Ucraina

LA PIAZZA DELLA RESISTENZA

di Giorgio Fornoni Sono passati 40 giorni da quando le notti di piazza Maidan erano rischiarate dal bagliore degli incendi e delle Molotov lanciate sul selciato. La rivolta popolare contro il regime corrotto di Janukovitch aveva spinto centinaia di migliaia di persone a riversarsi nella piazza simbolo di Kiev per rivendicare una nuova vita all’Ucraina e una decisa svolta europeista. Il presidente aveva risposto con una determinazione brutale, impiegando non soltanto i mezzi militari, ma anche squadre di cecchini. Quella che era nata come una spontanea e pacifica esplosione di sdegno si era trasformata presto in una vera guerra civile, con un bilancio spaventoso: 103 morti, soprattutto giovani. Ma la politica del pugno di ferro non ha resistito a lungo. Dopo pochi giorni, di fronte alla mobilitazione popolare, il regime filorusso è crollato come un castello di carta. Janukovitch è fuggito rifugiandosi nelle braccia di Putin, il potere è imploso e l’Ucraina è rimasta di fatto senza un governo. Avrebbe potuto essere il trionfo del partito europeista, che chiedeva l’annessione all’Europa di un nuovo stato ex socialista. Putin ha risposto invece imponendo il blitz di un referendum in Crimea che ne ha sancito a stragrande maggioranza la secessione. Sorprende sentire Putin appellarsi al diritto all’autodeterminazione. In una Russia dove ci sono altre 21 crimee di diversa cultura, storia e religione, dalla Cecenia al Daghestan, all’Inguscezia, che vorrebbero soltanto averlo anche loro. Cataste di gomme, grovigli di filo spinato, barricate, bandiere giallo azzurre che sventolano ovunque, il selciato ancora divelto, con le pietre pronte ad essere scagliate. Sono arrivato sulla piazza Maidan di mattina presto, con l’aria ancora frizzante di una notte di inizio primavera. Su quella che è stata ribattezzata EuroMaidan, si respira ancora un’atmosfera da Day-After. Non è cambiato molto in questi 40 giorni. Ci sono ancora le tende di chi vuole mantenere vivo il presidio sulla piazza, dalle quali si leva il fumo delle stufe e delle cucine da campo. Dove è stato versato il sangue dei caduti, giovani soprattutto, uomini e donne, la gente ha deposto lumini e fiori. I ritratti degli eroi della resistenza ucraina sono ovunque e su tutti campeggia quello di un bieco Putin, dipinto come un nuovo Hitler. Molti degli occcupanti sono persone anziane, vestite con vecchie tute mimetiche. Chiedo ad una donna di spiegarmene la ragione. “Sono ex combattenti dell’Afghanistan al tempo dell’occupazione russa”, mi risponde. “Anche loro si sono schierati con noi”. L’immagine di quei giorni che hanno fatto conoscere al mondo la piazza Maidan vive anche nella facciata annerita dagli incendi del palazzo dei sindacati, dato alle fiamme dalla milizia di Janukovitch. Al terzo piano, accerchiato dalle fiamme, è stato trovato pochi giorni fa il corpo irriconoscibile dell’ultimo caduto della rivoluzione, il numero 104. I manifestanti hanno anche sfondato le barriere che proteggevano la villa del dittatore. Un parco da 140 ettari con laghetti, ville principesche, un eliporto, yacht di lusso, diventato il simbolo di un regime impopolare e corrotto. Col sorgere del sole, la piazza si riempie ancora di gente. Vengono qui da tutta l’Ucraina, in una sorta di pellegrinaggio in quello che è diventato il luogo simbolo della rivoluzione. Il sogno degli indipendentisti è affidato oggi alle votazioni del 25 maggio prossimo, quando gli elettori saranno chiamati alle urne per designare un nuovo governo. In corsa c’è anche Yulia Timoshenko, strappata al carcere dagli insorti poco prima della fuga di Janukovitch, la pasionaria già protagonista della rivoluzione “arancione” nel 2004. E’ a lei, nonostante le ombre di corruzione che circondano la sua persona, che si affidano le speranze di una Ucraina sottratta definitivamente ai tentacoli della piovra Russia, sostenuta dall’Europa e dagli Stati Uniti. “Dove siete voi europei? Non capite che qui è in gioco il nostro e il vostro futuro?” E’ un giovane biondo con il giubbotto antiproiettile sulla T-shirt che richiama la mia attenzione. “Noi qui combattiamo per la libertà, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto”. Ci sono anche tante ragazze sulla piazza. Aiutano nella preparazione dei pasti distribuiti gratuitamente, zuppe di rape rosse, passano volantini, animano cori improvvisati. C’è una sorta di maledizione che grava sul futuro dell’Ucraina e rende difficile capire come possa evolvere la sua avventura politica. Fin dalla prima rivoluzione, quella “arancione”, è apparso chiaro che l’Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, è una pedina fondamentale nel grande gioco della strategia tra la Russia e l’Occidente. Sul suo territorio transitano i più importanti gasdotti che trasportano l’energia dei giacimenti russi, kazaki, uzbeki e turmeni, vitale per l’Europa, inquinando ogni scelta politica nella rete degli interessi contrapposti. E’ questo che spiega anche la sostanziale indifferenza dell’Occidente di fronte all’occupazione di fatto della Crimea. Le sanzioni contro la Russia e la sua esclusione dal G8 appaiono, agli osservatori più attenti, scelte strumentali, ma di fatto ininfluenti. La realtà è che nella partita la Russia di Putin, forte degli accordi commerciali firmati e del rubinetto delle forniture energetiche, continua a giocare un ruolo da protagonista assoluta, contando su una sostanziale sudditanza della politica comune europea. Ci sono tante altre questioni irrisolte nella crisi ucraina. A cominciare dalla situazione dei Tatari della Crimea. Paradossalmente, i Tatari, che erano stati deportati ai tempi di Stalin, si ritrovano assegnati alla Russia. Hanno deciso, nella quasi totalità, di non partecipare al referendum, e nonostante le aperture e le promesse di Putin continuano ad appoggiare il governo provvisorio di Kiev. Resta esplosivo anche il problema delle città ucraine filorusse, come Donestk, dove già sono in atto forti tentativi di destabilizzazione. Anche, a detta degli ucraini, con l’invio di armi e manifestazioni pilotate dall’esterno che chiedono referendum analoghi a quello della Crimea. La partita rischia di scivolare anche sul piano militare, vista la pressione di truppe e mezzi sfoggiata da Putin lungo i confini. Da parte ucraina si chiede invece una risposta altrettanto decisa delle truppe Nato, una scelta che gli Stati Uniti non si sentono ancora di sostenere con la forza necessaria. In piazza Maidan, accanto alle bandiere ucraine, sventola ovunque anche quella dell’Europa. Non è ancora morta la speranza di chi continua a nutrire il sogno di appartenere all’Occidente. Era questo il grido degli insorti di Kiev ed è ancora questo il sentimento più diffuso nel paese. Alla sera, la piazza ancora gremita si trasforma nuovamente nell’anima della resistenza. Dal palco centrale gli altoparlanti rimandano gli appelli, le musiche, gli inni di chi teme più di ogni altra cosa di restare solo. All’Europa, la gente di piazza Maidan ha chiesto e chiede ancora di intervenire, e rapidamente. Anni di malgoverno e di ruberie hanno dissanguato l’economia ucraina, che si trova ora a dover fronteggiare anche i debiti accumulati nei confronti della Russia. Nella notte incombente le note dell’inno nazionale infiammano e commuovono giovani e anziani, uniti nella speranza di libertà e di pace. Accanto a me vedo donne che piangono, uomini che cantano in modo solenne con le mani sul petto, rinnovando il loro giuramento. La gente di piazza Maidan è decisa a non arrendersi. Viene da chiedersi se anche l’Occidente saprà mantenere le sue tante promesse. Giorgio Fornoni