Liberia - Mamba Point

LIBERIA: TERRA DI LIBERTA’?

di GIORGIO FORNONI (L’Apostolo di Maria – agosto 1996)

Con il Sudan e la Somalia, la Liberia è un altro punto caldo dell’Africa in cui si combatte una guerra “dimenticata” dai mezzi occidentali d’informazione. Siamo all’aeroporto di Freetown, la capitale della Sierra Leone, Cif James, comandante dei marines americani, ci dice: “state pronti, alle due del pomeriggio si decolla, siete in dieci di diversa nazionalità”. Sono le ore 8 del 20 maggio ’96. Gli stessi elicotteri usati per evacuare i residenti stranieri, consentono ai giornalisti, in due ore di volo dalla Sierra Leone, di sbarcare senza alcuna difficoltà in quel Far West senza legge che oggi è la Liberia. Sto andando verso una guerra “dimenticata” che non fa più notizia anche se ha il bilancio tragico di 200 mila morti e un milione e mezzo di sfollati. Un forte temporale e grosse nubi a bassa quota, ci obbligano ad atterrare sulla portaerei USS GUAM, al largo di Monrovia, dotata di decine di grossi elicotteri ed equipaggiata da 1.800 marines pronti ad intervenire. A tarda serata possiamo decollare nuovamente ed atterriamo all’ambasciata americana. Gli elicotteri ripartono, noi lasciamo i cancelli dell’ambasciata alle nostre spalle e ci troviamo in zona di conflitto. Un camioncino furgonato (un tempo usato per il trasporto del pesce) ci raccoglie e ci porta all’interno del cortile dell’Hotel Mamba Point, dove sono asserragliati i giornalisti. Un gioco tragico Ecco la cronaca di un giorno qualsiasi nelle strade di Monrovia. La cronaca di una giornata di ordinaria follia, dove una quiete surreale è rotta di colpo dalle raffiche dei mitra, dove il confine tra la vita e la morte dipende solo dal capriccio dei proiettili vaganti. Ci siamo tuffati in questo caos, corrimano in prima linea per vedere e toccare la realtà di questa angosciante atmosfera, per poter leggere di fatto la situazione che giorno dopo giorno stravolge la vita di questo paese. Nel vuoto istituzionale creato dalla dissoluzione dello Stato liberiano, emergono prepotenti le radici ancestrali dell’Africa. Con i loro valori, ma anche con una brutalità primitiva e feroce che può esprimersi anche nelle forme delle mutilazioni ai cadaveri, dei riti vodù, perfino nel cannibalismo rituale. I guerriglieri, con un po’ di birra o qualche droga eccitante, sono ormai carichi a dovere, pronti allo scontro con le bande avverse. La battaglia tra le fazioni che si richiamano al generale Johnson e al generale Taylor, in questo momento entrambi al sicuro all’estero, si consuma in una serie di rapidi scontri agli incroci, cariche, fughe altrettanto precipitose, ma soprattutto in una esibizione individuale e tutta africana di spavalderia e coraggio di fronte al nemico. Sembrerebbe quasi una farsa, se non fosse per il pericolo reale dei proiettili che fischiano nell’aria, ma soprattutto per il rischio mortale di restare isolati ed essere circondati dalla banda avversaria (nessun pericolo per giornalisti e fotografi). In questa guerra non esistono i prigionieri: chi cade a terra viene immediatamente massacrato e fatto a pezzi da una selva di bastoni, baionette e pugnali. La battaglia è durata un paio d’ore, per oggi non ci sono stati morti, ma gli uomini di Johnson hanno conquistato qualche isolato in più del loro territorio. Arriva l’agognato momento del saccheggio, l’unica ricompensa concessa ai loro bravi dai “Signori della guerra” che li manovrano a distanza ubbidendo a contorte logiche di potere e agli interessi economici delle multinazionali straniere come ho già detto: il caucciù, il legname pregiato, l’oro e i diamanti. Va in scena quindi il saccheggio dei poveri, che raccattano le briciole della ricchezza di un tempo, quando la Liberia era definita l’America dell’Africa. Eppure le ragioni della guerra sono forse date dalla disperazione, conseguenza di una anarchia inarrestabile, e questa follia autodistruttiva potrà fermarsi solo quando non ci sarà ormai nulla da rubare e da distruggere. Un po’ di storia La Liberia è lo stato indipendente più antico dell’Africa. Nasce nel 1847, dall’impegno del Presidente americano Monroe di ridare una patria agli schiavi affrancati dalle piantagioni del Nuovo Mondo. Dal 1989 è devastata da una feroce guerra civile. Pure dopo l’uccisione del dittatore Samuel Doe, settembre ’90, e pure dopo i numerosi accordi di tregua concordati dalle fazioni armate, la guerra continua. L’ultima follia nell’ormai lunga storia dello sfascio liberiano, è entrata in scena il sei aprile scorso, all’alba di sabato, la vigilia di Pasqua. Da allora Monrovia, la capitale del Paese, è teatro di violenti scontri fra le frazioni armate che hanno causato migliaia di morti e l’evacuazione da parte di truppe americane di migliaia di stranieri intrappolati dai combattimenti. Monrovia, messa a ferro e fuoco da bande rivali, ha già causato decine di migliaia di persone rifugiate, molte delle quali, quelle che non sono riuscite a sfuggire, trovano ospitalità nel parco in fronte all’ambasciata americana, dove squadroni di militari U.S.A. proteggono l’edificio ed organizzano ed effettuano l’evacuazione dei civili stranieri, tra i quali una decina di italiani. A far precipitare la situazione è stato l’ordine di arresto contro il generale Roosvelt Johnson, ex ministro dello sviluppo rurale, emanato da una maggioranza di membri che formano il Consiglio di Stato (tre leader della guerriglia e tre rappresentanti della società civile: tutti capi Clan, intenti a un gioco continuo di alleanze di comodo nel tentativo di assicurarsi il potere e le leve dell’economia del paese, basate su risorse minerarie, sulla coltivazione della gomma e sulla pesca), creato in base agli accordi di Abuja per gestire la fase di transizione che dovrebbe portare il paese alle libere elezioni entro l’anno. Johnson è leader dell’ULIMO (movimento unito di liberazione per la democrazia) formato da reduci dell’esercito governativo del defunto presidente Samuel Doe di etnia Khran e Mandingo. È il più feroce rivale dell’NPFL (fronte nazionale patriottico di liberazione) di Charles Taylor che nel dicembre 1989 aveva scatenato la guerra contro il regime di Doe. L’arresto di Johnson avrebbe dovuto consacrare l’autorevolezza istituzionale del Consiglio di Stato, e il potere di Taylor, ma il generale invece di arrendersi ha incominciato a dare battaglia. Attorno ed a favore di Johnson si sono schierati oltre ai suoi dell’Ulimo, altri movimenti di guerriglia e cioè l’AFL (Forze armate della Liberia) di Bowen e l’LPC (Consiglio liberiano per la pace) di Boley, membro del consiglio di stato. I soldati dell’ECOMOG (i “caschi bianchi”, entrati come liberatori in Liberia nel 1994, contingente di 7.300 uomini ben armati; forza di pace, gruppo di cessate il fuoco costituito dai paesi della comunità economica dell’Africa occidentale) in grande maggioranza nigeriani, non sono intervenuti nei combattimenti nonostante molti di loro siano stati presi in ostaggio dagli uomini di Johnson; ciò dimostra la diffidenza della Nigeria nei confronti nella regione per i suoi legami coi governi del Burkina Faso e della Costa d’Avorio. I nigeriani non hanno visto di buon occhio il tentativo di Taylor di trasformare il Consiglio di Stato in un organo dai poteri effettivi. Nel momento in cui sono stati chiamati a sostenerlo in questa delicata decisione, si sono nascosti dietro una equivoca neutralità. Frantumazione Siamo di fronte a una “triste balcanizzazione del Continente” ha detto recentemente il presidente senegalese Diouf deplorando la crisi dell’Africa e di quella occidentale in particolare. Balcanizzazione o “Somalizzazione”? scrive Alberto Negri. La Somalia è il caso più evidente di un paese e di un’economia che funzionano, si fa per dire, senza uno stato e un governo. La Liberia si sta pericolosamente avvicinando al modello somalo. Un modello che ha già fatto molta strada nella vicina Sierra Leone e nella regione dei grandi Laghi, tra Ruanda e Burundi. I clan Mandino e Khran si sono spartiti le migliori zone diamantifere dell’ovest della Liberia mentre per le pietre alluvionali, che si raccolgono sulle rive del fiume Saint Paul, si affrontano Kromah, capo Mandingo e il fronte patriottico di Taylor. Taylor, nella contea di Nima, controlla il commercio del legname e altri minerali con una garanzia di incassi annui di 100 mila di dollari. L’obiettivo di mettere le mani sulle ricchezze liberiane ha fatto saltare ogni logica nelle alleanze tribali ed etniche. Lo stesso Taylor ha stretto un patto con il nemico Boley, signore della guerra, nel sud est controlla una regione ricca di miniere d’oro, per vere nuove basi necessarie alle sue esportazioni. E poi ci sono i 30 mila ettari della piantagione della Firestone, la più grande del mondo. Si combatte per mettere le mani su miglia di tronchi da cui sgorga il lattice bianco del caucciù. Più importante del ferro, i cui giacimenti sono troppi sfruttati per giustificare nuovi investimenti, il caucciù è la pianta di ricchezza della “rinascita liberiana”. E la lotta tra le frazioni divampa per assicurarsi il controllo delle vie per l’esportazione del lattice e di quelle per il rifornimento di armi del Burkina Faso e della Costa D’Avorio. Caucciù, diamanti, oro, soldi americani ed aiuti alimentari gestiti dal programma alimentare mondiale; tutto questo potrebbe più che bastare a sfamare il popolo della Liberia; così non è, e presto assisteremo anche a una carestia: Monrovia appare ogni giorno sempre più vicina a Mogadiscio. I detentori della disintegrazione africana sono molteplici: conflitti tra gruppi etnici, rivendicazioni di autonomia regionale, guerre economiche su scala locale e nazionale. Ma sempre più spesso sfuggono le motivazioni originali dell’esplosione al punto che la maggior parte delle guerre civili e africane non rispondono a logiche politiche o etniche ma a quelle del saccheggio. La Liberia è triste esempio di anarchia criminale, con forti interessi economici in gioco che spingono le fazioni ad allearsi od a combattersi in un bagno di sangue che finora avrebbe fatto 200 mila morti su una popolazione di poco più di tre milioni di abitanti. Mentre si scatenano la corruzione e l’ingordigia dei politici e dei capi clan, dall’Africa non vengono solo cattive notizie: spesso non arrivano alle nostre orecchie neppure notizie. Un’oasi di pace Subito fuori dal centro devastato della città, la vita ritrova i colori, l’animazione e i sorrisi dell’Africa. Il porto di Monrovia è l’altro caposaldo strategico della città, ad una decina di chilometri dal presidio americano di Mamba point. Tutta la zona è vigilata dagli uomini dell’Ecomog. Controllando la zona del porto, l’Ecomog garantisce il rifornimento dei viveri e medicinali organizzato dalle associazioni umanitarie (molte ONG hanno lasciato Monrovia spiegando che l’anarchia che regna nella città e i saccheggi impediscono loro di lavorare), dal quale dipende la sopravvivenza di oltre due milioni di civili. Ancora una volta, sono loro le vere vittime della guerra. I nuovi padroni della Liberia sono i giovani condizionati dai miti e dai modelli della subcultura urbana occidentale, con le armi in mano. Al di là degli slogan, delle vendette personali, in una guerra di tutti contro tutti, e della quotidiana necessità di restare vivi con un’arma in mano, nemmeno i protagonisti del dramma sono in grado di darsi una ragione di quanto sta accadendo. A venti chilometri dal porto l’ospedale Saint Joseph: tre fratelli della congregazione Fatebenefratelli, due missionari salesiani ed una suora della Consolata sono il pilastro vitale di questa intoccabile oasi. Da quattro giorni sono arrivati in aiuto due medici dell’associazione Médécins Sans Frontiéres. Padre Giuseppe Brown, salesiano racconta: “Sono qui dal 1980 ed il mio lavoro consiste nel gestire il programma post scolastico di istruzione richiestomi dall’arcivescovo di Monrovia. Con l’altro padre scozzese, anche lui salesiano, gestiamo anche il programma di recupero di ragazzi ex combattenti, ragazzi di strada (sono un buona parte ragazzini dai nove ai quindici anni arruolati per forza dalle varie fazioni), disarmati e recuperati dall’Ecomog o sfuggiti ai vari gruppi di guerriglia. Questi ragazzi non hanno più famiglia, al che noi cerchiamo di reintrodurli in società, insegnando loro anche un lavoro. All’inizio ci raccontano bugie, poi prendono fiducia. Uno di loro, a dodici anni era già comandante di 24 bambini, veniva chiamato “REBEL KILLER” e combatteva nella squadra del generale Taylor. Dopo un periodo di “Bravado” diventano ragazzi normali. E’ come uscire da un sogno ed entrare nella vita normale. Speriamo, continua padre Brown, che toccato il fondo ci sia una rinascita poiché questa gente è buona di animo e sa anche farsi voler bene”. Dopo qualche giorno decidiamo di rientrare, ma uscire da Monrovia non è facile, in una decina, paghiamo un elicottero russo che viene da Freetown e ci raccoglie nel cortile della base dell’Ecomog vicino al porto. Dal cielo, il rumore delle pale dell’elicottero mi riporta ai momenti di follia di questo massacrato paese; lungo quella strada del Mamba Point dove: morte, desolazione, distruzione, saccheggi, fumi, fuochi, vetri rotti, case senza porte, macchine bruciate in mezzo alle strade, cataste di immondizie, grigio e nero i colori, non un canto di uccelli, non il giocare dei bimbi, non il parlare di persone, ma grida di feriti e di Cif, capi guerriglia che incitano alla rivolta e che ordinano l’attacco, fragore di bombe e spari a ripetizione dei Kalashnikov. Sono contento di uscire da questo cerchio, da questo inferno. Mandiamo aiuti se possibile, ne hanno veramente bisogno, forse sarà solo una goccia nel mare, forse servirà a dare loro nuove illusioni, …forse solo a contrattare il prezzo della pace. È difficile, alla luce dei fatti, restituire a uomini e donne del continente africano la loro dignità di soggetti storici, sarebbe giusto ma il tempo sarà maturo solo quando spariranno gli uomini accecati dal potere ed i signori della guerra.