Isola di Pasqua

Di Giorgio Fornoni Correva l’anno 1722, la notte di Pasqua, quando Roggeween, capitano di una piccola flotta di navi olandesi, scoprì nel Pacifico, un’isola non ancora segnata sulle mappe: forse per devozione o per mancanza di fantasia decise di battezzarla “Isola di Pasqua”. Da allora molto si è scritto a proposito dell’isola e soprattutto sulle sue strane statue; ci si è chiesti in che modo i suoi abitanti avessero potuto erigere questi enormi monoliti, i Moai ed a che scopo. Gli archeologi li datano attorno al 380 d.c. Da dove venivano i suoi abitanti? Come se ne sono andati? Di certo si può stabilire che come arrivarono partirono, lasciando quei segni che fanno grande, suggestiva, solitaria, sperduta nel silenzio, l’isola di Pasqua ma che sempre più la rendono enigmatica e misteriosa. Gli attuali abitanti, di origine polinesiana, fanno risalire per tradizione la loro presenza sull’isola attorno al 1680 della nostra era. Raccontano: “Il paese dei nostri antenati, era una grande isola situata a ponente, nel Pacifico. Il suo clima era caldo, e vi crescevano molti alberi, con cui i nostri padri facevano grandi barche o che univano per costruire case. Hotu Matua era un capo di quest’isola… un tempo”, continua il racconto: “Hotu Matua si era innamorato di una donna che già era promessa ad Oroi, un altro capo tribù. La fanciulla, indecisa fra i due, promise ad Oroi che sarebbe stata sua sposa se egli avesse camminato tutto intorno all’isola senza mai arrestarsi per riposare o dormire. Si sottomise a questa prova ma, nel frattempo, la ragazza era fuggita con Hotu Matua. Fu così guerra fra i due clan poiché la tribù di Oroi era la più forte, Hotu Matua fu costretto, spogliato di tutto, ad andare alla scoperta di nuove terre, per sfuggire alla morte ed al disonore. Con una piccola imbarcazione, arrivò ad Anakena, la più bella spiaggia dell’isola di Pasqua e lì vi si fermò dando origine al nostro popolo”. L’isola di Pasqua è un triangolo di roccia vulcanica di 180 km quadrati, è il luogo più remoto del mondo, un puntino sulla carta geografica, tanto lontano da altri insediamenti umani da sembrare irraggiungibile. Gli indigeni la chiamarono “ombelico del mondo” e mai definizione fu più appropriata. Isola sperduta nell’oceano Pacifico e lontana dalla costa cilena più di 4.000 km. Non c’è da stupirsi che i pasquensi abbiano per secoli creduto di essere i soli uomini del pianeta: il loro orizzonte non era altro che una striscia infinita di mare. Dal punto più alto, a 600 mt. sul livello del mare oggi, a guardarsi intorno su quest’isola, nonostante il turismo che, pur non ancora invadente, comincia a lasciare le prime tracce, si avverte un’atmosfera strana, una indefinibile aria di mistero. Il paesaggio è brullo, tra ciuffi di erbe rinsecchite e bassi cespugli, ti ritrovi circondato da giganti in pietra grigiastra. Questi testoni, dalle orbite vuote, rese ancora più profonde e cupe dalle ombre della sera, sembrano fissare un punto lontano e preciso. Tutt’attorno è silenzio. Al cospetto di questi monoliti ci si sente sperduti e si comprende il perché di tanti enigmi legati a quest’isola ed alla sua gente ancora irrisolti e perché forse lo saranno per sempre. L’isola di Pasqua, o Rapa Nui, come si chiama oggi, è la terra del mistero e una sorta di paradiso perduto per antropologi, archeologici, storici ed etnologi. Non si sa, ad esempio chi erano e da dove venivano i suoi antichi abitanti, qual’era la loro scrittura, perché a un tratto nella loro storia comparvero enormi e mitiche statue, perché poi all’improvviso si smise di scolpirle, perché… Ma andiamo con ordine, iniziando dalle prime notizie sicure o almeno probabili. Hotu Matua, sovrano in fuga dalle isole Marchesi, approda a Rapa Nui nella seconda metà del 12° secolo. Cerca scampo da disastri naturali, guerre o epidemie? Forse è l’insieme delle tre emergenze a buttarlo con i suoi su fragili imbarcazioni attraverso l’oceano Pacifico fino a un lembo di spiaggia distante 5.000 km da Thaiti. Sull’isola incontrano una popolazione di pelle chiara e dagli occhi azzurri, si racconta; quel che è certo è che sull’isola esisteva un insediamento umano da più di 1.000 anni, come provato dalla misurazione al radiocarbonio effettuate nel 1955 dalo studioso norvegese Thor Heyerdhal. In seguito un’altra ondata migratoria portò su quello sperduto triangolo di terra altri popoli; molto robusti si dice, tanto da essere chiamati “razza forte” e che avevano le orecchie assai sviluppate. Arrivavano dal Sud America sostiene Thor Heyerdhal e a sostegno di questa sua ipotesi vennero rinvenute alcune specie vegetali che provengono certamente dal continente americano, come le camote, una sorta di patata dolce, o la canna di totora. Quest’ultima cresce nelle acque del Lago Titicaca ed è tutt’ora usata dai discendenti del popolo Incas per intrecciare le caratteristiche imbarcazioni. Sull’isola di Pasqua la canna di totora si trova nelle lagune che occupano il fondo dei vulcani. Nei racconti dei conquistadores si legge che in Perù viveva una classe di nobili Incas che avevano orecchie molto grandi tanto da venire chiamati dagli invasori “Orejones”. La dimostrazione della possibilità della navigazione dall’America alle isole del Pacifico la sostenne ancora Thor Heyerdhal che con la zattera Kon Tiki raggiunse la Polinesia partendo proprio dalle coste peruviane. Quindi, Rapa Nui, nella sua calma secolare di vulcani spenti, il Rano Kai, il Rano Arai, il Rano Raraku, si anima di vista. Dopo Hotu Matua e le sue genti sbarcarono sull’isola le “orecchie lunghe”, la “razza forte” degli Hanau-Heepe, che deve integrarsi con gli Hanau-Momoko, la “razza debole”. Si racconta che il diritto di regnare sull’isola per un anno era dato a chi per primo riusciva a raggiungere un’isoletta sacra e raccogliere un uovo che l’uccello fregata, mitico, depositava e portarlo senza romperlo a riva, sulla costa nei pressi di Orongo, il villaggio sacro sulla punta ovest dell’isola, come raccontato anche dal film Rapa Nui. Sulle rocce di Orongo per dar credito alla storia si trovano scolpiti numerosi petroglifi raffiguranti animali e “uomini-uccello” (tangata-manu), i sovrani dell’isola, che venivano proclamati ogni anno al termine di una complicata cerimonia. La lava non esce più dai coni vulcanici che si trasformano in lagune azzurro-verdeggianti. Spuntano, invece, dal terreno, quasi partoriti dall’isola (in realtà scolpiti dai pasquensi) le figure dei Moai. Dei? Eroi? Gigantesche statue, espressioni concrete, alte da tre a dieci metri. Se ne contano più di 600 di questi monoliti. E’ più probabile invece che i Moai rappresentassero gli antenati più importanti delle famiglie e delle tribù. Molti di essi sorgono infatti nei pressi degli Ahu, piattaforme-altari attorno ai quali la gente si riuniva per rendere omaggio agli avi con canti e offerte di doni. Oggi su tutta l’isola si contano più di 200 Ahu e che per il taglio delle sue pietre richiama certi templi della civiltà Incas. Ancora più incerto è il motivo per cui furono scolpite statue di così ciclopiche dimensioni; forse per una sorta di dimostrazione di potere della tribù dalle orecchie lunghe sugli altri. Una delle poche certezze, nell’intricata storia di Rapa Nui, è dove furono realizzati questi colossi di pietra; si sa che la cava di estrazione sorgeva all’interno e sul versante sud del vulcano Rano Raraku. Questi guardiani dell’isola, soli o a gruppi, conficcati a metà nel suolo o svettanti sugli altari, i Moai, escono dalla cava lavica del Rano Raraku e si sistemano (facendolo con le loro gambe, secondo le leggende) sulle spiagge, sui terreni aperti, lungo i bordi del vulcano. Ci sono molte ipotesi sul trasporto delle statue (alcune fino a 16 km dalla cava vulcanica). La più attendibile è la intuizione, la scoperta di un giovane archeologo cecoslovacco, Pavel Pavel che partecipò ad una spedizione sull’isola di Thor Heyerdhal e lo stesso studioso racconta: “…per dimostrare ciò, aveva fissato due corde ai lati della testa della scultura, una a destra e una a sinistra. Altre due le aveva legate alla base, ma queste rivolte in avanti. Gli uomini erano stati organizzati in due gruppi. Una metà tirava a destra una corda dalla testa finchè la statua si inclinava. L’altra metà, allora, tirava in avanti e il colosso avanzava sulla propria base. L’operazione si ripeteva facendo inclinare la statua sulla sinistra e poi ancora sulla destra, eccetera. Insomma, era come spostare un mobile o un frigorifero. Quando gli uomini incominciarono a impratichirsi della manovra, ci convincemmo che quindici persone bene affiatate potevano spostare in quel modo statue di quindici tonnellate facendo loro percorrere anche duecento metri al giorno. Allora abbiamo studiato con rinnovata attenzione tutti i Moai e abbiamo notato che quelli più lontani dalle cave avevano la base consumata, arrotondata per l’attrito sul terreno, mentre quelli abbandonati ai piedi del vulcano l’avevano ancora intatta, perfettamente rettangolare”. Le ultime finiture alle statue venivano effettuate solo dopo che i Moai erano stati innalzati sul proprio altare. Alcuni erano decorati con disegni sul dorso e a tutti venivano collocati nelle orbite occhi di corallo e di ossidiana (finora ne è stato ritrovato solo uno ed è esposto nel Museo di Hanga Roa). Su molte statue venivano infine posti grandi cappelli cilindrici di pietra vulcanica rossa, detti Pukao, che venivano intagliati ed estratti da un’altra cava, la Puna Pao. Lo sforzo dei pasquensi dovette essere immane. Scavarono, scolpirono e trasportarono quei monoliti: probabilmente il lavoro assorbì migliaia di persone che sacrificarono la loro esistenza per la costruzione di un “mistero”. Poi, d’improvviso, tutto si immobilizza: l’incantesimo che li ha animati e mossi, la volontà dei pasquensi che li ha sbozzati nella pietra, che ha fatto loro percorrere km e km prima dell’insediamento, tutto questo scompare. Sono abbandonati non solo i Pukao, ma anche gli stessi strumenti di scavo e di scultura. Una guerra fratricida delle varie tribù verso la fine del 1600, probabilmente, decima le genti isolane. Prima gli Heepe, poi i Momoko. I Moai non riacquistano più la vita. La perdono anche gli isolani superstiti in due secoli di contatti violenti e di incomprensioni con europei ed americani: a partire da quel giorno di Pasqua, affibiando all’isola quel nome, imponendolo al posto del melodioso Rapa Nui; vaiolo e tubercolosi un altro regalo degli europei, per concludersi con lo sfruttamento, operato dai peruviani, della manodopera pasquense per raccogliere il guano fertilizzante della propria isola di Chincha. I 111 individui del 1877, ora sono 2500 e vivono in pace, fanno parte dello stato cileno, da questo aspettano la realizzazione di un porto, (i contatti con la terra ferma erano mantenuti una volta all’anno da una nave della marina cilena, la Esmeraldas, che giungeva da Valparaiso e che si tratteneva solo quindici giorni. Lo stesso Heyerdhal non ebbe come alternativa che noleggiare una nave intera per se’ e per i suoi compagni quando effettuava le prime spedizioni di ricerca sull’isola), dopo l’allestimento di un aeroporto che li collega al resto del mondo, che allevii il loro isolamento, riempia i silenzi da Rapa Nui con i suoi misteri. Quali frasi sono scritte nelle Kohau-Rongo-Rongo, le tavolette della recitazione ricche di simboli mai decifrati e impronunciabili? Lungo i sentieri percorsi, o sul bordo di una buca da cui un Moai incompiuto osserva il cielo, o sul bordo di un vulcano sul cui fondo emerge una macchia di vegetazione; a fianco dei sette Moai dell’Ahu di Akivi, sulle pendici del monte Terevaka, o degli altri a “capo coperto” dell’Ahu Anakena, nel lampeggiare del tramonto e negli azzurri di cielo e mare che avvolgono l’isola, tutto è pervaso da una sottile e quasi angosciante atmosfera, dal respiro di inafferrabili presenze. Sono le “idee vissute” dall’uomo e all’uomo sfuggite, dall’uomo dimenticate e distrutte. Sono i giganti di Rapa Nui, sono gli eredi di Hotu Matua. Sono i Moai. NOTE Fotografo free-lance di fama internazionale. Ha vissuto l’Isola di Pasqua in modo privilegiato seguendo alcune spedizioni di Thor Heyerdhal di cui è fotografo e amico. Reporter free-lance, frequenta la prima linea delle guerre del mondo, collabora anche alla trasmissione di “REPORT - speciale di Rai Tre” di cui è videogiornalista d’inchiesta.