El Salvador

 

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In Salvador con l’Unicef

di Giorgio Fornoni (Araberara - novembre 1990) Ho potuto visitare il Salvador grazie all’Unicef. Ero ospite infatti nella capitale salvadoregna di una dottoressa bergamasca, che vive da anni qui e su incarico dell’UNICEF controlla che gli aiuti raccolti arrivino a destinazione. Sono le nove di sera ed un uragano ci ha colti nel cielo ed il piccolo aereo atterra con difficoltà sotto una tempesta battente. Le mie apparecchiature fotografiche ho dovuto lasciarle in Nicaragua; è meglio andare senza mi hanno detto; di là, in Salvador, c’è la guerra ed il rischio che ti prendano per “periodista” ed allora sarebbero guai. Loro, i militari, non amano chi fotografa la loro situazione e parla troppo. La dogana è severa. I controllori non si fidano l’uno dell’altro. Il mio zaino è passato in cinque mani. Mi chiedono cosa vengo a fare in El Salvador: per turismo, rispondo. Mi dicono che non è il posto migliore per fare turismo e di stare attento poiché ci sono zone pericolose, zone di guerriglia. A dire il vero sono venuto in Salvador per curiosità, per vedere lo stato di tensione e la guerra da vicino. L’aereoporto dista 45 km, prendo un taxi e mentre mi trasporta alla capitale parlo con il conducente, gli chiedo come vanno le cosa da loro. Mi risponde: stiamo aspettando l’offensiva. I capi politici non riescono a mettere d’accordo esercito e guerriglia nei rari incontri che riescono ad avere, attraverso la forza dell’ONU. Da una parte, i militari non cedono su niente ad addirittura non vogliono eliminare dai loro quadri neanche quei capi che hanno violato i diritti umani. Dall’altra, la guerriglia vorrebbe ripetere gli attacchi portati gli anni scorsi, dimostrando che gli aiuti rovesciati sul Salvador dagli Americani non servono a niente. La gente però è stanca; non crede ormai più neanche alla guerriglia, è una situazione terribile. Arrivo a casa dopo due ore. L’accoglimento è l’incontro di Bergamaschi. E’ mezzanotte ma lo stesso parliamo a lungo; mi mostra poi delle macchine fotografiche che mi metterà a disposizione. L’indomani, mi dice, andremo verso oriente. Di mattino presto, infatti, con un autista e la jeep dell’UNICEF (autentico lasciapassare) andiamo oltre il paese di S. Lorenzo, località posta a parecchi chilometri dalla Capitale, zona disagiata e per di più zona di controllo dei militari, poiché hanno da poco tempo sedato attività di guerriglia. Lo scopo della visita è verificare l’operato dei consultori e controllare i “Vacunadores”. I Vacunadores sono giovani operatori sanitari che prestano la loro opera nei villaggi e nelle zone periferiche più povere del Pese; con circa tre mesi di formazione, un operatore sanitario è in grado di dare consigli ed aiuto nell’assistenza prenatale, prevenzione delle malattie, terapie per la reidratazione orale ed infezioni respiratorie, malaria ed in particolare modo interviene con vaccinazioni. L’intervento dell’UNICEF con i giovani (a volte volontari) è capillare ed è grazie a loro se anche nei cantoni e luoghi più sperduti e isolati possono arrivare i vaccini, una piccola sicurezza, quantomeno una speranza di sopravvivenza. Nel tardo pomeriggio rientriamo e ci imbattiamo in rastrellamenti militari; è incredibile, è guerra aperta. Oltre che la povertà, le malattie, i soprusi di un governo opprimente e sordo, questa gente (in grande parte campesina poiché per il 90% sono agricoltori) il Salvador e la sua economia deve subire l’oltraggio della guerra, una guerra che sta distruggendo un popolo, che lo fa vivere nell’angoscia e nella paura, togliendo ogni diritto e dignità, spersonalizzandolo. Per fortuna non arriva nemmeno a scalfire un briciolo della loro interiorità. Torniamo alla Capitale, che è buio. L’indomani presto mi incammino verso la stazione principale, passo davanti ad un ospedale militare ed è subito disastro: lungo il viale, sulle panchine, decine di giovani senza braccia o senza gambe o con semplici monconi, occhi fissi nel vuoto, ascoltano il sole. Le mine hanno rovinato la loro gioventù. Parlo con loro un poco… non sanno più sorridere. Ad ogni angolo della strada, pile di sacchi di sabbia sono i ripari dei militari che con mitragliatrici tengono sotto controllo ogni pericolo di insurrezione. L’aria è satura di tensione mi sento a disagio tra tanto terrore. In fondo alla piazza, parte il corteo dei campesinos. Sono poche migliaia, intervenuti da tutto il Salvador per protestare contro il Presidente Cristiani perché vuole abolire le piccole proprietà terrene, creando dei latifondi e speculando sui braccianti. E’ un destino uguale in tutta l’America Centrale e del Sud, in tutta l’America Latina. Elicotteri sorvolano il corteo che inneggia (“El pueblo, unido…”) e militari contengono a tratto le file. Questa e la loro libertà. Nel pomeriggio vado all’Università dei Gesuiti, l’UCA. Voglio vedere dove sono stati massacrati i sei Gesuiti nel novembre scorso. È ancora un capitolo aperto qui in Salvador, forse appoggiato dalla nostra coscienza poiché i Gesuiti sono bianchi o forse perché appartengono alla nostra cultura. I colpevoli del misfatto tutti dicono siano i militari, però né il Governo né l’esercito vuole processi chiarificatori. Altri giorni vengono consumati visitando questo piccolo Paese, grande pressappoco come la Lombardia. Al rientro con il buio, alcune sere, poiché la luce va e viene a causa dei tralicci che qualche guerrigliero riesce a far saltare, i fari illuminano le sagome armate dei vigilantes stesi dietro sacchi di sabbia. È una malinconia ed è ancora più grave pensare che questa tragedia non scuote nessuno o quasi al di fuori dei popoli colpiti. Come altre guerre passa inosservata perché non è di grossa proporzione e poi qui, in fondo si tratta solo del Salvador, senza petrolio e senza altre possibilità di interesse economico. Qui la disperazione è storia quotidiana; ancora tanto analfabetismo nei giovani; su cento bimbi che nascono, ne muoiono almeno venti. La guerra impone il suo disordine. A 19 anni si è ormai adulti da un pezzo; a 15 bisogna indossare qualche divisa. L’esercito recluta i soldati con gigantesche retate. In questi posti di guerra va appropriata una frase di B. Brecht “E’ notte. Le coppie si coricano a letto. Le giovani donne partoriranno orfani”. Gli americani inoltre, vogliono chiudere con il Salvador ma dopo aver provocato morti e disastri. Sperano di sparire senza colpe, sarà ben difficile. I tagli agli aiuti anche militari verranno comunque applicati in questo Paese che da anni non cambia. In simile stato di cose pensiamo al lavoro fatto e che sta facendo l’UNICEF e quello che da persone come la dottoressa bergamasca (esile, instancabile ed entusiasta della propria missione) viene promosso. Il nostro sostegno ideale, il nostro grido di riconoscenza vada a chi dà ai bimbi una speranza, anche se fragile, di futuro.