Rio delle Amazzoni

Sulla madre di tutte le acque

di Giorgio Fornoni Nel febbraio del 1542, narrano le cronache, 200 soldati spagnoli comandati da Gonzalo Pizarro, scavalcarono le Ande e si avventurarono in direzione est, verso l'Amazzonia. Cercavano il Paese della Cannella, che presto si rivelò però l'ennesimo miraggio che abbagliava i primi conquistadores spagnoli in Sudamerica. A di¬cembre dello stesso anno, con il brigantino San Pedro costruito sul posto, 57 uomini e due frati, il luogotenente Francisco de O¬rellana partiva in avanscoperta seguendo il rio Maranon, per ri¬fornire di viveri la spedizione ormai allo stremo. La corrente li trascinò lontano. E iniziava così uno straordinario viaggio di un anno alla scoperta del Rio delle Amazzoni. Abbiamo voluto ripercorrere la rotta di Francisco de Orellana e dei suoi uomini, 6200 chilometri dalla sierra andina alla costa del Brasile, seguendo verso est il corso del fiume che gli indios chiamano "la Madre di tutte le Acque". Un mese per dimenticare il 2000 e rituffarci nell'incanto e nei pericoli dell'"inferno ver¬de" che stregava i conquistadores. Un mese per cercarne le tracce nel labirinto di fiumi che scendono dalla cordigliera andina e si uniscono poi tutti insieme nel corso del fiume più grande del mondo. Un mese per documentare anche quanto purtroppo è cambiato, quanto oggi ha trasformato l'Amazzonia in un gigante ferito. Con un piccolo aereo, entriamo in uno degli angoli più intatti della selva dell'Ecuador. E' il territorio degli Waorani, poche decine di individui che hanno resistito, spesso con le armi in pugno, alla acculturazione forzata di missionari, avventurieri di tutti i generi, inviati delle compagnie petrolifere. Orellana e i suoi furono i primi a descriverli. Tra mille pericoli e mille av¬venture, i 49 superstiti della spedizione riuscirono a raggiunge¬re la foce del Rio delle Amazzoni nel settembre del 1543, comple¬tando una delle imprese più straordinarie nella storia delle grandi esplorazioni geografiche. Gli Waorani sono tra i pochi indios che abbiano mantenuto la pro¬pria cultura originaria, eredi di quelle stesse bellicose popola¬zioni che invano cercarono di arrestare il viaggio di Orellana e poi la discesa di tanti altri, più moderni conquistatori dell'A¬mazzonia. Ma gli Waorani, il popolo degli Uomini, come si defini¬scono, sono condannati dalla consanguineità e dal loro stesso i¬solamento, che già sta causando serie malformazioni genetiche. Oggi il popolo della selva è continuamente costretto alla fuga di fronte all'avanzare della "civilizzazione": strade, compagnie per l'estrazione di legname e petrolio, cercatori d'oro, l'esercito dei senza terra del Brasile che preme sugli ultimi spazi ancora vergini di foresta. Quando il cronista della spedizione, frate Gaspar de Carvajal, pubblicò il resoconto dell'impresa, il grande fiume appena sco¬perto venne battezzato in suo onore Rio Orellana. Ma presto cam¬biò nome. La fantasia popolare degli spagnoli trovava maggiore i¬spirazione nella leggenda alimentata dagli stessi protagonisti dell'impresa, che sostennero di avere combattuto con una miste¬riosa tribù di donne guerriere che facevano pensare alle Amazzoni della mitologia classica greco-romana. E con quel nome, Rio delle Amazzoni, il fiume entrò nella storia. C'è chi stima in 10 milioni il numero di indios che popolavano il bacino dell'Amazzonia al tempo di Orellana, perfettamente inte¬grati in quel mondo di acqua e di verde che rappresenta il più grande polmone di vapore e di ossigeno del pianeta. Oggi, gli in¬dios superstiti al genocidio sono meno di 200mila. Ultimi eredi dell'Eden ecuadoriano, anche gli Waorani sono di fatto minacciati di estinzione. Come tutti gli altri esseri viventi dello straor¬dinario Eldorado biologico della selva, del quale gli indios dell'Amazzonia sono gli unici a conoscere le mille risorse e i mille segreti.. La guida che ci accompagna è Ector Vargas, un antropologo equadoriano che ha condotto una lunga ricerca sugli WAORANI e ci spiega camminando in questo mondo verde, la generosità della natura. "Questo frutto è efficacissimo a combattere la malaria. Si può anche mangiare, così.. come vedete.. coi semi. Ma lasciato mace¬rare nell'acqua serve ad abbassare la febbre, fa sparire i dolo¬ri. Si chiama pitòn". "Questa corteccia è utilissima come rimedio per le donne che ab¬biano problemi poco prima del parto. Si mette nell'acqua e aiuta le partorienti ad evacuare la placenta". "Questa radice invece si chiama wapa. Viene da questo albero e la sua resina si usa come antiparassitario nei bambini. Ne basta ap¬pena mezzo cucchiaio messo nell'acqua" "La resina di questa pianta fornisce un'ottima vernice per imper¬meabilizzare i contenitori di ceramica. Si spalma sull'argilla e la rende del tutto impermeabile all'acqua". "Ci sono formiche qui dentro. E' la pianta stessa che le ospita, in una forma di simbiosi che conviene a entrambe le specie. Le formiche producono infatti un acido che protegge la pianta dall'attacco dei parassiti. E per di più queste formiche si pos-sono anche mangiare.. così, vedete, sono buonissime". In quella lunga discesa del fiume compiuta nel corso del 1543, O¬rellana e i suoi compagni sostennero vere e proprie battaglie con gli indigeni, che cercavano di sbarrar loro la via del fiume con le loro veloci piroghe e li tempestavano con nugoli di frec¬ce. Ogni mattina - ricorda la cronaca di frate Gaspar - i fianchi del piccolo San Pedro erano crivellati di piccole frecce "come quelli di un porcospino". Quello che rendeva quelle frecce sca¬gliate da archi e cerbottane particolarmente temibili, era il ve¬leno del quale erano spesso intrise le loro punte acuminate. Si trattava del curaro, una sostanza paralizzante che si ottiene dalla corteccia di una liana... Gli Waorani, considerati un tempo tra le tribù più bellicose dell'Amazzonia, sono ancora oggi gli specialisti indiscussi nella preparazione di questo micidiale veleno, generalmente impiegato per la caccia. La preparazione delle frecce al curaro, documentata in im¬magini esclusive, è uno dei tanti segreti custoditi dagli Waora¬ni. Perchè il veleno sia efficace, l'estratto vegetale deve esse¬re ridotto ad una specie di pasta che viene poi saldata a caldo sulla punta delle frecce. Una volta indurita, la sostanza mantie¬ne le sue caratteristiche anche molto a lungo e sprigiona il suo effetto appena a contatto col sangue della vittima. Trasportata al villaggio avvolta in un fascio di foglie verdi, la corteccia delle liane è lasciata macerare a lungo nell'acqua. Col sistema in uso da millenni, due bastoncini di legno strofinati tra loro, viene quindi acceso un fuoco. Attraverso fasi lunghe e delicate viene distillato il succo potente del curaro. Na¬sce così il veleno mortale delle loro frecce, l'arma più efficace e temuta degli Waorani. Seguiamo una battuta di caccia degli Waorani risalendo il Rio Cononaco. Contrariamente a quanto si possa credere, non è facile procurarsi del cibo nella foresta. Se ne resero pre¬sto conto anche gli spagnoli, che infatti vennero decimati dalla fame nella discesa dalle Ande verso il rio Coca. I grandi anima¬li, come i tapiri, sono quasi invisibili, ci si deve accontentare spesso di frutti vegetali, larve, serpenti. La caccia può durare molte ore, a volte giorni interi. Ma questa volta i cacciatori sono fortunati. Con i loro richiami, hanno prima attirato e poi isolato una scimmia, nascosta nella volta verde della foresta. Lassù, in quella volta verde che nasconde il cielo a decine di metri da terra, la scimmia si crede al sicuro. Ma invece l'animale è già in trappola. Circondata dai cacciatori, questa scimmia, particolarmente apprezzata dagli indios per il gusto della sua carne, non avrà più scampo dalle frecce avvelenate delle loro lunghe cerbottane. La nostra guida, Hector Vargas, che sempre ci accompagna, ci spiega perchè va salvata a tutti i costi la cultura degli ultimi indios. "Lontano dal mondo civilizzato dell'Ecuador, o da quello che si considera il mondo civilizzato, abita un popolo chiamato Waorani. Nella loro lingua Waorani significa "gli uomini", opposto al ter¬mine Kobore, che significa "non uomini". Mi sono appassionato al¬lo studio degli Waorani perchè sono gli indios che sono rimasti fino ad oggi più fedeli alla loro identità e alla loro cultura, nel rispetto della natura, nel rispetto della vita e dell'ambien¬te che spesso hanno difeso anche con le armi. Oggi il popolo de¬gli Waorani è costretto a subire pressioni di ogni genere, ri¬schia di essere strappato del tutto dal suo ambiente. Il tentati¬vo di acculturazione continua inarrestabile, promosso da tutto quanto proviene dal mondo occidentale e lo schema missionario nordamericano è probabilmente quello che ha fatto più danni di tutti. Di fronte a queste pressioni gli Waorani saono sempre più indifesi, anche perchè mancano di leader capaci di rappresentarli e difenderne i diritti. Il mio messaggio al mondo è che in questo cielo verde, non inferno come spesso si dice, bensì semmai para¬diso verde, esistono popoli che difendono insieme la propria so¬pravvivenza ma anche quella di un intero ambiente naturale. E la sua sorte non riguarda solo chi vi abita, ma il mondo intero, coinvolge tutti noi come specie umana". Riprendiamo il nostro percorso, sulle lunghe canoe locali, non molto diverse da quelle che incontravano i conquistadores. E anche l'ambiente, qui, è quello incontaminato di sempre. Con i suoi spettacoli mozzafiato, le meraviglie, le sorprese continue e improvvise. E anche con i suoi mille perico¬li, sempre in agguato a ogni curva del fiume. Già carica di mistero in pieno giorno, la foresta diventa di not¬te un mondo magico e pauroso, popolato di grida, urla, richiami. In questo pianeta di verde, di acqua e di fango si aggirano pre¬datori come l'anaconda e il giaguaro, strisciano caimani e ser-penti, si nascondono tutti i mostri e le fantasie dei nostri in¬cubi più paurosi. La foresta amazzonica è uno degli ecosistemi più vari e ricchi del pianeta. Vi sono state censite 3000 specie di uccelli, 2000 di pesci, 70 di mammiferi, centinaia di migliaia di specie di in¬setti, anfibi, rettili. Ma tutte, inevitabilmente, sono legate all'integrità e alla sopravvivenza della foresta tropicale. Siamo ormai vicini al confine dell'Ecuador. Gli Waorani vivono in un territorio protetto, ma sono respinti sempre più all'interno perchè la zona è ricca di petrolio e fa gola a politici e compa¬gnie minerarie. Una strada appena costruita ci consente di salire su una corriera diretta a Orellana, tra le tracce sempre più evidenti della nuova colonizzazione petrolifera, kilometriche condotte e numerose bocche di fuoco. La cittadina, fondata dallo stesso e¬sploratore spagnolo sulle rive del rio Napo, un affluente del Rio delle Amazzoni, è una delle poche testimonianze rimaste del suo passaggio. E al centro dell'abitato, un grande monumento con l'immagine del capitano spagnolo ne conserva in maniera ancora più eloquente la sua memoria. Con un aereo militare ecuadoriano che porta viveri e medicinali nelle regioni più remote, saltiamo un altro lungo tratto del fiu¬me in direzione del confine con il Perù. Sotto di noi, il grovi¬glio di affluenti che forma l'alto corso del rio delle Amazzoni si disegna come su una carta geografica. E' dall'alto che si ha la sensazione più precisa di come tutte le acque che scendono dalle Ande, un labirinto di 6 milioni e mezzo di chilometri qua¬drati, vadano a congiungersi in un unico immenso fiume. E risulta ancora più straordinaria l'impresa di Orellana e dei suoi compa¬gni, che seppero seguirne la corrente, senza perdersi, dalla con¬fluenza col rio Coca fino all'oceano Atlantico. A Nueva Rocafuerte, ormai civini alla frontiera col Perù, salu¬tiamo l'antropologo Hector Vargas e saliamo su un battello diret¬to a Iquitos. L'ingresso in Perù avviene in un clima da avamposto militare di guerra. E di una guerra si tratta infatti. La guerra quotidiana con i narcotrafficanti che controllano la via fluviale che con¬sente alla coca andina di scendere verso il Brasile e il mercato di mezzo mondo. A contrastare le bande armate che difendono i ca¬richi di droga sul rio Napo sono piccoli reparti militari come quello, che siamo stati eccezionalmente autorizzati a visitare e filmare. I soldati di quel reparto, che opera in una regione selvaggia e impervia grande quanto mezza Italia, sono addestrati alle tecni¬che di sopravvivenza e di antiguerriglia, ma anche male equipag¬giati e spesso letteralmente abbandonati a se stessi. Li sorreg¬ge, però, sorprendentemente, una fortissima motivazione al loro lavoro contro la piaga della droga. Dopo tre giorni di dura navigazione arriviamo alla capitale amazzonica peruviana: Iquitos; centro del recente boom petrolifero peruviano, resta pe¬rò per tutti e per sempre il set cinematografico del film "Fit¬zcarraldo" firmato da Werner Herzog e con la straordinaria inter¬pretazione di Klaus Kinsky, ispirati ad una storia vera. Alla fi¬ne dell'Ottocento, Brian Sweeney Fitzgerald, uno stravagante mi¬liardario del caucciù, avventuriero, filantropo, fanatico della lirica, volle inseguire il proprio sogno di scendere le rapide del fiume con il battello "Molly Aida" e costruire il teatro dell'Opera di Manaus, per farvi cantare il celebre tenore italia¬no Enrico Caruso. Oggi Iquitos è animata da una nuova febbre, quella della ricchez¬za facile e del petrolio. Ma la gente si diverte come all'apoca del caucciù, che 120 anni fa fece nascere la città, con il gioco un poco crudo e primitivo del combattimento dei galli. Agli animali vengono applicati mortali speroni di acciaio o avorio, perchè i loro colpi diventino mortali. E attorno al duello ruota un verti¬ginoso giro di soldi e scommesse. Ancora abitazioni costruite su palafitte, canoe, barche, battel¬li, imbarcazioni di ogni genere, sempre seguendo la corrente ver¬so oriente... E poi di nuovo in volo con un elicottero militare. Sotto di noi, un'altra città dedicata all'esploratore del quale stiamo seguendo dopo 460 anni l'itinerario, Francisco de Orella¬na. Anch'essa fu una tappa di quel memorabile anno di viaggio al¬la scoperta del Rio delle Amazzoni, il 1543. E un monumento, an¬che qui, eterna la memoria di Orellana. Ma tutto intorno sono og¬gi i segni di quanto l'Amazzonia sia cambiata da allora. Alla pe¬riferia di ogni città, piccola o grande, si stende oggi la cintu¬ra delle favelas, le baracche di una dilagante e disperata pover¬tà, l'approdo di una inarrestabile marea umana che cerca nuovi spazi e nuove terre. Riprendiamo la discesa del grande fiume, affidandoci questa volta ad un battello per trasporto passeggeri diretto a Manaus, in Bra¬sile. La rotta segue indicazioni tracciate a mano sulle carte fluviali, perchè la conformazione dei fiumi qui cambia di conti¬nuo, nuove secche pericolose emergono o scompaiono, create dai giochi della corrente, da un giorno all'altro. Ed eccoci a Manaus, l'orgogliosa capitale dell'Amazzonia, col suo ambizioso Teatro dell'Opera. La città, nata nella selva alla con¬fluenza col Rio Negro, conobbe il suo momento di gloria ai primi del Novecento, resa ricca da una pianta, l'hevea brasiliensis. E' chimata anche l'albero della gomma e produce il caucciù, ricerca-tissimo per molti decenni dall'industria automobilistica. Poi il caucciù venne trapiantato in Malesia, e infine le fabbriche di pneumatici decisero di passare ad altre sostanze chimiche. L'epo¬ca d'oro di Manaus sembrava tramontata per sempre. Oggi Manaus vive invece un nuovo splendore, cavalcando il boom del petrolio e della nuova colonizzazione agricola dell'Amazzonia, che proprio sul fiume trova oggi una conveniente via di comunicazione e tra¬sporti. Tra i mille traffici, legali e illegali che percorrono la nuova Manaus, c'è anche il contrabbando di pesce e testuggini. A cerca¬re di contrastarlo, impresa peraltro quasi impossibile, ci sono i poliziotti dell'Ibama, l'ente preposto alla tutela ambientale del fiume. Seguiamo un raid notturno della polizia fluviale e ci imbattiamo in bracconieri che di frodo hanno preso grosse quantità di pesce protetto e riempito molte casse di testuggini. La tensione è alta ma alla fine tutto è sotto controllo. Queste testuggini sono per il momento salve. E' il bottino seque¬strato in una sola notte ai bracconieri del fiume e vengono rila¬sciate in libertà. Ma solo finchè non si imbatteranno di nuovo nelle reti di quanti continuano a depredare l'Amazzonia.. Basta spingersi fuori Manaus, lungo il Rio Negro, per assistere alla quotidiana devastazione della foresta. Gli ultimi alberi di pregio sono sistematicamente abbattuti, in spregio a tutti i ten¬tativi di regolamentare lo sfruttamento delle compagnie di legna¬me e delle stesse leggi brasiliane. La foresta amazzonica, in¬sieme inferno e paradiso, autentico laboratorio biologico e scrigno di biodiversità, appare oggi come una macchia di verde sempre più piccola e frammentata, che ha già perso oltre un quar¬to dell'estensione originaria. Prima di concludere il nostro viaggio, là dove il grande fiume entra nell'oceano trasformandosi in Mar Dulce, una massa d'acqua con una foce larga 320 chilometri, visitiamo l'ultimo segreto che ci riserva la discesa del grande fiume. Sono le rovine della vec¬chia Velho, oggi restituite all'abbraccio della vegetazione e a¬bitate solo da serpenti e insetti. Il destino di questa cittadina alla foce del Rio delle Amazzoni, venne segnato 50 anni fa da un fenomeno naturale raro e sconvolgente, ormai relegato tra le leg¬gende della grande foresta. La città venne letteralmente invasa da milioni di formiche legionarie, un'orda capace di distruggere tutto quanto incontra sul suo passaggio. Delle abitazioni di al¬lora restano oggi soltanto le pietre. Forse - dicono gli indios - è stato l'ultimo tentativo degli spiriti della foresta per cacciare gli invasori bianchi, per allontanarli dal cuore pulsante e più segreto della selva. Alla fine del nostro viaggio, qui a Belem, mi tornano alla mente le parole struggenti della nostra guida equadoregna, Hector Vargas. "Quando parliamo della storia dell'Amazzonia, raccontiamo una cronaca di sangue e di orrore. Le prime vittime sono stati i suoi abitanti originari, oggetto di un autentico sterminio. I diretti responsabili della persecuzione e della strage degli indios, in tempi più recenti, sono stati i responsabili delle compagnie pe¬trolifere, che per cacciarli dalle loro terre hanno utilizzato bande di paramilitari feroci come cani ammaestrati. Per non par¬lare della pressione psicologica esercitata da tutti gli altri che hanno invaso l'Amazzonia. La cosa peggiore è che lo stato e il popolo ecuadoriano hanno tratto ben pochi benefici da questa criminale politica del governo. Non si può continuare a svendere l'Amazzonia agli interessi stranieri, non si può continuare, con l'alibi economico dell'estrazione del petrolio, a dissanguare la foresta.. Nella selva, nella foresta amazzonica, non affondano soltanto le radi¬ci vitali di intere popolazioni, ma quelle della stessa specie u¬mana". Assistiamo ad una festa india a Belem che riassume 5 secoli di storia dell'Amaz¬zonia. Gente con piume di uccello e jeans addosso, strisce di vernice colorate sul volto che danzano con la musicalità di flauti ed al ritmo di strumenti a percussione. Il Brasile è diventato uno straordinario crogiolo cultura¬le, dove nei secoli l'anima india si è fusa con quella degli schiavi neri importati dall'Africa, la religione animista con i riti vudù e il culto dei santi importato dai colonizzatori porto¬ghesi. La grande sfida di questo immenso paese, potenzialmente il più ricco del Sudamerica ma anche il più contraddittorio e squi¬librato al suo interno, è oggi quella di conciliare le giuste a-spirazioni verso il progresso economico e sociale con la salva¬guardia di un ambiente naturale straordinario e con l'antica sag¬gezza dei suoi primi abitatori: gli indios del fiume Madre di Tutte le Acque, ultimi sacerdoti e custodi della Grande Foresta.