LEONARDO BOFF

di Giorgio Fornoni

 

di Giorgio Fornoni Sulla teologia delle liberazioni in passato, anche recente, ci sono stati molti pronunciamenti da parte dei rappresentanti della chiesa ufficiale, e i più sono stati molto critici. A suo parere cosa ha portato agli attuali studiosi di teologia e non solo ad avere aperture sempre più evidenti verso le connotazioni essenziali della teologia della liberazione? Perché i teologi ieri molto critici, oggi lo sono meno e anzi scoprono finalmente gli aspetti positivi di tale dottrina? Si. La teologia della liberazione nata ascoltando il grido degli oppressi, le classi sfruttate, gli afro discendenti indigeni, le donne che soffrono in una condizione di vita di tipo patriarcale,tutti questi discriminati che sono gli oppressi. E contro l’oppressione viene la liberazione. E per noi come cristiani la liberazione a partire dalla fede cristiana, perché non dobbiamo mai dimenticare che siamo eredi di un prigioniero politico, di un torturato, di uno che ha subito la morte in croce ma che dopo è risorto: Gesù, Gesù di Nazzaret. Ha avuto questo destino tragico come conseguenza di una causa che ha annunciato: la causa del regno della giustizia, della libertà, dove i poveri sono i primi nel regno di Dio. Allora, la teoria della liberazione ha messo al centro il tema dei poveri, non per un senso di filantropia, di assistenzialismo, ma nella convinzione che i poveri non sono solo poveri, hanno potere, hanno scienza, hanno esperienza; ha riconosciuto questo capitale sociale, umano dei poveri. Riconoscerli come soggetti della sua liberazione: questo è il punto distintivo, caratteristico della teologia della liberazione. Non c’è liberazione senza gli oppressi. Opzione per i poveri contro la loro povertà a favore della vita della giustizia sociale: questo discorso negli anni ’70 è stato malinteso, calunniato, perché dicevano: “questo è il discorso dei marxisti”. Nel periodo della grande guerra fredda, per questo discorso che era sempre partito dalla fede, siamo stati accusati di essere marxisti. Questa accusa è degli altri, di quelli che sono contro i poveri, dei gruppi conservatori della chiesa, sia vescovi che sacerdoti. Il vaticano ha creduto in questa versione. Mai ha accettato un dialogo; ha visto in realtà come funziona la teologia della liberazione, che non è una disciplina ma un metodo di fare teologia partendo dalla realtà conflittuale, analizzandola analiticamente con il discorso della sociologia, dell’antropologia, e solo dopo della teologia. Il terzo punto agire, intervenire nella realtà. Allora la teologia della liberazione ha portato questa collaborazione alla teologia universale. Un metodo di fare teologia partendo non dalle dottrine, dalle encicliche della bibbia, partendo dalla realtà e a partire dalla realtà leggere il capitale simbolico del cristianesimo in funzione del superamento della povertà in direzione non della ricchezza, perché quello che si oppone alla povertà non è la ricchezza ma l’ingiustizia. Allora in direzione della giustizia sociale. Una volta appunto eravate attaccati e oggi quasi vi stanno esortando. Si, io ho una certa riserva su questo riscatto che l’istituzione fa, perché adesso la guerra è passata ma prima hanno fatto veramente una guerra a più di cento teologi del mondo, della teologia della liberazione, più di cinquanta sono stati decapitati, alcuni in modo ingiusto. Ora c’è una sorta di recupero. Oggi è venerdì, ieri il capo, il preside della congregazione della fede, monsignor Muller pubblica un articolo sul quotidiano romano dicendo che la teologia della liberazione ha radice nella grande tradizione della chiesa, che è sempre stata una teologia ecclesiale; questo non è vero. Perché tanti altri, come me, sono stati perseguitati.Io stesso ho dovuto conservare e sopportare un silenzio così detto ossequioso; ho perduto la cattedra, non potevo parlare ne scrivere; ho dovuto allontanarmi da tutti gli altri, come Jon Sobrino, come tanti altri. Siamo stati puniti, non solo teologi ma anche vescovi. Due cardinali, Hards di San Paolo, Lord Schaider che difendevano la teologia della liberazione hanno perso, hanno tolto loro tutte le funzioni che avevano nella curia romana. Sono stati emarginati. Per questo io penso che questo recupero potrà essere vero se sarà accompagnato da una riconciliazione con i teologi e anche se verrà chiesto perdono a tanti che hanno sofferto terribilmente. In Cile e in Argentina dove sono stati torturati; morti e assassinati come i sei gesuiti e in Salvador, in Brasile anche… Moltissimi in Cile e Argentina. Sacerdoti, teologi, suore hanno sofferto, mai sono stati protetti. Roma ha sempre interpretato questo come una teologia politica che si è mescolata con la sinistra, con il marxismo, per questo ha tollerato la violenza contro noi. Io credo che ora bisogna dire la verità, fare una riconciliazione chiedere perdono a questi che hanno ingiustamente sofferto. Io penso che papa Francesco sia sufficientemente informato e umile, per riconoscere questo e arrivare a una riconciliazione perché c’era una divisione molto forte dentro della chiesa. Se vuole anche breve. A suo parere non è cambiato lo stesso concetto di teologia, nel senso che con questo termine, teologia, oggi si esprimono ambiti molto più ampi della fede intesa anche come criterio di lettura e di giudizio di molte altre realtà della vita dell’uomo e della sua storia? Sì, la teologia della liberazione ha un modo di leggere la realtà a partire dai poveri. C’è una tendenza della teologia della liberazione a criticare il sistema liberalistico, il sistema della globalizzazione stando dalla parte delle vittime, degli affamati del mondo, di quelli che sono al margine di una Grecia umiliata, di una Italia sottomessa al sistema del capitale. E questo noi lo abbiamo conosciuto negli anni ’70 fino a tutti gli anni ’90, in tutta America Latina. Adesso sta al centro del sistema la stessa logica perversa, inumana, crudele. Allora la teologia della liberazione ha fatto una critica di questo a partire da una visione evangelica: la centralità dell’essere umano e non dell’economia, una economia al servizio della politica, la politica al servizio di una etica, di una etica in un’atmosfera di spiritualità, di una visione spirituale del mondo e non solo materiale. Abbiamo fatto una buona teologia a partire dalla cultura indigena, dalla saggezza indigena, delle grandi religioni afro americane in Brasile. Non bisogna dimenticare che il 62% dei brasiliani sono afro discendenti. Siamo quasi 200milioni di abitanti, 62% sono afro brasiliani, con la loro religione. Non sono i resti dei neri, no, sono vere religioni che hanno le celebrazioni proprie, la loro teologia. Un rapporto profondo il loro a partire dalla tradizione: fanno una teologia di liberazione perché sono stati sempre schiavi, teologia delle donne, dopo 20secoli di un sistema di vita di tipo patriarcale. Teologia della ecologia; io stesso a partire dagli anni ’80, ho sviluppato una eco teologia della liberazione. In questo senso: abbiamo scoperto che la stessa logica che sfrutta le persone, gli operai, sfrutta le classi, sfrutta le nazioni, sfrutta anche la natura. E al fine sfrutta la terra intera. La stessa logica. La terra è crocifissa, bisogna toglierla dalla croce. Dentro l’opzione dei poveri, contro la povertà, dobbiamo mettere il gran povero che è il pianeta terra. La pacia mama, la madre terra: bisogna liberarla da questo attacco, nel suolo, nel mare, nell’aria, in tutti i luoghi. La teologia della liberazione ha tutte queste tendenze, per queste è un modo di fare teologia, non solo una disciplina. Tutti i campi sono importanti come una sfida per ripensare la fede a partire dal sogno di Gesù: un regno di giustizia, di pace, di convivenza, dando centralità agli ultimi, agli invisibili, a quelli che non contano per il sistema perché non producono niente e non consumano quasi niente. Noi cadiamo in questa eresia politica, economica. Facciamo un’opzione per questi poveri, contro la loro miseria, contro la loro povertà, contro un sistema che crea continuamente dei poveri. Da decenni ormai, dal loro imporsi dentro il panorama del pensiero teologico del mondo occidentale, che ne è della varie teologie della liberazione? Sì, io penso che la teologia della liberazione ha anche un discorso sul paradigma culturale. Noi abbiamo fatto un discorso molto critico della modernità, che viene dal secolo di Newton, Galileo Galilei, e che fino a questo tempo la terra era sempre vista come la grande madre, (la pacia mama), magra mater e si rispettava, si aveva una venerazione alla terra. Si vede la terra come oggetto, senza intelligenza, resistenza, per dire una parola più tecnica. Una cosa che si può sfruttare. Questo si ha fatto dentro un progetto di sfruttamento, di accumulazione illimitata, che è proprio il progetto della modernità. Oggi abbiamo scoperto di aver raggiunto il limite della terra. La terra non è un baule di risorse infinite; non possiamo infinitamente andare verso il futuro. Le risorse sono limitate, non possiamo assumere questo modello di società perché bisogna credere che è simile a questa. La terra è finita, piccola con risorse scarse non sopporta un progetto di crescita illimitata. Allora bisogna cambiare cammino perché se non cambiamo andiamo incontro ad un abisso, ad una catastrofe. Lo sentiamo con il riscaldamento, con il caos climatico, con gli eventi estremi che si notano in tutte le parti. La madre terra reagisce contro la guerra totale che portiamo contro di lei. Si può ancora parlare di una loro effettiva incidenza nella dimensione socio politica dei popoli dell’america latina? In che termini? Io penso che oggi c’è una doppia attenzione su l’America Latina, quella ecologica perché è qui la più grande bio-diversità. Il continente è il gran continente di acqua dolce. Solo il Brasile ha 13% di tutta l’acqua dolce, potabile del mondo e io credo che il 30% di tutta l’acqua del mondo potabile è in America Latina. Allora è importantissimo che qui sia in atto un risorgimento della democrazia, diversa da quella europea classica che conosciamo: la democrazia rappresentativa. Abbiamo l’esperienza di una democrazia partecipativa delle culture andine, che vanno dalla Patagonia fino al Messico. Esperienza di una democrazia comunitaria. Cosa vuol dire? Le comunità partecipano e hanno il concetto del ben vivere, vivere bene che non è una economia dell’accumulo. E’ l’economia del sufficiente, del sufficiente per tutti, non solo per gli esseri umani ma anche per gli animali, per gli alberi, per la comunità di vita. Vivere questo equilibrio è un contributo che la cultura indigena, la cultura latino americana porta alla ricerca mondiale di alternative al sistema sotto il quale soffriamo. Bellissimo. Starei delle ore io ad ascoltarla. Mi viene da chiedere: lei ha conosciuto Ratzinger, papa Benedetto XVI? Negli anni ’60 lei ha fatto la tesi di laurea che lui era relatore. Inizialmente ha ricevuto un aiuto. Allora il Papa era progressista. Erano gli anni del concilio. Dieci anni dopo lo stesso Ratzinger ha condannato lei nel silenzio rispettoso. È possibile secondo lei questo cambiamento? No. Io non sono mai stato allievo di lui. Amico. Prima che lui leggesse la mia tesi in tedesco, più di 600 pagine che nessuno voleva pubblicare. Lui l’ha letta e ha capito che era una tesi importante sulla ecclesiologia del Vaticano II. Mi ha aiutato a pubblicarla con 14mila marchi che per quel tempo erano molti soldi. Nel ’68 siamo diventati amici. Abbiamo lavorato insieme per la rivista Concilium. Eravamo nello stesso gruppo di Kung, Rand, Luigi Sartori, Rosino Gibellini della Queriniana. Eravamo amici, ci siamo scambiati idee, libri. In seguito però lui da teologo aperto, progressista al punto di criticare Roma. Sosteneva che Roma è molto patriarcale, le donne non hanno una funzione, i laici sono emarginati. Lo affermava come professore. Da teologo è stato eletto cardinale senza passare attraverso il percorso normale di vescovo, arcivescovo. Subito cardinale portato a Roma come capo della Congregazione del Santo Ufficio. In funzione di questo incarico si è comportato con una forma stranamente rigida, dottrinale. Mi ricordo che ho scritto una lettera in cui dicevo di essere felicissimo che finalmente in questa Congregazione ci fosse un teologo intelligente, aperto! Quindici giorni dopo mi scrive: “Carissimo Boff, amico, vedo nella documentazione che ci sono cose pendenti, processi pendenti contro di te che bisogna risolvere immediatamente. Deve venire qui, si deve difendere”: È un processo giuridico, canonico che ho dovuto sedere nella sedia dove sono stati Giordano Bruno e Galileo Galilei. Ho fatto la riverenza che ha irritato un poco il cardinale. Io sono un teologo del margine del mondo, che viene adesso e qui per difendere la tesi perché la mia idea era di applicare i principi della teologia della liberazione all’interno della chiesa, che non si rispetta molto i diritti umani, dove le donne non hanno una centralità necessaria, dove i laici sono emarginati, dove c’è una centralizzazione monarchica del potere. Una chiesa che annuncia la liberazione deve vivere all’interno la liberazione, non solo esigerla dalla società. A Roma non hanno capito questo: ”Boff tu parli come i protestanti”. Io ho risposto: “Per me è un onore. Perché fino ad oggi Lutero mai è stato ascoltato da Roma; lui esigeva una riforma che mai è stata fatta”. E così ci siamo allontanati. Però io l’ho sempre rispettato come persona estremamente fine, elegante, che mai alza la voce, estremamente intelligente. Lui mi ha sempre rispettato come persona e curiosamente mi chiamava “il teologo pio”, perché ho scritto tanto sulla spiritualità, sulla vita religiosa. Però sono rimasti due cammini diversi: io ho fatto il cammino della liberazione lui quello della istituzione. Io penso che lui non abbia mai ha capito la nostra teologia. Intelligente certamente però non ha avuto esperienza della povertà, non ha ascoltato il grido dei poveri, non si è commosso. Come dice il papa Francesco qui occorre fare la rivoluzione della tenerezza. Ascoltare l’altro, il grido, sapere piangere, sentire. Di li nasce la teologia una indignazione. Questo non può avvenire senza cambiare. Dopo la compassione bisogna stare insieme, soffrire insieme e finalmente lavorare insieme, non nel senso di integrare le persone nel sistema, per farle sorgenti di un altro sistema alternativo dove loro sono il soggetto della propria liberazione. Non è la chiesa, neanche noi altri, non siamo quelli che vanno a liberare i poveri. Noi siamo alleati loro. Loro fanno il cammino, noi entriamo per la porta di fondo aiutandoli. La vera teologia è quella che loro fanno. Loro sono i veri teologi ed io sono alleato che aiuta a pensare, camminare insieme e fare alleanza per rinforzare questo progetto. Ora parliamo della natura. Nel testo della Genesi è scritto che Dio prese l’uomo, lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse, lo custodisse (2.15). Come vede questi due compiti? Coltivare e custodire il creato nel contesto della nostra cultura occidentale? Sì, io credo che la grande sfida dei cristiani di oggi sia quella di curare la terra. Guardare, custodire tradotti nel dialetto moderno vogliono dire garantire la sostenibilità del processo della vita. E noi non abbiamo compiuto questa missione, al contrario, abbiamo avuto un atteggiamento che è stato di distruzione, aggressione non di cura alla terra. Siamo stati non l’angelo custode, l’angelo buono. Siamo il satana della terra. E si è creata anche una parola tecnica che si usa oggi nella ecologia: una nuova era geologica, l’antropoceno, dove l’essere umano è la grande meteora pericolosa che cade sulla terra e produce stragi. Io credo che la chiesa deve fare a mio parere due autocritiche. L’attuale situazione di caos della terra, di crisi ecologica: la chiesa è complice di questa situazione. Non ha saputo evangelizzare l’essere umano che ha come missione di stare accanto alla terra e non sopra la terra. La nuova evangelizzazione: bisogna re-insegnare agli essere umani a dire che sacro non è solo la Bibbia, non solo l’ ostia consacrata. La natura è sacra perché opera di Dio e lo stesso atteggiamento di amore che abbiamo con gli oggetti sacri, con l’ ostia consacrata, con tutto quello che è sacro, questo stesso atteggiamento dobbiamo averlo verso tutti gli esseri, perché hanno un valore intrinseco, valgono per se stesso, sono nostri compagni in questa avventura cosmica. Questa è a mio parere una missione urgentissima perché siamo vicino a una grande catastrofe ecologica se seguiamo questo cammino di sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi della terra. La percezione del rapporto uomo natura è evidentemente diversa nelle varie religioni. Giusto? Per stare al solo rapporto tra cristianesimo e l’islam quali le linee di convergenze e di divergenza? Io penso che c’è una convergenza in questo: ebrei, mussulmani, cristiani, non hanno un esatto concetto della natura, concetto della creazione. La creazione ci rimette al creatore, allora per principio dobbiamo rispettare la creazione, difendere la creazione. In questo senso siamo uniti. Abbiamo la stessa visione di fondo. Però io penso che il cristianesimo va più lontano dal momento che dici che questa creazione è stata assunta da Dio, che l’incarnazione significa che Dio ha fatto questo mondo parte della sua natura divina e per questo il mondo ha una sacralità, è un tempio di Dio, abitato da Cristo incarnato e resuscitato che è come un motore dentro il processo di evoluzione. Dobbiamo vedere in ogni cosa la presenza nascosta di questo cristo risorto. Questa visione è tipicamente cristiana. Non l’hanno gli ebrei, non l’hanno i mussulmani. Però stiamo nella stessa linea di considerare il creato e la missione di preservare il creato. Sicuramente l’interesse per l’ambiente naturale è molto cresciuto oggi nel nostro mondo. Le pare che a questo corrisponda un’effettiva e diffusa attenzione e rispetto per la natura di cui facciamo parte? Sì, io penso che cresce la coscienza che incombe sulla terra una minaccia altissima sul sistema vita, sul sistema terra. Hanno creato e costruito una macchina di morte, con armi di distruzione di massa chimiche, biologiche, nucleare che può distruggere per 25 forme differenti tutta la vita senza che resti una sola persona per raccontare la storia. Questa è una macchina di morte già montata, costruita. C’è una minaccia che viene dalla cultura nostra violenta, bellicosa. C’è poi la reazione della stessa madre terra, che non sopporta più la sistematica aggressione, gli interventi con le nuove tecnologie, i transgenici, tutta questa parte chimica. Il solo Brasile utilizza ogni anno 780miliardi di litri di pesticidi, di sostanze chimiche per la grande coltivazione della soia, delle mucche, per la carne d’esportazione. C’è un’aggressione tremenda ai microrganismi, al suolo che è vivo perché la terra è un organismo. Questo la scienza moderna lo ha comprovato: sulla terra non c’è solo vita, che la terra stessa è un super-organismo vivo, che articola il chimico, il biologico, l’ecologico così con un equilibrio così strutturato che può continuamente produrre o riprodurre vita. La terra è viva. L’hanno chiamata Gaia, nome della mitologia greca. Noi dell’America latina diciamo la pacia mamma, o la grande madre, magra mater, tanti nomi di questa terra dimostra di non sopportare più. Non vengono fuori gli eventi estremi: da una parte la siccità tremenda, dall’altra un inverno rigorosissimo. Tutti i vulcani sono attivati e conflitti sociali che appartengono a questo sistema sono peggiorati, generalizzati. Allora la terra stessa da dei segni che può dire questo essere così aggressivo è una cellula così cancerogena che forse è meglio eliminarla per lasciare gli altri esseri sopravvivere e fare il loro processo perché dove arriva l’essere umano tutti scappano di paura perché lui è altamente aggressivo. Abbiamo questo scenario tragico che non tutti conoscono. Io penso che un intellettuale, la stessa chiesa debbano dire queste cose. Suscitare una coscienza di responsabilità nel curare la vita e difendere il pianeta terra che è l’unica casa comune che abbiamo, e non abbiamo altra. Solo ora abbiamo la coscienza chiara ed esplicita che siamo arrivati ad un punto dove si gioca il destino comune terra e umanità Una domanda. Lei conosce padre Pansa Saveriano? Sì . Lui ha molto lottato. Lui è un bergamasco, lo conosco anch’io, è per questo che mi permetto di fare questa domanda. Lui ha molto lottato in Brasile per i diritti degli Indios e la salvaguardia della natura ed è vero che come lui dice i proprietari terrieri hanno usato e usano il defoliante agentorange contro i contadini e i piccoli proprietari terrieri? Sì, una cosa tragica in Brasile, specialmente al tempo dei militari, quando hanno aperto la transamazzonica. Ora non più? Localmente. Piccole cose. Però prima era un progetto di stato. Hanno sradicato tutta una etnia indigena: i cinta larga Hanno aperto questo transamazzonica e loro hanno resistito. Hanno distribuito cioccolato e zucchero per attrarli tutti e dopo bombe al NAPALM, le stesse che gli americani hanno utilizzato in Vietnam. Tutti morti! Due sono scampati perché erano fuori in visita di un’altra tribù. E ci sono quelli che fanno grandi piantagioni di soia e avanzano sopra l’Amazzonia e tagliano la foresta. Per facilitare il processo, utilizzano questi elementi chimici per pulire tutto, e per dopo bruciare e con l’aviazione seminare il verde per mettere poi le mucche. C’è un’aggressione terribile e io penso che è un guaio che il governo non ha una politica chiara su questo. Perché è un poco complice dal momento che ha bisogno dei dollari che loro esportano. Guadagnano dollari, tollerano questo. Perché dicono che l’Amazzonia è così grande che queste sono piccole cose, però è un sistema molto fragile. E tutto quello che è vivo merita di vivere e bisogna difenderlo e anche denunciare questo al mondo: in Brasile c’è una macchina di morte di alcuni grandi coltivatori di grano che utilizzano le forme più violente per aggredire la natura senza rispetto agli indigeni, alle acque, alla diversità biologica, agli animali. Una forma selvaggia come fosse mai accaduto negli ultimi tempi. Non c’è dubbio che l’attuale papa Francesco abbia impresso in maniera forte un provvidenziale ritorno ad un vangelo Sine Glossa di francescana memoria. Quali possono essere gli sviluppi futuri nella storia della chiesa della sua missione nel mondo attuale? Io penso che questo papa sia provvidenziale, nel senso che viene non dalla vecchia cristianità europea. Perché bisogna partire dai dati concreti. Solo 24% dei cattolici vive in Europa. Il 62% in America Latina e gli altri in Africa ed Asia. Questo vuol dire che il cristianesimo oggi è una religione del Terzo modo e noi abbiamo il diritto di avere un papa che rappresenti questo, che rappresenti questa cristianità, chiese che non sono specchio delle chiese europee ma chiese che hanno elaborato tutto un percorso, che hanno dei teologi, dei martiri e anche delle vergini. La forma di celebrazione, ha un volto proprio, sviluppato da anni, 500 anni in America Latina.Oggi, per la prima volta, viene un papa di questo tipo di chiesa. Per me lui ha inaugurato una genealogia di papi che verranno dal Terzo mondo, dall’ Africa, dall’Asia e dall’America latina. Cambieranno a mio parere il destino del cristianesimo. Fino ad oggi il cristianesimo, la chiesa era una chiesa dell’occidente, che deve essere una chiesa mondializzata. La chiesa, tutte le chiese, non hanno ancora trovato il loro posto in questo processo nuovo dell’umanità. Tutte le nazioni, tutti i popoli si incontrano in un unico luogo, il pianeta terra. E la chiesa non è presente li. È presente in occidente. Io penso che questo papa abbia il senso di questa mondialità. L’ unica forma di far presente la chiesa non è espandere il sistema romano istituzionale, questo sarebbe una occidentalizzazione, romanizzazione della chiesa. Occorre creare una rete di comunità che si incarnano nelle culture e abbiano dei volti differenti, con esperienza spirituali diverse che possono insieme ad altri cammini spirituali alimentare questo fuoco interno che la presenza di Dio in ogni persona. Questo è un cammino nuovo per la chiesa. Io penso che lui con l’umiltà che ha e con il consenso in più che gli viene dalla tradizione francescana veda in tutti sorelle, fratelli come ha dimostrato in Brasile. Può essere rigido intervenendo nella curia romana e allo stesso tempo ha la tenerezza, la comprensione. Cerca le persone. Questo vuole dire un papa, lui l’ha detto in Brasile che ha fatto la rivoluzione della tenerezza e che ha detto ai vescovi che loro non devono comportarsi come dei principi. Siano quelli che hanno l’odore delle pecore che vanno avanti mostrando il cammino insieme per animarli, indietro per non lasciare gli ultimi soli. Portarli insieme anche quelli vulnerabili, quelli piccolini che non camminano bene stando accanto a loro. Ha una mentalità di un pastore, di un pastore di villaggio. Semplice, umile e non di un professore né vuole essere chiamato papa, vescovo di Roma. Papa è troppo, che lui dice io sono un fratello tra altri fratelli. Questa rivoluzione ci aspettavamo a noi altri ed è venuta grazie a Dio dal fin del mondo, dalle periferie della chiesa e per me questo ha un futuro. Lui apre un cammino di speranza. Abbiamo avuto un inverno rigoroso con due papi. Adesso finalmente una primavera piena di fiori. Come valuta la situazione attuale il dialogo interreligioso in atto tra le differenti fede religiose? A suo parere, alla luce della sua esperienza avrà approdi concreti tali da influire positivamente sulla storia dell’umanità così pesantemente segnata da guerre di religione? Si, io credo che le religioni specialmente della tradizione abramica sono religioni di guerra, bellicose, hanno fatto sempre guerra. A mio parere quello che supera questa dimensione di guerra che va oltre è la spiritualità, perché la spiritualità è coltivare il Dio intimo, il Dio che è presente nella natura, in tutti i popoli. Non c’è un popolo eletto, tutti sono eletti, tutti sono popolo di Dio. La spiritualità è coltivare questa dimensione dell’accoglienza, vedere nell’altro il Dio che nasce di dentro, come dicevano i mistici, come diceva San Giovanni della Croce. Vedere nelle persone un Dio che nasce, il padre che genera il figlio nella forza dello spirito dentro ogni persona. Se sviluppiamo questa spiritualità la conclusione è avere tolleranza, rispetto, convivenza, amore, accettazione delle differenze. Io sono d’accordo con Kung che afferma: come precondizione per una pace politica bisogna avere una pace religiosa. E solo se c’è una pace religiosa è possibile aprire il dialogo delle religioni e nel dialogo vedere i punti di convergenza, di comunione non i punti di separazione. Io penso che stiamo arrivando a questa dimensione; io credo molto in questo papa Francesco che ha mostrato come cardinale e come teologo una capacità immensa di dialogo. Io penso che questo dialogo sarà utile a due condizioni. Prima, la disoccidentalizzazione del cristianesimo; seconda, la chiesa cattolica deve rinunciare alla sua singolarità ed eccezionalità, vale a dire all’idea che la chiesa cattolica è l’unica vera,, mentre le altre non sono chiese. Questa arroganza non è evangelica, non è nello spirito di Gesù; la chiesa deve riconoscere che cammina insieme con gli altri portando l’eredità di Gesù. Dio ha mandato suo figlio al Mondo non alla chiesa ed è la chiesa che si è appropriata di Gesù Cristo. Solo io sono la portatrice del messaggio di Gesù. Dico no. E la chiesa adesso deve essere molto umile, con questi scandali finanziari, con l’omofilia non solo dei sacerdoti, ma anche dei vescovi e dei cardinali. Allora dobbiamo essere tutti umili, camminando insieme nella luce di Gesù, rispettando le chiese, accettando le forme diverse, come accettiamo quattro vangeli. Sono differenti i pensieri, certo. Perché non accettare le altre chiese che portano avanti il messaggio di Gesù. Ecco allora le due condizioni: la disoccidentalizzazione e la rinuncia dell’arroganza di essere in esclusiva l’unica chiesa. Dopo le dico cosa sto facendo. Cosa direbbe ad un uomo che è alla ricerca di senso della vita che le confida le sue difficoltà a credere? Nel mio libro “Al cuore del cristianesimo (il titolo originario era il minimo del minimo) io mi immagino un giapponese che m’incrocia per strada e mi dice:” Boff dimmi in due parole quello che è il cristianesimo.” Io non posso dare il catechismo romano ufficiale che è quasi un’arma contro uno che mi assalta la casa, che mi ruba la casa. È troppo. Io direi questo: padre nostro, pane nostro. Padre nostro è l’impulso dell’essere umano verso l’altro che ritrova non giudice, non Dio cattivo, non Dio distante ma un padre buono: Abba, padre buono, padre nostro, padre di tutti, che conosce sia la fame di trascendenza, di amore, di essere accettato per qualcuno che ha un seno di bontà e di accettazione, di misericordia, sia le necessità umane, il pane nostro, non mio pane. Tutti fanno il pane per soddisfare le necessità umane, solo quando uniamo padre nostro con pane nostro possiamo dire Amen. Due fami, una che si può saziare con il pane, l’altra fame di Dio è infinita, si può crescere infinitamente in direzione dell’amore del dono dell’accettazione. Io penso che questa è la scienza, il messaggio di Gesù, estremamente attuale. Sono più di un miliardo di affamati che aspettano il pane né possono dire pane, pane nostro. E hanno fame di un Dio, di qualcuno che dia il senso della vita e di una storia che non è assurda, che ha un fine buono Io penso che basterebbe questo per dire: vedi che il messaggio di Gesù è generoso, è umanitario, è buono per tutta l’umanità e tutti possono accettare questo. Secondo lei l’uomo da sempre è andato sulla montagna per essere più vicino a Dio, nella nostra religione, nell’induismo, e in tutte le varie religioni. Perché secondo lei? Perché io penso che l’essere umano è un progetto infinito. E non trova nel mondo che sente che vede un oggetto adeguato alla sua ansia di infinito. Un essere utopico cerca sempre più avanti più in alto come nelle cattedrali gotiche. Andare sulle montagne è un simbolo, è un archetipo per dire l’essere umano è nato per essere aquila non gallina. È come gallina deve anche lavorare, stare qui, tuttavia tutto è nato per volare alto, per andare all’infinito del cielo. Allora costruire le chiese nelle montagne, andare nell’alto è una forma simbolica di rispondere a questo, a questa energia interiore, a questo impulso verso la cima. Verso all’alto delle montagne perché l’alto della nostra ricerca è rispondere a questa dimensione del profondo che è la capacità infinita dell’essere umano di ricevere l’infinito dentro se stesso. E’ questa a mio giudizio la più grande dignità dell’essere umano. È la base dei diritti sacri perché l’essere umano è un portatore del sacro e di un desiderio di infinito che solo un essere infinito può soddisfare. Però sembrerebbe quasi una contraddizione perché a volte va nel deserto, va nel nulla per trovare! Io questo penso che è la stessa esperienza del lasciare tutto fuori per essere nudo per ritrovare, come diceva il gran poeta Italiano Davide Turoldo, che siamo un bellissimo poema per i miei amici atei: andiamo insieme al deserto, nudi per trovare l’essere nudo e li dove le parole mancano vince il silenzio e la presenza misteriosa dell’essere. È sperimentare che per l’essere umano tutte le cose sono relative; però c’è una centralità che è la vera dimensione del profondo dell’essere umano, che è la dimensione del sacro, del mistero che bisogna rispettare, venerare e riconoscere in ogni persona per umile che sia questa persona, per strana che sia è portatore di questo mistero. Mi viene da pensare una cosa, secondo lei francescano, che valore ha oggi la povertà, la castità, l’obbedienza? Io penso che bisogna ritornare al senso primo dei voti. Perché prima di fare questa divisione che è piuttosto canonica fatta da curia romana, c’era un voto solo: dedicare la vita a Dio. Se uno guarda i tre voti scopre che sono le tre grandi dimensioni dell’essere umano. La dimensione della terra, vivere nel senso della semplicità volontaria di una sobrietà compartita verso l’altro uomo o donna. Vivere il celibato come opzione e non come imposizione. Questo non vuol dire un atto di non amore, è una super abbondanza di amore che accetta l’altro ed entra in dialogo con l’altro, integra in se stesso la dimensione del maschile e femminile ed è una dimensione importantissima. L’altra dimensione verso l’altezza, verso l’infinito che è la terra, la povertà e dall’altro la castità e l’obbedienza nel fondo, vedere nel superiore nell’altro la presenza di Dio. Obbedire fondamentalmente a Dio e non all’altro. Perché è Dio l’ultima istanza e se io accetto di obbedire a questo o a quello sempre nel senso di fare la volontà di Dio e quando sento che questa non è la volontà di Dio ho il diritto in coscienza di non obbedire. Perché obbedire a Dio prima degli uomini. Questo voto, è il voto di consacrazione che è presente nel battesimo, dopo hanno fatto la distinzione con i primi testi canonici e hanno regolato questo perché inizialmente era un voto di consacrazione. Questo vuol dire mettere Dio nel centro della vita. Io penso che dobbiamo ritornare a questo senso, piuttosto che i voti. La dimensione giuridica e quanto possa avere le cose senza violare la povertà il vecchio discorso dei francescani; questo porta a una visione autoritaria o moralistica o casistica. Una consacrazione a Dio e obbedire alla voce che uno ascolta di dentro, come risposta, come reazione alle sfide che vengono dall’autorità. Ecco, lei mi ha già ha detto una cosa,, però brevemente mi può accennare la somiglianza tra San Francesco di Assisi e l’attuale papa Bergoglio lei che era francescano. Sì. Io ho anche scritto un piccolo libro che verrà pubblicato dalla Cittadella di Assisi. Francesco di Assisi e Francesco di Roma. Ho fatto un paragone. Evidente che Bergoglio non è francescano di origine, è gesuita però ha uno spirito francescano. Lui da studente ha fatto un’opzione per i poveri, da vescovo e cardinale ha rinunciato tutti i simboli del potere, andava in metro, in bus, andava a piedi. Preparava da solo la cena, quello che mangiava; viveva in un piccolo appartamento senza nessun apparato tipo tele. E quando è arrivato a Roma, non ha fatto sua la cultura del papa. Ha adattato la cultura del papa alle sue convinzioni: ha detto il carnevale è finito. Perché il simbolo del potere monarchico che è degli imperatori e dopo del papa; lui ha detto no, questo no. Carnevale finito, viene con la tonaca bianca dell’umiltà, con le scarpe nere, calzoni neri, senza una esigenza propria di uno che è papa. Vive nella casa degli ospiti, non accetta il palazzo e quando è arrivato in Brasile non ha voluto accettare la macchina grande, la macchina popolare. Dinanzi lui, dietro le limousine grandi. Lui no. Piccola macchina di un povero, a tutte le parti è andato così non ha accettato la camera pontificia tutta adornata. No. Una camera come gli altri ospiti. Questo è un esempio per me di una rivoluzione nella figura del papato. E lui è stato molto intelligente, prima di fare la riforma della curia ha fatto la riforma del papato. Questo gli ha dato autorità e può intervenire. Io penso che sarà una crisi per tutti i cardinali e vescovi del mondo che vivono nei palazzi nei principi dovranno seguire il papa. Loro che sempre parlavano bisogna obbedire al papa seguire il papa. Adesso recuperiamo questo se loro lo fanno. E non coprono gli altri. E io penso che sarà un cambiamento importantissimo nella chiesa, nei costumi della chiesa. Lei che è stato amico del presidente Lula e che ha condiviso molte sue scelte, perché la parte dell’economia lei l’ha giudicata dura perché non guarda il povero del tutto e perché le economie seguono le multinazionali, seguono solo gli interessi e quindi l’uomo viene perso un po’ di vista. Llui ha fatto una cosa interessante perché con la pressione delle multinazionali delle fmi del sistema globale ha dovuto accettare l’economia neoliberistica che è capitalismo. Però ha trovato un modo di fare con delle invenzioni enormi nel reparto sociale, così che in 8 anni ha fatto forse la più grande rivoluzione che conosciamo nel mondo, ha incluso 40milioni di persone che erano nella povertà e sono diventati classe media. 40milioni con diversi progetti sociali di famisler, luce per tutti, la mia casa la mia vita, tante cose che ha fatto. E la presidentessa Dimo porta avanti questo. Lui ha creato equilibrio, non si è integrato senz’altro al sistema. Ha fatto un discorso di resistenza nel dire: si potete guadagnare soldi ma mai a costo dei poveri. I poveri devono essere inclusi. Forse Lula ha avuto la possibilità di essere più profetico, ma siccome siamo paesi marginali del sistema dipendiamo tanto degli altri, non si può neanche rischiare. E’ evidente che si può fare di più, però sempre è un problema che le pressioni mondiali non hanno pietà e il capitale non ha senso umanitario e Lula ha sempre voluto mettere i poveri nel centro e dire che uno stato non è uno stato sociale se non è chiamato umano. Una democrazia deve essere non solo rappresentativa, partecipativa e adesso una democrazia anche popolare, in modo che tutti i grandi progetti nazionali sono discussi, sono discussi insieme ai grandi movimenti sociali e insieme arrivano a una convergenza che è buona per tutti e non solo per le classi dominanti. Questo non è visto bene dal capitale però lo tollera perché il Brasile è grande e ha una economia interna che interessa al sistema, però rispettano queste opzioni sociali che Lula e anche gli altri paesi in America Latina seguono questa linea che io ritrovo molto interessante perché in 8 anni ha diminuito la distanza dei poveri e dei ricchi del 17%. Questo è molto nella storia nostra. Un’ultima domanda: lei prima ha affermato che le vie del cielo appartengono a tutte le religioni e ci sono molte fedi sotto lo stesso cielo. Ci sono molte difficoltà tra il cristianesimo e l’islam, molto meno magari con quella buddista, però tra cristiani cattolici ortodossi c’è una grossa divergenza . Io penso che mentre discutiamo di dottrine, mai arriveremo a conclusione perché ognuno ha una sua visione di mondo che traduce in dottrine, riti; non così se cambiamo discorso e diciamo che l’importante non sono le chiese e le religioni ma il servizio che noi altri facciamo verso gli altri. Un’ ecumenismo della missione, del servizio alla pace, del servizio all’incontro, al dialogo di tutti. Il servizio, la tolleranza, combattere l’ingiustizia, la fame, in questo senso tutti le religioni camminano insieme. In Brasile facciamo un’esperienza fantastica lavorando con i poveri nelle favela, occupando dei territori che non sono utilizzati per la produzione. Non è un’invasione, è un’occupazione, tutti vanno insieme, questi della religione afro brasiliana, i protestanti, i cattolici, tutti insieme in missione a servizio di queste persone. Io penso questo è il significato più profondo della religione: servire Dio negli altri, servire Dio nei beni del regno, nel bene della pace, dell’amore, della convivenza pacifica, dstare insieme nell’unica casa comune che abbiamo che è la terra, e vivere la commensalità dello stare insieme alla tavola, alla mensa, mangiare della gratuità del bene della terra. Questo è il vecchio sogno dell’umanità. Le chiese della religione devono proporre questo ed è possibile farlo oggi.