenza che va oltre una scheda con un nome e cognome. L’Adozione a Distanza, sia per la famiglia che apre la sua casa al nuovo arrivato che per il bambino accolto, non è un progetto anonimo, ma è una porta che si spalanca e un figlio che entra in casa. E’ capitato alla mamma Vittoria che è venuta in Malawi a trovare Samuel; ad Antonietta e Gaetano che oltre a venire in Africa come volontari hanno Vincent che li aspetta sempre Insert Gaetano (riprendere l’immagine di apertura: veccchia davanti al fuoco). “Le lacrime degli orfani cadono a terra, perchè non c’è nessuno ad asciugarle”, ricorda l’anziana, citando un antico proverbio africano. In questo presente doloroso, in questo racconto che non è una favola o un ricordo del passato, l’adozione a distanza può contribuire a far sì che due milioni di orfani non diventino i ragazzi di strada di questo nuovo villaggio, senza più capanne e senza più famiglie.