Auschwitz

AD AUSCHWITZ NON C’ERA SOLO LA NEVE: C’ERAVAMO ANCHE NOI.

di Giorgio Fornoni (Giornale di Bergamo – 15/02/2000) SUELI FORNONI “Ad Auschwitz c’era la neve… e il fumo saliva lento”; così recitava una canzone di Guccini dei primi anni ’70. L’ultimo giorno dell’anno, mentre tutti festeggiavano l’evento dell’entrata nell’anno 2000 mi trovavo con mio padre in quella cittadina della Polonia, a ripercorrere i passi della storia, a meditare sugli eventi. La notte precedente la neve era caduta coprendo come un manto bianco il territorio del grande olocausto. Una fitta nebbia incupiva l’animo e mischiava i brividi con quelli della storia. All’entrata del museo un anziano signore disponibile, ci ha guidato oltre il cancello del campo di concentramento ove sta scritta una frase tristemente famosa: “Il lavoro rende liberi”. Appena di là comincia il suo racconto quest’uomo segnato dal tempo, bianco in viso e nei capelli, occhi fissi nei ricordi e voce profonda. Ogni angolo una pausa, ogni stanza una storia… il cadenzato passo intrecciava il silenzio. *** Le impronte nella neve segnavano il nostro passaggio attraverso i cortili dei blok… Dal filo spinato, la neve cadeva quanto un corvo puliva il suo becco. Calammo nei sotterranei. Una cella con una lapide indicava la sofferenza di padre Kolbe ed un cero al centro, invece, il passaggio del Papa in visita al dolore. Poco più in là, un’altra cella, nella penombra di una pallida lampadina, sul muro, l’incisione di un “Cristo” e… ritornammo a vedere la neve… Al blok degli italiani, la poesia di Primo Levi congela l’anima. … “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no…” …Silenziosi passi ci accompagnarono fino al secondo campo, quello di Auschiwtz Birkenau. Dalla torretta principale, lo sguardo spazia per kilometri. Sotto di noi ancora la ferrovia ed il filo spinato a doppia fila delimita all’infinito il campo di sterminio. Il fumo, qui, saliva lento. Ora non sono rimasti che i camini ora che con la neve tutto si è… spento. Ritornati a casa, sentiamo la necessità di incontrare un testimone, un sopravvissuto a quella tragedia e lui, Nedo Fiano, ci racconta la sua storia. LA DEPORTAZIONE una cosa indicibile, era un tormento che si rinnovava ogni giorno. E poi dal finestrino si vedeva un po’ la vita che continuava, vedevamo degli squarci di campagna con contadini al lavoro, vedevamo le stazioni ferroviarie con dei civili in attesa del loro treno ed era ancora un bagno in una società che avevamo quasi dimenticato, perché avevamo trascorsi lunghi periodi nel carcere e anche un periodo non trascurabile nel campo di Fossoli: per quanto mi riguarda fra carcere e Fossoli sono stati quattro mesi. Ho fatto questo viaggio con mamma e con papà. Mia madre era una donna molto forte ed era una donna che sapeva coniugare ottimisticamente anche le cose più tremende; eppure io vedevo nei suoi occhi ogni giorno una trasformazione: aveva perso definitivamente quello sguardo sereno dei bei tempi e… guardava come attonita, non diceva molte parole. Non ricordo molte parole di quel viaggio. E così anche papà: papà aveva un carattere completamente diverso, era molto razionale: non aveva perduto assolutamente il suo tono abituale; era strano a dirsi sempre elegante: anche in quelle condizioni drammatiche aveva la sua dignità, cose che avevano perduto in molti. Questo ritmo tambureggiante del vagone era qualcosa che ci era entrato nelle orecchie e non ci lasciava. In qualche stazione abbiamo visto qualche tentativo di avvicinarsi ai nostri vagoni, ma le SS di guardia sparavano in alto e minacciavano tutti quelli che avevano intenzione di avvicinarsi a noi, di darci qualche cosa. Di notte, in piena notte noi siamo arrivati nel campo di Birkenau. Nel triangolo Auschwitz esisteva Auschwitz Ainz, Auschwitz Birkenau e Mornoviz. Auschwitz Birkenau era il luogo della mattanza: con quattro forni crematori e quattro bunker, Auschwitz ha raggiunto delle punte di 10mila cremati al giorno. Siamo arrivati di notte in un silenzio totale, abbiamo visto che c’erano ancora due convogli in attesa, perché sulla rampa potevamo contare fino a tre convogli e abbiamo trascorso naturalmente tutta la notte per quanto stanchi, per quanto sporchi, per quanto ansiosi, insomma, abbiamo passato tutta la notte a porci delle domande su dove fossimo capitati. Si vedevano in piena notte queste ciminiere dalle quali venivano delle fiamme di tre-quattro metri d’altezza e abbiamo avuto tutti l’impressione che fossero degli stabilimenti industriali: ci avevano detto che saremmo andati in Germania per lavorare e questo dette agli ottimisti la conferma della loro tesi che non sarebbe accaduto niente. Ahimè, quelli erano i forni crematori e di notte erano una visione tragica, drammatica; abbiamo visto dalla graticola del vagone bestiame una lunga serie di lampadine molto piccole che altro non erano che le lampadine poste sui reticolati. I reticolati erano alti tre metri. Ogni tanto la sequenza di lampadine bianche si interrompeva e c’erano delle lampadine rosse. Non so dire come trascorsero quelle ore: a me sembrarono proprio interminabili; e lo erano perché non eravamo nelle condizioni normali: vivevamo in uno stato d’animo veramente eccezionale. Fino a che è arrivata la mattina, quindi l’alba, e alle prime luci si sono avvicinate le SS coi loro cani, dobermann e pastori tedeschi che abbaiavano in continuazione. I cani erano molto ringhiosi, abbaiavano facevano il loro mestiere. E poi cominciarono ad abbaiare anche gli uomini che aprirono, queste SS, le porte scorrevoli dei vagoni e gridavano: “SCENDERE, SCENDERE”, “PRESTO, PRESTO” e “MUOVERSI, MUOVERSI”. E c’è stato proprio un trauma perché io non avevo mai visto bastonare le persone in maniera così indiscriminata. Ma queste SS avevano il cane da una parte e il bastone dall’altra e tiravano randellate da tutte le parti. E ricordo che io sono sceso giù con molta agilità dal vagone, ho fatto un salto, e sono sceso con una flessione: insomma, io avevo 18 anni. Ma invece molti vecchi, molte persone anziane avevano grosse difficoltà a scendere da questi vagoni. Una volte sceso ho guardato questo convoglio in tutta la sua nitidezza. Ho visto che i vagoni vomitavano le persone; le persone scendevano terrorizzate dall’abbaiare dei cani e dalle bastonate: scendevano come fossero state delle merci, dei sacchi.