Nicaragua

nicaragua 2

LA LUNGA STRADA DELLA PACE

di Giorgio Fornoni/Luciano Nervi

(L’Apostolo di Maria – febbraio 1991)

Due possono essere le ragioni che rendono oggi il Nicaragua di attualità. La prima è l’avvicinarsi del ’92 come anniversario della scoperta del Nuovo Mondo, e il Nacaragua fa parte di quell’America Centrale che Colombo per primo visitò. La seconda è che un anno è già trascorso dalle elezioni politiche che hanno posto termine a dieci anni di governo sandinista e all’avventura cristiano-socialista nel paese. Han dato fiducia a Violeta Chamorro, ma la luna di miele è da un bel po’ finita. I vescovi dell’America centrale e Latina si stanno preparando da tempo alle celebrazioni per ricordare il quinto centenario dell’inizio dell’evangelizzazione dei loro paesi. Lo faranno con la IV Conferenza generale dell’episcopato latino americano a Santo Domingo l’anno prossimo. Ma se la Chiesa ufficiale parla di scoperta e conseguente evangelizzazione, molti cristiani delle comunità di base del Nicaragua e paesi vicini chiamano l’operato di Colombo semplicemente conquista, con tutto quello che questo termine si porta dietro di brutalità, di spietatezza, di avidità e di morte. Gli ecologisti dicono che Colombo ha dato il via alla distruzione di un paradiso in cui l’uomo era in completa armonia con la natura. I difensori dei diritti civili accusano il bianco di avervi portato l’encomienda, un termine spagnolo per indicare un latifondo dato al conquistatore il quale diventava padrone della terra e di tutti gli indios che vi vivevano sopra: abusi, schiavizzazione, lavoro forzato e… battesimo obbligatorio per tutti. E’ quello il tempo, dicono, in cui si sono seminati i semi dell’ingiustizia, del latifondo, dello sfruttamento umano che portano frutti velenosi a tuttoggi. E il povero Cristoforo Colombo sembra l’unico responsabile di questo immenso sfacelo! Luna di miele finita L’altro anniversario: è un anno che il socialismo è stato bocciato in Nicaragua, nel febbraio scorso. Anche se è un fatto interno al paese esso si iscrive nella rotta o sconfitta che il comunismo sta avendo su tutte le piazze del mondo. Questo paese che per 10 anni era stata la nuova Cina, il paese-guida del socialismo reale che aveva attirato tante attenzioni, simpatie dagli uomini della sinistra mondiale, aiuti, volontariato internazionale, ha chiuso democraticamente con l’esperienza sandinista, con grande delusione di chi ci credeva in questa aurora cristiano-socialista. Grande entusiasmo invece da parte dei “capitalisti” che vedono una nuova affermazione del loro sistema. “Ma la luna di miele è già finita – dice Giorgio Fornoni che ha visitato il Nicaragua poco fa e le cui foto illustrano questo speciale – gli scioperi sono all’ordine del giorno, le promesse fatte dalla Chamorro nella campagna elettorale non sono state mantenute, gli scontenti crescono di numero ogni giorno che passa, ovunque si vedono fucili, pistole, mitra… basta un minimo per ricominciare una lotta fratricida”. La storia recente del Nicaragua è emblematica e porta l’impronta di interessi che il Grande Fratello del Nord, gli Stati Uniti, ha nei paesi del Centro America: è come se fossero il suo cortile di casa! Prima l’ha invaso, poi ha sostenuto Somoza e la sua dittatura feroce, poi quando i guerriglieri sandinisti (Sandino, un soldato che con un piccolo esercito tenne in scacco per anni in marines) giunsero al potere, foraggiò con armi e denaro i contras che per tutti e dieci gli anni furono una spina nel fianco del governo legittimo. Con l’elezione di Violeta ha promesso aiuti consistenti per far decollare l’economia del paese, ma la crisi del Golfo e il fatto che i sandinisti più moderati, capeggiati dall’attuale ministro della difesa Umberto Ortega, fratello dell’ex presidente Daniel, collaborano col governo, gli han fatto dimenticare ogni promessa. Così in Nicaragua l’inflazione continua a galoppare e tutto sembra andare in malora. L’economia di mercato che si sta di nuovo introducendo non perdona. E se da una parte riappaiono i ricchi scappati a Miami dieci anni fa all’avvento dei sandinisti e con loro le macchine di lusso e qualche investimento economico, dall’altra i più poveri che prima avevano la luce, l’acqua, il gas e il ricovero gratuito all’ospedale, ora devono pagare tutto e i pochi soldi che rimediamo valgono sempre di meno. La dignità della donna “I murales, simbolo di una società che voleva migliorare, scolorano sui muri – dice ancora Giorgio – il popolo si vede annullare le conquiste fatte negli anni passati costate tanti sacrifici, ritorna a circolare la droga e rifiorisce la prostituzione: due piaghe che i sandinisti avevano debellato. Ho conosciuto Doris, 4 figli a carico, un marito che si fa vivo ogni tanto e ritorna a casa quando è ubriaco e picchia lei e i figli. Al tempo del Fronte era la responsabile di quartiere, una specie di assistente sociale. Con Violeta ha perso il lavoro e ora vive di espedienti. Il programma dei nuovi governanti è di allontanare le donne dalla produzione e farle ritornare in casa, da buone casalinghe. Il sandinismo favoriva la loro emancipazione pur in un paese in cui il macho, l’uomo grintoso, è colui che decide tutto. Ora si è tornati indietro. In più i mariti disertano la casa e una buona metà delle donne sono praticamente sole ad allevare i loro figli. Ma i dieci anni di sandinismo non sono passati invano: ora si riuniscono e trovano il coraggio di denunciare le violenze del marito – padrone. I loro sindacati non vogliono accettare passivamente la ventilata chiusura dei centri infantili, la riduzione del salario, i licenziamenti… La rivoluzione ha dato loro una dignità e, siano esse del Fronte o della Uno – partito della Chamorro – non c’è governo che possa togliergliela”. Dualismo nella Chiesa Su 3 milioni e 400mila abitanti, dispersi in un territorio che è un terzo dell’Italia, i cattolici sono 3 milioni e 100mila. La quasi totalità: frutto di un lavoro intenso di evangelizzazione a cui già dal 1526 si dedicarono Francescani, Mercedari e Domenicani. Tra questi ultimi resterà famoso Bartolomeo las Casas, difensore degli indos e nemico dell’encomienda nonché accusatore della gerarchia ecclesiastica consenziente. Da allora si protrae questo dualismo nella chiesa nicaraguense: la gerarchia a difendere l’ordine prestabilito, la base in lotta per ottenere migliori condizioni di vita per la maggioranza povera. Durante il periodo elettorale la chiesa ufficiale, che precedentemente e specie nella persona del suo uomo più rappresentativo, il cardinal Obando Y Bravo, si era data da fare per arrivare a una riconciliazione tra sandinisti e contras, si è schierata insieme alla borghesia, ai proprietari terrieri, agli industriali per la coalizione di Violeta che ora la premia reinvestendola degli antichi privilegi e aiutandola per la ricostruzione della cattedrale di Managua distrutta dal terremoto del 1972. Le cristianità di base invece di parteggiavano apertamente per il Fronte. Hanno accolto male la sconfitta e criticano la gerarchia di non aver preso le distanze dai contras ai tempi della guerriglia. Per essi rimane sempre valida la via del socialismo cristiano, purché popolare e democratico. “Il socialismo reale è morto – scrive Pedro Casaldaliga, prete clarettiano – viva il socialismo utopico… e continui a morire il capitalismo. Molti preti stanno vivendo situazioni di clandestinità ecclesiastica, di una certa difficoltà nei rapporti con le autorità ecclesiali. All’inizio avevamo scrupoli in simili situazioni, ma se veramente stiamo cercando di essere sinceri con la nostra coscienza nel servizio alla Causa del Regno non dobbiamo soffrire”. E pensare che il Papa, in una lettera ai religiosi dell’America Latina dello scorso luglio, anche lui in vista del quinto centenario dell’evangelizzazione, li ha invitati a “esprimere senza ambiguità né reticenze una perfetta comunione con i pastori della chiesa”! Una chiesa che comunque paga spesso di persona: vedi Mons. Romero, i 6 gesuiti uccisi nel Salvador, le suore trucidate in Honduras… I monfortani in Nicaragua Ci sono anche i missionari monfortani in Nicaragua, precisamente a Santo Tomas, e Giorgio è stato loro ospite. “Ci sono arrivato in una giornata piovosa. Dei tre padri che formano la comunità, due sono americani – uno era assente, in vacanza negli Stati Uniti – e un colombiano. Pedro, l’altro americano, era appena rientrato dopo un giro di parecchi giorni fatto a cavallo per visitare la varie cristianità sparse per i monti. La loro infatti è una zona agricola fertile ma montagnosa e senza vie di comunicazioni. Qui comandavano i contras durante la guerriglia e loro si sono sempre trovati tra due fuochi. E l’impressione che avevano e che hanno tuttora è di sentirsi completamente abbandonati dal mondo civile, come se non esistessero. “Sono coinvolti nel sociale. Asili, cooperative…dirigono una scuola privata che è la più importante della zona anche se ci sono pure altre scuole governative. “E’ una zona di piccoli proprietari terrieri che con l’attuale governo hanno più possibilità di guadagni. E i padri sono con loro: chiara la preferenza per questo governo, disapprovazione per i sandinisti…”. Oltre i monfortani Giorgio ha incontrato anche don Ernesto Cardenal, l’ex ministro della cultura nel primo governo Ortega, frate trappista fondatore della comunità di Solentiname, il poeta più insigne dell’America Centrale. “Mentre su un barcone mi avvicinavo all’arcipelago del Solentiname – continua Giorgio – leggevo su un libretto la poesia del Cardenal Due del mattino. E’ l’ora dell’ufficio notturno: “Le luci del palazzo di Somozza sono accese. E’ l’ora in cui si riuniscono i Consigli di guerra ed i tecnici della tortura scendono nelle prigioni. L’ora della polizia segreta e delle spie, quando ladri e adulteri fanno la ronda alla case e si nascondono i cadaveri. Un corpo cade nell’acqua. E’ l’ora in cui i moribondi entrano in agonia. L’ora del sudore nell’orto e delle tentazioni. Fuori i primi uccelli cantano tristemente, chiamando il sole. È l’ora delle tenebre. La chiesa è fredda come piena di demoni, mentre nella notte si continua il canto dei salmi”. “Già dal 1966, in piena dittatura di Somozza, Cardenal fonda in queste isole sperdute del grande lago Cochibolca (qualcosa come 23 volte il lago di Garda) una comunità di contadini poverissimi con l’intento di approfondire la fede cristiana, di portare avanti un impegno sociale e la lotta politica, di dar sviluppo alla creatività artistica popolare. Quest’ultimo aspetto è quello che ha reso famoso Solentiname, attraverso bellissimi dipinti naϊf dei suoi contadini. “A Solentiname, pur vedendo ancora persone in attività artistiche, ho avuto la sensazione che tutto stesse andando in sfacelo. Bellissima la chiesa, decorata con arte primitivista, dove ogni domenica si continua a celebrare la Messa della comunità. Ma Cardenal non c’era. L’ho incontrato a Managua, il giorno della partenza. Mi ha consegnato il suo ultimo libro Cantico Cosmico con dedica, da dare al suo grande amico italiano Davide M. Turoldo. Questo minuscolo monaco trappista dai capelli bianchi mi ha affascinato”. Quale memoria “L’aereo su cui volo – conclude Giorgio – fa scalo a Madrid. Mentre scendo per sgranchire le gambe mi trovo accanto a Tomas Borge, uno dei tre mitici fondatori del Fronte. Lo saluto e scambio qualche parola di convenevoli. “Arriviamo nella hall e qui siamo spintonati da uno stuolo di fans che stanno inseguendo impazziti i giocatori del Milan, anche loro in partenza per l’Italia dopo aver giocato non so quale partita. Ci passano accanto e non degnano neppure di uno sguardo il vecchio guerrigliero. I loro idoli sono altri…”. Chi ricorda i vecchi eroi? Rimarrà qualcosa della decennale esperienza socialista-cristiana del Nicaragua?