Libia

LA LIBIA, GHEDDAFI E IL PETROLIO

intervista a Monsignor Giovanni Martinelli vescovo di Tripoli di Giorgio Fornoni LIBIA E’ stata l’ultima stagione della primavera araba e anche la rivoluzione più anomala che ha trasformato per sempre la fisionomia del Nordafrica. La rivolta contro Gheddafi è scoppiata il 17 febbraio del 2011 a Bengasi, la capitale della Cirenaica da sempre rivale di Tripoli, sull’onda delle rivolte di Tunisi e del Cairo, ed è presto diventata una vera guerra civile tra le due regioni più importanti della Libia. Dopo più di quarant’anni di dittatura assoluta, anche se mascherata da “repubblica delle masse”, di Muhammar Gheddafi, il potere centrale si è disintegrato di colpo. In una Libia già spaccata in due, con le bande armate di Bengasi a fronteggiare l’esercito del rais, è entrato in gioco l’Occidente, che con l’alibi della no-fly-zone imposto dalle Nazioni Unite, si è di fatto schierato accanto agli insorti. Con un voltafaccia clamoroso nei confronti del padre-padrone della Libia e del suo petrolio, fino ad allora riverito e cercato per le commesse che firmava. Già prima della fine della guerra si negoziavano nuovi accordi e la spartizione dei giacimenti. Sono stati i raid aerei della Nato, a un mese dalla rivolta, a decidere le sorti del colonnello e del suo regime, accompagnando i ribelli a suon di bombe nella loro avanzata lungo tutta la linea di costa tra Bengasi e la capitale. Il 17 ottobre 2011 cade Beni Ulid l’ultima roccaforte del colonnello e tre giorni dopo il convoglio di Gheddafi in fuga da Sirte, la città natale del rais, verso il Niger viene mitragliato dagli elicotteri della Nato. Gheddafi, nascosto in una condotta di scarico della strada viene catturato e giustiziato sul posto. Il suo corpo oltraggiato verrà poi esposto come un trofeo fino a Misurata. Per ironia del destino, Gheddafi, l’uomo più potente e rispettato dell’Africa ha subito la stessa fine che invocava per i suoi nemici: morire come un topo nella fogna. Dalle ceneri e dalle rovine della guerra nasce una nuova Libia. Ma il suo futuro resta irrimediabilmente condizionato dal petrolio, ricchezza e maledizione che ha scritto tutta la storia recente del paese, nel bene e nel male. E’ il petrolio infatti che ha determinato l’intervento armato dell’Occidente, senza nemmeno troppe ipocrisie sulla sua natura umanitaria. E’ il petrolio che già oggi alimenta la corsa a spartirsi le ricchezze dei giacimenti tra le varie fazioni che hanno compiuto la marcia vittoriosa su Tripoli. E’ il petrolio che diventa materia del contendere tra gli stessi paesi europei e americani che hanno deciso l’intervento armato diretto. Il Governo provvisorio ha indetto le prime libere elezioni nella storia della Libia il 21 giugno prossimo. Ma forse è prematuro festeggiarle. Sull’esito stesso delle elezioni pesano le spaccature interne delle fazioni e le preoccupazioni della gente comune, che pure manifesta un disperato bisogno di normalità dopo tante distruzioni. Il paese resta ancora pieno di armi e carico di tensioni. Ci sono ancora i lealisti di Gheddafi, mescolati tra i civili, ci sono 17mila evasi dalle carceri per reati comuni, ci sono ribelli integralisti che non accettano alcun compromesso. E ci sono poi gli enormi interessi del gas e del petrolio ancora tutti da spartire. All’interno e nel resto del mondo. In una città dove il silenzio della notte è ancora squarciato da colpi di kalashnikov, il vescovo di Tripoli non ha perso la speranza di un’evoluzione pacifica verso la democrazia reale. Monsignor Giovanni Martinelli, francescano, nato in Libia e nel paese da sempre, ha vissuto con la sua diocesi i giorni drammatici della guerra e dell’assedio. Per i suoi fedeli, una comunità piccola ma fortemente radicata, rappresenta un vero faro di riferimento. Dai tempi della colonia italiana, la comunità cattolica si è fortemente ridotta, ma rappresenta comunque il 3 per cento della popolazione e negli ultimi anni è cresciuta con l’arrivo dei filippini e dei tanti immigrati richiamati dal regime di Gheddafi e dall’attivismo economico del paese. Monsignor Martinelli non ha nascosto, fin dalle prime settimane della rivolta, la sua forte opposizione all’intervento armato dell’Occidente. Ha scelto comunque di restare tra la sua gente, “come un pastore che non deve abbandonare il proprio gregge” ed è deciso ad accompagnarla sulla via della pace e di una ritrovata unità nazionale. Lo abbiamo incontrato nella sede vescovile di Tripoli, accanto alla basilica di San Francesco, il santo che non esitò a presentarsi davanti al Saladino, il nemico dichiarato dei Crociati, per scongiurare la guerra e difendere le ragioni della pace. Eccellenza, da quanti anni è qui e perché ha scelto la Libia? E’ difficile dare una risposta precisa, perché io sono nato in Libia e non ho quindi scelto di starci, ho seguito semplicemente il mio cammino, la mia vocazione. Papà e mamma sono venuti qui nel tempo della colonizzazione, nel 1937, si sono sposati e hanno poi formato famiglia. Sono cresciuto con loro, poi ad un certo momento ho avvertito una chiamata alla vita francescana. Da notare che qui in Libia cerano tanti frati Francescani di Milano, che avevano cura delle diverse comunità cristiane, dei diversi gruppi sparsi soprattutto nelle zone un po’ più lontane, non soltanto a Tripoli. Avendo scelto la mia vocazione ad un certo momento sono dovuto andare in Italia per completare i miei studi. Completati gli studi sono ritornato, nel 1971, quando ormai la Libia aveva già cambiato volto. Era venuto Gheddafi e purtroppo la Chiesa è stata decimata e quasi tutti i missionari erano partiti e i pochi rimasti facevano molti sacrifici per servire la piccola comunità cristiana ancora presente. Negli anni successivi questa comunità è aumentata con il contributo, soprattutto sul piano sociale, dei polacchi. Sono venuti quelli dei paesi socialisti, perché Gheddafi aveva una certa simpatia per loro. Dopo i polacchi, è giunta gente anche da altre nazioni, soprattutto dalle Filippine. Gente che si mise a lavorare negli ospedali, e noi abbiamo cercato d’essere presenti con loro, soprattutto nei vari settori sociosanitari. Con la sua presenza Gheddafi aveva certo dato uno stimolo a tutta la cooperazione internazionale, stimolo che è venuto meno dopo la sua scomparsa. Oggi la Libia è un paese che deve rifarsi le ossa, deve ricostruire le sue struttura, le sue attività sociali. Tuttavia, almeno come realtà del paese, non ci sono particolari problemi da parte ecclesiale, se non quelli di venire incontro a tutta questa nuova gente che si affaccia in Libia per motivi di lavoro. Mi riferisco ai filippini, alle persone di lingua inglese che sono stati davvero preziosi durante la guerra. Devo dire che i filippini non hanno abbandonato gli ospedali, non sono andati via; se ne sono andate solo alcune famiglie con i bambini. Solitamente nei diversi ospedali di Tripoli, ma anche fuori, i filippini, come operatori sanitari, hanno dato una mano veramente grande, prodigiosa, nel servizio degli ammalati. Ora siamo in una nuova fase. La nuova situazione del paese ci trova impegnati a capire come possiamo essere presenti e come possiamo essere di aiuto. Perché qui, in un mondo mussulmano? Diciamo che la Libia è il mio paese, almeno lo considero come tale. Sono nato in Libia, sono vissuto in Libia per tanti anni, e poi tornando in patria per fare la mia preparazione al sacerdozio, ho pensato soprattutto alla mia vocazione francescana. San Francesco ha avuto proprio a cuore il mondo arabo mussulmano, l’ha avuto a cuore e ha voluto che i suoi frati andassero a testimoniare il carisma di Francesco, non tanto a predicare, non tanto a fare proselitismo, che non è gradito e non è nemmeno evangelico, ma essere testimoni della verità del Vangelo con la propria vita, con il proprio servizio. Francesco è stato veramente l’uomo che ha riempito i miei sogni della sua testimonianza e della sua presenza. Lei non ha mai abbandonato la sua gente. Non ha avuto paura? Soprattutto durante la guerra, penso che lo Spirito Santo mi abbia dato la grazia di essere cosciente di come il pastore non debba mai lasciare le sue pecore. Ero l’unico italiano a Tripoli, ma la presenza insieme a me di 4-5 frati che si prendevano cura delle varie persone, anche se con molte difficoltà, ci ha resi graditi alla gente che non ci ha mai fatto mancare nulla. Tenga conto che siamo in pieno centro con la nostra chiesa e con le nostre attività. Le stesse suore che lavorano nei centri sociali hanno mai subito da parte dei Libici segni di disprezzo. Cosa pensa della comunità internazionale? Si è comportata bene? Sono stato fin dall’inizio contro la guerra, perché ritengo che non sia la soluzione dei problemi. La guerra o le bombe non risolvono nulla, questo l’ho ripetuto più volte. Perciò mi sorprende che un’Europa civilizzata, che fa dichiarazioni di rispetto per i diritti dell’uomo, un’Europa che ha dato origine alle civiltà del mondo, abbia attaccato, in una forma diremmo quasi squallida, questo paese povero. Questo paese era stato apprezzato da tutti, dal quale tutti desideravano avere qualcosa, con il quale tutti desideravano essere amici perché potevano in qualche modo sfruttare il petrolio che c’era. Mi è difficile capire perché per aver il petrolio fosse necessario bombardarci. Perché forse non volevano Gheddafi. Forse. Eppure ancora pochi mesi prima avevano dato tanto onore a questo uomo che era venuto in Europa, Francia, Italia, Spagna, ricevendo ovunque tutti gli onori quasi fosse un re, e subito dopo contro di lui c’è stata un’aggressione scandalosa. Tutti coloro che prima erano amici per prendere il petrolio, poi lo hanno tradito. Quindi hanno fatto la guerra per il petrolio. E’ mai possibile fare una guerra per il petrolio? E’ una domanda che mi sono posto anch’io e che mi lascia perplesso… Perciò anche secondo lei la guerra è stata per il petrolio? E’ stata chiaramente una guerra per il petrolio. Devo ammettere che più di una volta ho espresso queste mie opinioni ai mezzi di comunicazione, ma adesso è difficile dire, difficile dare un giudizio a ritroso. Certo, penso che l’Europa deve poter trarre lezione da queste guerre che non hanno senso, deve poter almeno un attimo ripensare con saggezza il cammino dei popoli, compreso quello della Libia. Però è stato tolto un dittatore e la gente oggi può almeno pensare di andare verso una democrazia. Questo passaggio è stato chiaramente molto pesante a motivo della guerra, però era secondo lei un passaggio obbligato verso la democrazia? Sinceramente non so se era obbligato o meno, però posso dire che i libici erano contenti di liberarsi di Gheddafi. Gheddafi era diventato un incubo per loro. Tante volte mi hanno detto che quando passavo per le strade dovevo guardare a destra e sinistra per scoprire se c’era qualcuno che mi osservava. Non ero libero di essere, di fare, di dire, di guardare quello che volevo. Di sicuro la scomparsa di Gheddafi è stata una liberazione, però adesso occorre che l’Europa aiuti la Libia a ritrovare la libertà vera, non dico la democrazia, perché è difficile in questo contesto, ma almeno la libertà. L’Eni e la nostra Italia sono da sempre qui per affari, cosa ne pensa? Vede, l’italia è sempre stata molto vicina alla Libia. Sia prima di Gheddafi, sia dopo ci sono stati molti italiani a cogliere l’occasione degli affari certo, però c’è stata anche molta gente che ha saputo costruire una sincera amicizia. Direi che le persone semplici come i nostri coloni hanno saputo creare amicizia e non è facile cancellare questo ricordo nel cuore dei libici. Parlo dei coloni perché ho vissuto con la colonizzazione più da vicino e direttamente. Ho visto che i libici ci amano ancora, anche ricordando il periodo della colonizzazione. Il libico non sa dimenticare l’amico italiano che gli è stato accanto nei momenti difficili. Ecco, l’italiano povero ha saputo dare umanità, amicizia vera. Ci sono ancora molte armi in giro? Non glielo so dire, ma ci sono. Si sentono ancora degli spari. E’ un lavoro non facile quello di poterle raccogliere e mettere da parte. Le stesse autorità ancora non riescono a controllare il paese. Lei era ancora presente sul territorio quando Gheddafi ha evacuato tutti gli stranieri? Quale è stata la forza che le ha permesso di essere presente? Sono stato sempre presente, mentre gli stranieri sono andati via. Perché? perché avevano i loro interessi da salvare certo, ma anche perché avevano paura e in qualche modo volevano mettersi al sicuro. Io non avevo niente da salvare, avevo piuttosto un obbligo, una responsabilità come pastore di essere accanto alla mia gente. Sappia bene che il vescovo in Libia non è il vescovo degli italiani, ma il vescovo di tutti: asiatici e africani. C’erano tanti africani, quindi restare in Libia con loro significava restare come Chiesa, come comunità cristiana a servizio magari degli ospedali, degli ambienti più difficili in cui veramente bisognava essere attenti cercando di proteggerli. Che senso ha la Chiesa cattolica in mezzo all’islam? Questa è una domanda che più di una volta mi è stata posta. Noi siamo nel mondo mussulmano e chiaramente non si può dire che la nostra sia una presenza di evangelizzazione, volta cioè a convertire la gente. Qui la conversione è qualcosa di ben più profondo perché noi pensiamo realmente all’uomo e lo rispettiamo nella sua identità, e quindi vogliamo che sia in grado di poter scegliere liberamente, senza nessuna forma di pressione come potrebbe essere il proselitismo. Siamo qui per essere proprio testimoni della verità del Vangelo, testimoni di un Dio che è padre che ci vuole bene, e che desidera che noi siamo uniti in questo amore, in questo cammino di riconciliazione e di amicizia. Ora chiaramente la vita della Chiesa nel mondo mussulmano è una vita di servizio, per quello che è possibile, per quello di cui hanno bisogno e quindi nello stesso tempo di amicizia, amicizia profonda. I libici pare che capiscono questo perché vedono che noi non siamo interessati al guadagno economico, ma più che altro ad offrire un servizio negli ospedali tramite le suore e anche i cristiani comuni, soprattutto filippini, impegnati nel servizio sanitario. Ho saputo che lei aiuta i rifugiati della Nigeria, gli Eritrei, la gente che passa. Può parlarmi di questa immigrazione che da noi forse non è vista nel modo giusto? L’immigrazione in Libia è di lunga data, diciamo che era già iniziata con Gheddafi. Quando è partita con Gheddafi? All’inizio della sua presenza, dunque tra il 1975 e il 1980. E’ lui che ha aperto le porte all’Africa, è lui che voleva fare della Libia un paese africano, per cui invitava gli africani a venire in Libia senza porsi alcun problema. Purtroppo gli africani sono venuti , erano poveri e avevano bisogno di costruirsi un ambiente sociale possibile. Gli africani stessi hanno pensato quando vedevano le occasioni buone di passare dall’altra parte; si era creato anche un commercio, un traffico di persone. L’immigrazione è sempre stata una sfida in Libia, anche per la Chiesa, perché tanta gente povera faceva riferimento alla Chiesa per poter avere qualcosa, per poter avere un servizio, per poter essere aiutata. Non so se lei era presente venerdì scorso, ma abbiamo una presenza di africani sia sul piano culturale che in quello sociale. Sono tanti i poveri e ci sono malati che noi dobbiamo portare in ospedale. Veramente la Chiesa è impegnata fin dall’inizio ad aiutare tutta questa gente che viene in cerca di pane e di lavoro e poi magari anche di poter sbarcare dall’altra parte, pensando di poter forse migliorare le proprie condizioni. L’immigrazione c’è sempre stata e in alcuni momenti è stato possibile controllarla. Negli ultimi tempi però questo non è stato possibile. Molti africani, nigeriani, ganesi, soprattutto eritrei venivano e partivano. Abbiamo avuto una marea di gente, specialmente a ridosso della guerra, che non è stato possibile aiutare nella situazione di grave povertà in cui versava. Se la guerra è stata fatta per il petrolio, come vede questi avvoltoi? Gli avvoltoi ci sono stati e io non sono in grado di giudicarli, ma certamente spesso si è troppo preoccupati per le proprie cose e non per l’ambiente in cui uno vive; in questa situazione non mancano gli avvoltoi che hanno fatto paura e fanno ancora paura, perché più che aiutare vengono per depredare. Non voglio parlare di queste cose perché sono dolenti note, penso soltanto come possiamo aiutare la Libia in questo momento difficile perché possa liberarsi da tante angosce. E’ stata una esperienza difficile di guerra questo si, ma io ho fiducia che il popolo libico possa riprendersi e possa dare anche lezioni agli avvoltoi o alle persone che guardano alla Libia soltanto per sfruttarla. Mi auguro che ci sia questa capacità di ascolto e anche la capacità di osservare e saper trarre da questo popolo una lezione di pazienza. E’ un popolo che ha avuto tanta pazienza, è un popolo che non ha combattuto e che ha subito del male; un popolo che ha saputo accettare tutto con pazienza riuscendo a ritrovare se stesso attraverso la solidarietà con la propria gente. Ho fatto una mia riflessione: come può l’uomo, quest’ uomo che ha avuto un grande potere, ad un certo punto dissolversi e fare una fine così atroce? Oggi sono andato a visitare le rovine della casa di Gheddafi: un uomo che aveva tanto potere e del quale ora non resta nulla! La stessa cosa che è capitata a Stalin, a Hitler… L’uomo, a suo parere, cosa cerca? E’ difficile non provare una certa angoscia, nel vedere tutta questa situazione, questa miseria, queste mura rovesciate. Sono andato a Sirte ed ho visto anch’io il luogo dove Gheddafi si era rifugiato,e questo è stato per me un’esperienza molto triste. Gheddafi voleva resistere a quello che era il potere colonialista, il potere straniero. Resisterà fino alla fine: era un po’ la sua forza! La lezione che viene da questo uomo, che purtroppo ha fatto una fine terribile, è la resistenza contro la forza dello straniero, tuttavia ho pensato ad un fatto che mi ha fatto riflettere quando sono andato a Sirte e ho visto quel buco dove si era rifugiato Gheddafi. Un libico mi ha detto: vedi quello lì che era così forte, così grande, che voleva dominare le nazioni, la Libia; vedi che fine ha fatto? Ho pensato a Saddam Hussein, anche lui ha fatto una fine terribile, ma ha saputo almeno dire: mi arrendo! Gheddafi in quella condizione non l’ha detto, non ha fatto il nome di Dio, non ha chiesto scusa a nessuno, niente di tutto questo, ed è morto cosi. Questa è la lezione che io traggo: Saddam da quella fossa è venuto fuori e ha detto “Dio è grande”. Gheddafi non l’ha detta questa parola ed è morto come un cane. Proprio lui poco prima aveva detto ai Libici che avrebbero fatto la stessa fine di un cane. E’ triste pensare a questo uomo che ha fatto una simile fine, vittima della guerra sì, ma soprattutto vittima di se stesso. Fa’ pensare che un uomo di potere ad un certo punto non sa più cosa cerca e si dissolve nel nulla… Non è forse questo il motivo per cui voi francescani fate del concetto della rinuncia il vero potere? Le dico una cosa: se non c’è una certa esperienza di Dio, è difficile rinunciare al potere. Io credo che Gheddafi aveva una sua religiosità esteriore, ma non aveva l’esperienza di Dio, come ce l’ha un vero mussulmano, per questo è morto schiavo della sua prepotenza. Cosa spera per questo popolo? Il mio augurio e la mia speranza è che l’Europa possa aiutare la Libia a ritrovare una riconciliazione interna al paese e i libici possano essere capaci di accoglienza, tuttavia credo che bisognerà farlo con molta delicatezza. Il sistema usato da questo governo tecnico può essere un passo necessario che condurrà alle prossime elezioni? E’ un passo necessario, certo, non si può creare un governo se non c’è mai stata prima la possibilità di un esperienza di elezioni. La Libia è stata sempre sotto il dominio: prima c’è stato il re, poi è venuto Gheddafi. Ora si sta cercando di creare una democrazia, la possibilità di eleggere liberamente dei capi. Non è una cosa facile, però non c’è altra strada. Penso che ai libici si possa offrire in questo senso un aiuto importante e necessario, ma dobbiamo farlo con tanta delicatezza e tanta umiltà, proprio perché il libico è molto sensibile, è allergico ad una qualsiasi forma di imposizione. Si sente parlare di Trenta Clan: la strada che stanno percorrendo, secondo lei, è quella giusta? Io penso di sì, perché le piccole tribù cercano di crearsi delle forme di elezione e quindi di creare delle persone che siano in grado di poter governare. Stanno facendo dei lavori meravigliosi che non avrebbero mai fatto se non ci fosse stata un po’ la sconfitta della guerra. Sarà la strada migliore, speriamo, la strada che comunque hanno scelto loro. Però perché la stessa gente di Bengasi sta premendo per avere più rappresentanza lì dentro? Certamente. Prima erano solo un milione, adesso sono arrivati a due milioni e 200 mila si è detto ieri sera. Vuol dire che ci sono dei buoni motivi per prendere in mano le cose creando una propria responsabilità. Non le verrebbe voglia di ritirarsi in uno dei tanti monasteri italiani dove Francesco parlava agli uccelli? L’idealismo l’ho messo un po’ da parte. Ho davanti a me le molte urgenze del paese, tutta la mia gente, tutti i miei cristiani, tutti gli stranieri, soprattutto africani e filippini che lavorano negli ospedali, gli africani che lavorano in qualsiasi tipo d’attività pur di guadagnarsi il pane. Mi sento responsabile di questa gente che non ha patria, che non ha famiglia, che non ha governo; sono qui in balia della Libia, e la Chiesa è l’unica istituzione che in qualche modo li accoglie. La Chiesa è l’istituzione che in nome di Gesù dice: vieni, vediamo un poco come ti posso aiutare. Di fatto li aiuta a ritrovare se stessi e li aiuta anche a capire quello che è il loro posto in questa condizione sociale.