MONTE ATHOS La Scala del Cielo

di Giorgio Fornoni

 

di Giorgio Fornoni Un mondo fuori dal mondo, un lembo di terra quasi inaccessibile stretto tra la montagna e il mare, isolato da secoli e roccaforte dell’ortodossia athonita. Su questo gigantesco scoglio affondato nell’azzurro mare dell’Egeo il monaco Atanasio, nell’anno 963, iniziò a costruire il monastero Megisti Lavra, il primo ai piedi del monte Athos, la Montagna Sacra già venerata nella Grecia classica. Fu lui, con un colpo di bastone a far scaturire dalla roccia calcarea della montagna, una vena d’acqua limpida indispensabile alla sopravvivenza in quel luogo. Fu lui a richiamare su quel promontorio solitario generazioni di monaci ed eremiti disposti ad abbandonare ogni tentazione del mondo e ogni altro legame. Fuori dai confini di quella che da 1000 anni è la Repubblica autonoma del Monte Athos restano ancora oggi le donne, gli animali domestici, il denaro, e perfino le leggi dello stato ellenico. La Repubblica conta oggi duemila monaci, eremiti e asceti persi in venti monasteri e una infinità di romitori isolati. “Il regno senza corona, la nazione senza un esercito, la terra senza donne, la ricchezza senza il denaro, la saggezza senza scuole, la cucina senza la carne, la preghiera senza fine, il legame permanente col cielo, l’inno infaticabile a Cristo, la morte senza rimpianti”. San Nicola di Serbia definiva così quell’utopia religiosa che stava nascendo tra la terra e il cielo. Mura massicce di pietra, torri squadrate come castelli medievali, terrazze di legno sospese ad altezze vertiginose. Così si presentano dal mare i primi monasteri navigando verso Dafni, la porta d’accesso allo stato della fede. Per entrare occorre una autorizzazione speciale, il diamonitirion, che dà diritto ad alloggio e vitto per tre giorni soltanto. Pater Nicolaos, il monaco che ci accoglie, sarà il nostro accompagnatore attraverso le strade sterrate che uniscono i venti monasteri e le skiti, cioè le abitazioni più isolate, in realtà piccole aziende agricole indispensabili alla sopravvivenza della comunità, previste anche dalla regola generale dell’ordine athonita. In questa caletta nascosta, scorgiamo alcuni monaci che preparano il carico per i muli. Questo è l’unico mezzo per rifornire dal mare le skiti più isolate e lontane. All’esterno c’è la luce accecante del mare greco, un’esplosione di colori dominata dal blu, dal bianco e dal verde. Basta sorpassare il portale d’accesso di un monastero per entrare di colpo in un’altra dimensione, l’oasi cercata da generazioni di religiosi, un mondo buio e segreto, un labirinto di passaggi e penombre. Le chiese hanno le pareti interamente affrescate di immagini sacre, ci si immerge nei fumi inebrianti dell’incenso e nel salmodiare solenne dei monaci. Tra le lame di luce che entrano dalle feritoie delle pareti si stagliano le barbe e le lunghe tuniche nere di chi ha trovato qui la ragione del proprio essere. In alto incombono la figura ieratica del Cristo Pantocrator e i lampadari dorati sospesi. Pareti mobili di legno affrescato nascondono lo spazio sacro oltre l’altare riservato soltanto ai sacerdoti. Il patrimonio più prezioso e venerato è rappresentato dalle icone, dipinte su lamine d’oro, con una tradizione che risale all’epoca bizantina. Davanti a loro si prostrano in continuazione monaci e fedeli che baciano le immagini della Madonna col Bambino, del Cristo redentore e dei santi della cristianità ortodossa. La vita sul Sacro Monte non si ferma mai. Ogni monastero ha i propri orari di culto e di devozione. Già alle 3 di mattina si odono le litanie e i canti del monaci, all’interno di buie navate rischiarate soltanto dalle fiammelle delle candele. Ma i monaci si alzano già un’ora prima e si preparano individualmente alla preghiera. Le orazioni si protraggono per quattro ore. Si dedicano poi al lavoro manuale e verso le 14 tutti si riuniscono nel refettorio, ammantato della stessa sacralità delle loro chiese. Ci si siede attorno a tavoli di pietra a ferro di cavallo e in silenzio, davanti ad un pasto frugale interamente vegetariano che diventa anch’esso un rito rigidamente codificato. Si mangia una volta al giorno e soltanto quando l’Igumeno, l’abate capo del monastero dà l’ordine, al suono di un campanello. Il pasto si consuma in fretta, perché il cibo deve nutrire, non dare piacere. Ad un altro segnale dell’Igumeno, ci si alza e ci si dispone in fila. Esce l’Igumeno seguito poi da tutti i monaci in ordine gerarchico. I monaci sfilano infine davanti all’abate fermo fuori dalla porta del refettorio, inchinandosi, baciando la sua mano e ricevendone una benedizione. Poche ore di riposo e ritorneranno tra gli incensi, i canti e le candele. Tra le immagini dipinte che scandiscono ogni passo dei monaci, nei porticati e nei corridoi all’entrata delle chiese, ricorre quasi ossessivo il tema dell’Apocalisse, con diavoli, fiamme, cavalieri, draghi e animali mostruosi. È la paura di questo inferno a condanna delle tentazioni materiali e terrene, che popola il mondo interiore dei monaci e li allontana da qualsiasi contatto con il mondo esterno. Una sensazione così forte che fa loro sfuggire perfino lo sguardo di chi viene da fuori, che siano visitatori, pellegrini o fedeli. Ortodossia significa “via giusta”, quella scelta nello scisma d’Oriente del 1054 che divise in due la Cristianità. E “via giusta” significa per loro anche rifiuto di qualsiasi cambiamento e ripudio di qualsiasi proposta di compromesso sul cammino intrapreso. C’è però un altro Athos, ancora più misterioso e segreto. È quello dei numerosi eremiti e asceti che hanno scelto una via solitaria sulla montagna, arroccati in grotte e romitori sulle pareti a picco sul mare o tra le rocce più in alto. Ai loro rifugi si giunge soltanto con sentieri vertiginosi o fragili scalette sospese in verticale. È impossibile incontrarli. Si possono scorgere soltanto le loro esili figure che si arrampicano tra le rocce. La loro scelta è stata ancora più radicale: hanno tagliato i ponti non soltanto col mondo ma perfino con i loro confratelli, persi in una prospettiva che guarda ormai soltanto all’Aldilà. Parla PADRE PAVLOS DI MEGISTI LAVRA ED UN PENSIERO DI PADRE MAXIMOS Giorgio Fornoni: Vivete in questo mondo ma non fate parte della massa di questo mondo contemporaneo, qual’è la vostra opinione? P. Pavlos: Il monaco, dal momento che diventa monaco, si libera da alcune caratteristiche della vita da laico. Ecco perché ha scelto di diventare monaco, altrimenti rimarrebbe parte del mondo comune. Così come Gesù Cristo: si trovava tra la gente della sua epoca, ma non seguiva i desideri e il modo di vivere degli altri. Diventando monaco ci si libera dalle cose della vita da laico, ed è ovvio che debba accadere così. È una scelta personale. Non si può diventare monaco e seguire abitudini da laico, non ha senso a questo punto di scegliere di diventare un monaco. G.F.: Voi che parlate di amore e fraternità come mai non accettate facilmente la riunione con la Chiesa Cattolica? Perché questa vostra posizione dura? P.P.: Noi accettiamo, ma su quale base si deve porre questa accettazione? Il dialogo deve esserci e i rapporti si devono mettere su basi ecclesiastiche, teologiche e non su una base di atteggiamento sociale. Sono ben diversi i rapporti ecclesiastici dai rapporti sociali. La nostra non è una posizione che impone di smettere ogni rapporto e comunicazione con la Chiesa Cattolica, però è una questione che si deve muovere attraverso processi teologici, un dialogo teologico, su una base sincera e concreta. Assolutamente non deve svolgersi su una base di carattere sociale al di fuori del carattere teologico. Il dialogo è necessario! Senza questo non si può fare niente, altrimenti come possiamo avvicinarci? G.F.: Quindi considerate punto importante mettere tutto sulla base teologica … P.P.: Si, diversamente ogni dibattito non avrà successo. Proprio per questo non si evolve la questione, mancano le basi teologiche, manca il dibattito teologico – ecclesiastico. G.F.: Parlate di preghiera per raggiungere la morte serena, dal momento che istintivamente l’uomo cerca di vivere il più possibile. Cercando allora la longevità, come parlate voi monaci di questo processo attraverso la preghiera per poter cercare una condizione di felicità dopo la morte? Come riesce una persona a vivere con questo traguardo, secondo la vostra esperienza monastica? Come è possibile poter concentrarsi su una condizione dopo la morte, mentre d’istinto ogni essere umano cerca di vivere e raccogliere esperienze nell’arco della sua vita? P.P.: Dal momento che l’uomo ha un limite di vita biologico e dal momento che crede nel dopo morte, si pone la questione sul suo comportamento. Se il monaco si dedica a Dio, con il presupposto che si tratta di una decisione frutto della sua volontà ed è una scelta che lo rende felice interiormente, e partendo dal fatto che questa vita ha come aspettativa la vita oltre la propria morte, cioè la vita eterna, allora le condizioni di vita in questo mondo passano in secondo piano. Si tratta in ogni caso di una fase transitoria. Ecco perché si parla dell’amore verso il Signore: se il monaco vuole vivere questa esperienza è necessario liberarsi dalle caratteristiche della quotidianità laica. Ma non significa automaticamente una contrarietà verso l’uomo laico. Anzi, il contrario. Dalla nostra tradizione si hanno esempi di persone che ritirandosi dalla vita laica e diventando monaci hanno dimostrato un amore immenso per l’uomo comune. San Vissarion ne è un esempio: egli aveva donato tutti i suoi beni e, trovandosi sulla strada per Alessandria, si presentò davanti a lui una vedova con dei bambini che chiedeva aiuto. Per aiutarla ha venduto se stesso a dei pagani e con i soldi ha aiutato la vedova a nutrire i propri bambini. I pagani appena saputo questo fatto si sono meravigliati e sono divenuti cristiani. Anche oggi i monaci che si sono contraddistinti per la loro virtù, come padre Paisios, padre Efrem ed altri ancora, hanno tutti dimostrato un amore immenso verso il loro vicino. L’hanno fatto con ogni persona che si è avvicinata a loro. G.F.: Un'altra domanda: tutte le religioni pensano che la religione giusta sia la propria. Lei cosa pensa sulle altre religioni, sul buddismo, sull’islam, … Tutti credono di essere nel vero e nel giusto, riesce ad accettarlo? Cosa può legarvi e soprattutto, tutte queste religioni possono essere buone per l’ascesa al cielo? P.P.: Secondo la percezione cristiana, Cristo è il figlio di Dio e la Chiesa è stata creata da Lui stesso; è per questo che Gesù è arrivato. Questa è la percezione di base per i cristiani. Per le altre religioni, almeno per la maggior parte di esse, pare che esse siano create dagli uomini. Anche se si guarda nel contesto teologico di alcune e che cosa predicano questo appare come qualcosa di ovvio. Le intenzioni e la posizione verso le altre religioni non devono essere offensive. Possiamo dire che in ogni caso ci deve essere amore anche verso persone di diversa religione. Poi se altre religioni assumono una posizione violenta verso il cristianesimo questo diviene più difficile. Il Cristianesimo ha predicato l’amore, non esiste nel cristianesimo la violenza. Alcuni casi di violenza sono stati frutto delle scelte umane e non fanno parte della percezione vera del Cristianesimo per quello che è il comportamento verso il vicino o per la diffusione della fede. Gli apostoli non hanno applicato la violenza, al contrario sono stati vittime di violenza e tanti di loro sono dei martiri. Io non conosco dei martiri di altre religioni a causa del cristianesimo, se non per eventi che non sono accaduti secondo i principi della fede cristiana bensì per scelte politiche, come nel caso delle Crociate o ancora per l’immischiarsi della Chiesa nella politica. Queste sono delle cose che non appartengono alla Chiesa, ci sono dei limiti nelle sue azioni. La violenza non fa parte della Chiesa. G.F.: I rapporti come sono al momento con le altre religioni? P.P.: Non c’è una regola generica, i rapporti vengono stabiliti dalle persone. Alcune persone sono tolleranti ed altre troppo offensive. Oppure altre persone hanno una certa politica per non far vedere lo scopo che hanno in realtà. G.F.: Un uomo del Monte Athos si crede uguale a tutti gli altri o si crede unto dal Signore? P.P.: Non esiste distinzione fra le persone. Tutti gli uomini sono parte della Chiesa. La scelta di un modo di vivere particolare non significa una distinzione dalle altre persone (laici), tutti siamo uguali dinanzi a Cristo, siamo fratelli senza differenze. Tra l’altro l’umiltà è molto importante. Se qualcuno si vuole distinguere, deve considerare se stesso tra gli ultimi. L’umiltà è una delle virtù di base per il monaco. Il monaco non si deve far vedere o avere delle cariche e decidere sugli altri. Un monaco considera il suo vicino un fratello, uguale a lui, caso mai si presenta molto più umile davanti agli altri uomini. Se alla fine ci si riesce è un altro parametro umano. P. Maximos: È in realtà quello che sentivo, galleggiare proprio in un mare di felicità. Era una esperienza indescrivibile per me stare accanto ad una persona del genere. La vita in realtà è molto dura se non hai delle persone sante come padre Paisios, e solo dopo aver avuto l’occasione di conoscerle si può capire il significato del cambiamento e della gioia di cui vi parlo.