Saharawi - Il popolo dimenticato

FRA IL POPOLO DEL SAHARA, GENTE SENZA PACE

di Giorgio Fornoni (L’Eco di Bergamo – 1^ parte - 04/08/2000) Sahara, il Grande Nulla, il più grande deserto della Terra. Una fascia di sabbia, pietre e montagne che attraversa per migliaia di chilometri l’intero continente africano, dall’oceano Atlantico all’Indiano. Un luogo che sembra escludere qualsiasi possibilità di vita, un mondo spietato e ostile. Eppure il Sahara vive anche di magia e di incantesimi. E continua ad esercitare una fortissima attrazione su chi, varcate le frontiere apparentemente impossibili di quel pianeta, si trova a tu per tu con i suoi mille segreti. Graffiti sulle sue rocce o dipinti nelle caverne del deserto, sono le testimonianze di millenni lontani, quando l’intero Sahara era un Eden verdeggiante, terreno di pascolo e di caccia. Sono passati altri secoli. Lentamente il clima è cambiato, l’acqua ha smesso di scorrere, le pietre e la sabbia hanno preso il sopravvento. Ma c’è chi nel Sahara ha scelto di vivere, chi ne ha accettato la sfida. Come i Saharawi, il popolo del Sahara, una etnia seminomade di stirpe berbera che nella natura libera e senza confini del deserto ritrova la propria identità e le proprie radici più autentiche. La conquista del deserto Nessuno sa quando i Saharawi abbiano conquistato il deserto. Le leggende, ripetute davanti al fuoco dei bivacchi notturni, narrano di migrazioni antiche e popoli in marcia verso la loro Terra Promessa. La storia conferma che i Saharawi sono una etnia seminomade del deserto nata dalla fusione tra genti berberi e beduine autoctone, con un innesto arabo-yemenita nel 1300. E la loro terra, da allora, è il Sahara Occidentale. La Terra Promessa dei Saharawi è ancora un miraggio per il popolo del deserto. La città di El Ajoun, quella che avrebbe dovuto essere la capitale della Repubblica Araba Saharawi Democratica, dal 1975 vive sotto l’occupazione del Marocco, espropriata, come gran parte del territorio dell’ex Sahara spagnolo, ai suoi legittimi abitanti... Il problema saharawi nasce anche da un paradosso della legge internazionale. L’occupazione ad opera di Mauritania e Marocco avvenne infatti il giorno stesso dell’indipendenza, prima che l’Onu potesse riconoscere la nuova sovranità nazionale. E dunque i Saharawi sono non solo un popolo senza patria, ma anche cittadini di uno stato che “non esiste”, ostaggio dei militari che l’hanno occupato 25 anni fa. La Terra Sognata dai Saharawi è una tessera di territorio che sembra ritagliata nella carta geografica lungo la costa dell’Atlantico. Venne affidata alla Spagna dal Congresso di Berlino del 1884, per spezzare il mosaico delle colonie francesi del Marocco e della Mauritania. Una colonia africana di scarse pretese, amministrata per 90 anni con sonnacchiosa condiscendenza dalla Spagna. I guai cominciano quando si scopre che in quell’arida striscia di territorio si nasconde un immenso giacimento a cielo aperto di fosfati, un minerale utilizzato come fertilizzante in agricoltura che catapulta quel perimetro di sabbie ai vertici della classifica mondiale produttori. E così il Sahara Spagnolo diventa improvvisamente oggetto di interessate attenzioni. Nel 1973 nasce nel Sahara Spagnolo il movimento Polisario, che chiede l’indipendenza dalla madrepatria e inizia una attività di guerriglia. Nel 1975 la Spagna decide di abbandonare la colonia al suo destino. Ma la Mauritania e il Marocco si sono già fatti avanti per spartirsi il ricco territorio minerario. E si prepara la tragedia del popolo Saharawi. “Non riuscivamo a crederci, a noi tutti è sembrato incredibile che la Spagna potesse comportarsi così. Noi consideravamo la Spagna la nostra madre...” dice un saharawi. Prevale la legge del più forte La situazione precipita. Nel 1975, violando tutte le leggi internazionali e con la tacita copertura delle grandi potenze occidentali, Mauritania e Marocco invadono il territorio da nord e da sud, decisi a far valere la legge del più forte. 27 Febbraio 1976. Sull’ultimo territorio libero rimasto, il Polisario proclama la Repubblica Araba Democratica Saharawi. Ma non c’è nemmeno il tempo per festeggiare la fine dell’era coloniale e l’indipendenza. Riprende la guerra, con il suo strascico di lutti e tragedie per i civili. I combattimenti infuriano fino al 1991, quando viene sottoscritta la tregua tuttora in vigore con il Marocco. Nonostante la disparità delle forze in campo, il movimento indipendentista del Polisario riesce ad ottenere sorprendenti successi militari. Nel 1979 costringe la Mauritania a ritirarsi dalla parte meridionale e impegna seriamente anche il Marocco, liberando una piccola striscia di territorio. Ma la tragedia dei civili e di 250mila profughi saharawi continua nell’indifferenza del mondo. Ad El Ajoun, capitale dei territori occupati, ho raccolto testimonianze da alcuni ex prigionieri: “Sono stata fatta prigioniera nel 1977, insieme a tutta la mia famiglia. Ho passato 6 anni in prigione, 6 lunghissimi anni” dice una donna avvolta nel suo velo; “La chiamavano la prigione nera, la prigione scura. Ho visto con i miei occhi maltrattare e torturare fino alla morte 24 persone” dice invece un uomo dallo sguardo stanco; “Poi la gente è tornata. Abbiamo trovato i nostri familiari, i nostri camerati torturati e uccisi in quella prigione” dice invece una giovane donna, anch’essa gli occhi fissi nel vuoto. Una vita vissuta sotto le tende Dal 1975, 250mila Saharawi vivono sotto le tende, rifugiati in grandi campi-profughi nel sud dell’Algeria. E venticinque anni di esilio non sono ancora bastati. Il 2000, aveva promesso la commissione Onu incaricata di avviare il referendum istituzionale, doveva essere l’anno del riscatto per il popolo Saharawi. L’anno nel quale il voto popolare avrebbe riconosciuto il diritto all’autodeterminazione e restituito a questo fiero popolo della costa atlantica dell’Africa una terra e una patria. L’anno 2000, così carico di promesse e di speranze, sarà invece ricordato dai Saharawi come l’ennesimo tradimento della fiducia riposta nelle istituzioni internazionali. “Questo è il campo di Smara, uno dei più grandi degli attendamenti dei profughi Saharawi” dice Gandoud, compagno Saharawi del mio recente viaggio nelle zone controllate dal Fronte Polisario. Visitare un campo Saharawi è una esperienza per molti versi sconcertante. Tutto è in ordine, tutto è pulito, tutto è perfettamente organizzato su base egalitaria. Non esiste il denaro, tutte le attività sono regolate dal socialismo laico del Polisario con grande efficienza, dalla sanità all’istruzione. E i Saharawi vivono il loro dramma con una dignità sconosciuta in tante altre situazioni simili, mentre le donne hanno acquistato negli anni un prestigio, un ruolo e una importanza sociale sconosciute in altre comunità islamiche. Aspettative e delusioni A cancellare ancora una volta le speranze dei saharawi sono state le pressioni del Marocco, che non ha accettato la definizione degli aventi diritto al voto preparata da una commissione internazionale. Per stilare quella lista, i delegati Onu avevano lavorato tre anni. Alla fine, i cittadini “di etnia Saharawi” legittimati al voto erano stati 47mila nei campi profughi e 40mila nelle zone occupate. Troppo pochi per garantire la vittoria dell’annessione al Marocco, che vuole a tutti i costi far valere il voto di altre 80mila persone spostate nell’ex Sahara Spagnolo dopo l’occupazione militare del 1975. La posizione del Marocco non è minimamente cambiata dopo la successione del giovane Mohamed VI all’autoritario Hassan II, e si fa forte anche delle pressioni di Stati Uniti e Francia, che nel Marocco trovano uno dei pochi paesi islamici “amici”. Il referendum slittato “sine die” E così la data del referendum, inizialmente prevista per fine 1998, poi rinviata al 1999 e al 2000, sembra slittare verso un nebuloso “sine die”. E i Saharawi continuano il loro esilio nel deserto. “E’ incredibile, ma il governo spagnolo continua a rubare il 35 per cento della nostra ricchezza. Posso mostrarvi i contratti, con date e firme, con i quali la Spagna si è assicurata il 35 per cento nello sfruttamento dei giacimenti di fosfati, defraudando i Saharawi, i loro legittimi proprietari”. Ed è vero, quest’altro saharawi ad El Ajoun, sventola sotto i miei occhi i documenti che tiene in mano. La guerra ha infiammato per 16 anni questo remoto angolo del Sahara. Il Marocco ha potuto contare su un vero esercito e armamenti moderni, ma il Polisario ha risposto efficacemente con il coraggio dei suoi commandos addestrati alla guerriglia e con la più forte motivazione dei suoi combattenti. Insieme alle operazioni militari, il Marocco ha avviato una sorta di “pulizia etnica” nei territori occupati. Due successive “Marce verdi” vi hanno spostato centinaia di migliaia di nuovi coloni marocchini, per ribaltare la proporzione con gli abitanti originari. Poco lontano da Tifariti, nelle zone liberate, sulla linea del fronte è così che mi parla un generale del Polisario: “Sarebbe un grande errore mettere a confronto i combattenti Saharawi e i loro nemici sulla base dei numeri. Il primo motivo di differenza sta nel morale. I combattenti Saharawi Il combattente Saharawi sa che combatte per una causa giusta, per il proprio paese. Ma ha anche altri vantaggi. Combatte sul suo proprio terreno, nelle condizioni climatiche che gli sono familiari e con una esperienza che controbilancia ampiamente l’inferiorità numerica. Qui noi dobbiamo tenerci pronti ad ogni eventualità. E’ per questo che continuiamo l’addestramento e l’istruzione militare. Il Fronte Polisario si è preso l’incarico di preparare il futuro politico del nostro paese. E’ per questo che si è assunto anche il compito di mantenere ospedali e scuole, che pianifica le attività agricole e economiche. E poi c’è l’opera di bonifica. Ovunque ci sono mine e bombe inesplose che fanno ancora molte vittime tra i civili, soprattutto tra i nomadi e noi cerchiamo di eliminarle”.