Kurdi - Il popolo senza patria

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I KURDI: UN POPOLO SENZA PATRIA

di Giorgio Fornoni (L’Apostolo di Maria – gennaio 1998)

Sono entrato per la terza volta nel “Paese che non esiste”, in Kurdistan nell’agosto scorso, non più come la volta precedente da Zakho ormai in mano ai soldati turchi e frontiera chiusa, ma attraversando in barcone il fiume che fa da confine tra Siria e Iraq. Su un veicolo di “Emergency”, la Ong (Organizzazione non governativa) di Gino Strada che si è guadagnato il rispetto di tutti i curdi rimanendo sul posto mentre tutti gli altri se ne sono andati in seguito alla guerra civile tra Balzani (PDK) e Talabani (UPK). Ho attraversato il territorio presidiato dal primo e sono finito a Sulamanya, caposaldo del secondo. Lungo il percorso, nei pressi di Zakho e quindi in pieno territorio iracheno, ho notato campi militari dell’esercito turco, posti di blocco ovunque, rassegnazione fatalistica nella gente. Ho passato un po’ di giorni nell’oasi di pace che costituisce l’ospedale diretto da Gino Strada dove si rifugiano feriti di ogni genere, specialmente i colpiti dalle mine. Lì sono venuto a conoscenza di tante storie di orrori. Ho conosciuto Razà, un piccolo pastore che, dopo aver peregrinato da un villaggio all’altro con i suoi genitori, è saltato un una mina che gli ha tranciato una gamba. “Mi ha portato qui a spalle mio padre. Dopo tante sofferenze, ora, con la protesi, posso di nuovo camminare. Ritornando al villaggio non voglio più fare il pastore perché potrei calpestare un’altra mina; mi piacerebbe andare a scuola oppure aprire un piccolo negozio…” Ho conosciuto Soran, 13 anni, sfollato e pure lui mutilato da una mina. Con la gamba artificiale va zoppicando a scuola: frequenta la scuola secondaria. Piccole grandi storie di ordinaria sofferenza, purtroppo, qui in Iraq. Una pace che non esiste Su qualche mappa che non tiene conto della realpolitik di Turchia, Siria, Iran, Irak, si legge ancora la parola Kurdistan. Ma i Kurdi, 25 milioni di persone divise tra quattro nazionalità differenti, sono di fatto un popolo senza patria. E la strada che abbiano percorso diretti ad Erbil, nel cuore del Kurdistan irakeno, conduce in realtà verso una sola direzione: Baghdad. La vocazione nomade dei Kurdi, la loro struttura sociale arcaica e tribale non si possono conciliare con gli interessi economici e strategici di una regione dove sembrano concentrarsi ed esplodere tutte le contraddizioni del Medioriente. Il diritto all'autonomia del popolo kurdo venne sancito già nel 1920, quando si tentò di disegnare il nuovo assetto geopolitico dell'Europa e del vicino Oriente sulle ceneri degli Imperi austro-ungarico e ottomano. Ma per quel fiero popolo di contadini e pastori, stretto tra le pianure mediorientali e le montagne della Turchia armena, iniziava allora un interminabile calvario. Una saga fatta di lutti, deportazioni, torture e ancora di estrema attualità. Dal 1961, l'anno della rivolta armata di Mustafà Barzani, primo leggendario leader delle guerre di indipendenza, i peshmergas, i guerriglieri kurdi, non hanno pi— deposto le armi. La tensione è ancora nell'aria. Ce lo ricordano i posti di blocco, disseminati ovunque, controllati dai fedeli di Massud Barzani. Saddam non li ama Il Kurdistan è ritagliato nel nord dell'Irak, ma Saddam non poteva accettare di cedere ai Kurdi la regione di Kirkuk, una delle aree meridionali più ricche di petrolio. E infatti l'Irak conduce da anni una guerra senza quartiere che somiglia ad un genocidio programmato. Sul finire degli anni 80, vengono uccisi almeno 100 mila kurdi, 180 mila scompaiono nel nulla, 4000 villaggi vengono rasi al suolo e 200 mila profughi affollano le tendopoli oltre il confine di Iran e Turchia. Torture, mutilazioni ed esecuzioni sono fatti quotidiani. Nel 1988 l'armata irakena lancia bombe chimiche e di gas tossico sulla regione del Kurdistan facendo parecchie migliaia di vittime. Una strage silenziosa che pure non scuote la coscienza dell'Occidente, che in quegli anni vede ancora in Saddam il campione della lotta contro l'integralismo islamico dell'Iran. Durante la guerra del golfo, Saddam, esige dei curdi la passività sotto la minaccia del ripetersi degli avvenimenti delle armi chimiche. La sconfitta di Saddam nella Guerra del Golfo riaccese la volontà separatista dei kurdi. Ma la rivolta fallì, tra nuove stragi e nuovi orrori. Due milioni di persone furono costrette a varcare il confine di Iran e Turchia, spinte dalla disperazione nelle braccia di vicini tutt'altro che amici. Il resto è storia di oggi. L'ONU approva l'intervento dei Caschi blu a favore dei kurdi, vengono vietati i voli irakeni a nord del 36esimo parallelo, si mobilitano le organizzazioni umanitarie. Ma la situazione resta drammatica. Mine a volontà La prima tappa del nostro viaggio ci porta nella palazzina comando dei reparti ONU impegnati nella bonifica del territorio dalle mine. Ce ne sono a milioni, disseminate ovunque, un rischio mortale che rende impraticabile oltre la metà della regione. Ecco cosa ci dice un militare dell'ONU, addetto allo sminamento: "Dicono che ci sono 20 milioni di mine abbandonate in quest'area, ma in realtà nessuno sa con certezza quante sono. E' molto difficile trovarle.. a volte le tirano dagli aerei volando tra le montagne. Non ci sono mappe, non si può sapere dove finiscono.. Qui da noi arriva la segnalazione che qualcuno è saltato su una mina, noi mandiamo una squadra ma non possiamo sapere se si tratta di una mina isolata oppure se ce ne sono altre tutt'attorno.. E' un lavoro molto difficile.. la maggior parte delle mine resta sul posto, è praticamente impossibile bonificare tutto il territorio." La forza di pronto intervento dell'ONU è presente in zona dal 1992, quando si tennero le prime libere elezioni. Ma le speranze di pace e di democrazia naufragarono appena due anni dopo, con l'esplodere della guerra civile tra i due partiti che si sono divisi i voti senza riuscire a prevalere con una vera maggioranza: il partito democratico PDK guidato da Massud Barzani e quello dell'Unione patriottica UPK di Jalal Talabani. Al momento, la situazione è precipitata. Diviso tra i due contendenti politici, Talabani e Barzani, incerto sulla linea da adottare nei confronti dell'Irak, schiacciato dal doppio embargo delle Nazioni Unite e di Saddam Hussein, il Kurdistan irakeno vive oggi in condizioni drammatiche di povertà e di sussistenza. Il sogno di uno stato autonomo rischia di naufragare nella lotta fratricida tra le fazioni, mentre a complicare la situazione entra ora in gioco anche il partito armato PKK, in guerra con la Turchia. In questa situazione, le agenzie delle Nazioni Unite fanno il possibile per fronteggiare l'emergenza, come spiega il responsabile locale Alan Stafford: "Dal 1991 la situazione è andata peggiorando sempre di più. Ci sono 3 milioni e mezzo di Kurdi in questa regione, l'economia è a terra e non si è ripresa come in altre parti del paese. La grande risorsa qui è sempre stata l'agricoltura, ma anche questa è in crisi. Avremmo bisogno di una produzione molto superiore ma l'embargo e il blocco commerciale impediscono qualsiasi sviluppo. Manca il cibo, mancano i medicinali, prodotti e macchinari necessari all'agricoltura non possono essere importati se non tra enormi difficoltà. Le agenzie umanitarie stanno facendo moltissimo per l'assistenza alla popolazione, ma dopo 4 anni non possiamo ancora dire che l'emergenza sia finita, anzi, la situazione generale è peggiorata. La gente incontra difficoltà a soddisfare i bisogni elementari: mancano cibo e medicinali, manca l'istruzione." Dopo la recente offensiva turca, decisa a distruggere le basi di guerriglieri di ispirazione marxista del PKK, i kurdi della Turchia installatasi nel Kurdistan irakeno dopo la Guerra del Golfo, la situazione militare nella zona può essere definita di "vigile attesa". Lungo le strade vicino ad Erbil, file interminabili di camion, cisterne che praticano il contrabbando di petrolio dall'Irak alla Turchia, la voce più redditizia nella disastrata economia del Kurdistan irakeno. Al mercato nero, con 5000 litri di petrolio si possono guadagnare fino a 1000 dollari. Liti in famiglia Entriamo a Saladin, quartier generale del PDK, e Zebari, braccio destro di Massud Barzani ci spiega. “Tra i vari modi possibili di risolvere il conflitto di potere, si è presa in esame anche l'opportunità di indire nuove elezioni generali. Il ricorso alle urne, con tutte le garanzie offerte dalla presenza degli osservatori ONU, sembrava anzi l'unico modo per uscire dall'impasse creata dalla spaccatura del 50 per cento tra i due partiti maggiori. Ebbene, il PUK, il partito di Talabani, non ha fatto nulla per favorire questa soluzione, ha sempre boicottato qualsiasi nostro tentativo di arrivare ad un accordo per ripristinare le condizioni di una democrazia civile e risolvere il problema del governo”. Passiamo poi a Sulamanya, siamo accolti dal Presidente del Puk Talabani, nel suo bunker, qualche tempo prima degli ultimi capricci di Saddam e dell'attacco di Barzani, e così ci parla. “Queste sono le zone dove ci sono i maggiori problemi, dove si sono rifugiati i profughi kurdi. Se andaste qui, vi verrebbe da piangere. Alcune famiglie sono arrivate a vendere i propri figli pur di riuscire a sopravvivere... Questo è il contributo italiano, la missione italiana. Il vostro governo ci ha molto aiutato, ci dava 500mila dollari l'anno per fronteggiare emergenze coma la scarsità di zucchero o altro, ma ultimamente tutto è sospeso, non so perché… Il Kurdistan irakeno sta ancora soffrendo per le privazioni imposte dall'embargo occidentale, per l'atteggiamento dell'Iraq e delle nazioni vicine. E' una condizione che ci impedisce di fatto di ricostruire le strutture essenziali della nostra società. Soffriamo anche per colpa di una politica internazionale ingiusta che non riconosce i kurdi come una speciale identità nazionale. Ufficialmente il nostro territorio è considerato parte dell'Irak, ma non abbiamo nemmeno gli stessi diritti dei cittadini irakeni. Bisogna che l'ONU adotti una nuova politica, che venga sospeso l'embargo, condizione necessaria per poter pensare alla ricostruzione sociale e civile del nostro paese. Abbiamo bisogno di essere riconosciuti nella nostra identità nazionale di kurdi e che la comunità internazionale ci tratti in modo da farci sentire non solo le vittime della dittatura irakena, ma cittadini con piena dignità. Il nostro obiettivo è quello di abbattere la dittatura in Irak e sostituirla con un governo democratico e federale. E invece oggi subiamo ancora, in maniera drammatica, l'oppressione di una dittatura che vuole appropriarsi della regione di Kirkuk deportando in massa kurdi e turchi fuori del loro territorio di appartenenza." Parla poi l'ex governatore di Kirkuk, anch'egli in esilio, mostrandomi dossier grossi faldoni con nomi e fotografie. "Questa è solo una delle tante liste che raccolgono i nomi di donne che hanno denunciato la scomparsa di fratelli, figli o mariti. E' un lungo elenco di vedove e madri che piangono. Tutti i loro uomini sono stati uccisi o perlomeno sono scomparsi senza lasciare più traccia... E' un problema sollevato recentemente anche da Amnesty International... Quanti sono i nomi? Qui ce ne sono solo alcuni, tanti, il totale è stimato nell'ordine delle 280 mila persone, 280 mila tra morti e desaparecidos.." Le minoranze cristiane Talabani mi ha parlato anche dei cristiani kurdi: “Nel Kurdistan la religione cristiana ha radici antiche. Alle origini vi erano moltissime chiese nel Kurdista e la gente di molte zone era cristiana. Poi giunse l’islamismo e la maggior parte dei kurdi divenne musulmana. Ma comunque è rimasta una nutrita comunità di cristiani nel Kurdistan iracheno. Avevano le loro chiese, c’erano molte chiese storiche in Kurdistan, ma sono state distrutte dal regime iracheno. Oltre 17 antiche chiese, costruite 1500 anni fa, sono state distrutte dagli Irakeni. Dopo la liberazione di questa parte del Kurdistan dal giogo iracheno i nostri fratelli cristiani hanno potuto veder riconosciuti i propri diritti, i propri diritti democratici. Secondo la legge, hanno cinque rappresentanti in Parlamento, hanno un ministro nel governo regionale, hanno proprie scuole, possono utilizzare la propria lingua e coltivare la propria cultura. Il alcune parti del Kurdistan, alcune forze sovversive, alcuni fondamentalisti oppongono resistenza a questo stato di cose ma il governo regionale ha stabilito di portare avanti la politica democratica nei confronti dei nostri fratelli cristiani. I cristiani hanno anche due partiti e le loro organizzazioni. Hanno dei centri culturali. Hanno un centro culturale a Sulamanya. Li abbiamo aiutati a costruire una chiesa e l’edificio che ospita il centro culturale. Inoltre, li abbiamo aiutati a ricostruire un’antica chiesa distrutta dagli iracheni. Siamo grati del fatto che sua Santità, il Papa, si sia mostrato sempre solidale con il popolo curdo, con la causa curda, e abbia espresso in più occasioni la sua solidarietà e abbia offerto il suo appoggio ai curdi. Io personalmente sono grato al Vaticano che mi ha accolto lo scorso anno quando venni in visita a Roma. Allora trovai ad accogliermi in Vaticano un’atmosfera cordiale. Sentimmo allora che lì vi era comprensione e appoggio per la nostra causa. Inoltre, il Vaticano ci sostiene anche attraverso gli aiuti forniti dalla Caritas alla popolazione curda dl Kurdistan iracheno. Una resistenza ostinata In oltre 70 anni, l'abusiva spartizione del territorio e le deportazioni in massa non sono riuscite a piegare la resistenza e l'ostinata richiesta di autonomia del popolo kurdo. Una naturale fierezza e un'infinita capacità di sopportazione sono anche le qualità che consentono a centinaia di migliaia di profughi, rifugiati alla periferia di Sulamanya, di sopravvivere in condizioni difficilissime. Quasi tutti vengono dalla regione di Kirkuk, deportati dalle armate di Saddam per svuotare i serbatoi della guerriglia kurda negli ultimi dieci anni. La speranza è ancora viva, affidata oggi ai loro figli. Saranno loro, dicono convinti oltre 20 milioni di kurdi, a trasformare in realtà il sogno di indipendenza e di autonomia del "popolo senza patria".