Passaggio in Afghanistan

Passaggio in Afghanistan

di Giorgio Fornoni Da venticinque anni attraverso i cieli del mondo: tanto è il tempo che ho cominciato a viaggiare. Negli ultimi anni lo faccio più frequentemente, fino ad arrivare a partire e tornare da paesi lontani 10, 15 volte all’anno. Mi piace citare Bruce Chatwin perché – anche se non ho la forza e la capacità espressiva di questo grande narratore inglese – ne condivido sicuramente lo spirito del vagabondo, del viaggiatore, del pellegrino. Egli amava dire “il nomade rinuncia; medita in solitudine; abbandona i rituali collettivi e non si cura dei procedimenti razionali dell’istruzione e della cultura. E’ un uomo di fede (…) Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due? Tutte le nostre attività sono legate al viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci da ordini per il cammino e che qui stia la molla della nostra irrequietezza”. Ho molto sentito un viaggio al sud del mondo, nella Terra del Fuoco e fino a Capo Horn. Un viaggio immerso nella natura e nello spazio aggrappandomi con il pensiero alle ali dei gabbiani, che sempre hanno formato – anche per me – il sogno di libertà. Spinto dal vento sulle ali del tempo! Ma qui, ora, c’è una storia cruda e difficile da raccontare: il mio viaggio in Afghanistan. I colori di Kabul Ci aspettavamo una città stremata dalla guerra e dall'isolamento. Kabul ci accoglie invece coi suoi colori, col fascino esotico della sua gente, con la ricchezza di una storia intrecciata con l'Occidente fin dai tempi di Alessandro Magno, con la vivacità dei suoi mercati, eredi dei fasti delle carovaniere asiatiche e della leggendaria via della Seta. I Taliban sono i nuovi padroni di Kabul. Donne velate e relegate in casa, requisizione delle armi e imposizione della sharia, la severa legge islamica contro la droga e il crimine: così si esprime, dal 27 settembre scorso, il nuovo potere. Non pochi qui lo considerano il male minore. Nessuno può dimenticare che tra il 1991 e il 1994, in un paese finalmente libero dopo dieci anni di dominazione sovietica, Kabul venne contesa a colpi di cannone e razzi dalle bande dei "signori della guerra" afghana, ai quali gli americani poco tempo prima avevano regalato armi per quattro miliardi di dollari. Il bilancio fu di venticinquemila morti e mezzo milione di nuovi profughi. Ora l'emergenza non è finita. A Kabul, capitale fantasma, resta poco meno di un milione di persone, l'economia è disintegrata, ridotta alla lotta quotidiana per la sopravvivenza. E' una città freddissima in questa stagione. La gente raccatta come può un po’ di legna da ardere e si prepara al lunghissimo inverno senza luce, e si raccoglie in case con le finestre senza vetri. Noi siamo alloggiati all'Intercontinental, tutti i pochi giornalisti stranieri finiscono lì, sotto il controllo dei Taliban. La stanza d'albergo è una ghiacciaia e la luce arriva soltanto di sera per un paio di ore. Dieci milioni di mine La guerra è alle porte della città; ma è soprattutto l'incubo delle mine, disseminate tra le macerie dei quartieri distrutti, che tiene viva, anche tra i civili, una tensione da prima linea. Si calcola che in tutto l'Afghanistan siano state disseminate oltre dieci milioni di mine. I feriti da mina occupano un intero reparto dell'ospedale di Kabul. Ne arrivano ogni giorno e hanno tutti la stessa maledetta storia da raccontare: quella di una vita cambiata per sempre nel lampo di un'esplosione improvvisa, appena sufficiente a spappolare un piede, una gamba, un braccio. Ne restano vittima, ancora oggi, duemila persone al mese, per lo più civili, che vanno ad aggiungersi ad un esercito di cinquecentomila handicappati per cause di guerra. "E' successo cinque giorni fa" ci dice Rohallah, ventisette anni, "poco fuori Kabul. Camminavo al bordo della strada, poi il terreno è saltato sotto i miei piedi e non ricordo più nulla". La guerra continua Sul fronte, a Nord di Kabul, i razzi che hanno devastato la capitale negli ultimi anni servono oggi ai Taliban per rafforzare la loro posizione sulle colline. Alla prima linea si arriva in appena mezz'ora, traversando una piana polverosa dove correva verso nord la New Road. Sullo slancio della loro trionfale avanzata, in settembre i Taliban l'avevano seguita fino al Salang Pass. Furiosi combattimenti hanno poi riportato il fronte allo sbocco della valle del Panshir, difesa dagli uomini di Massud; ma i Talibani hanno dalla loro una certezza soprannaturale. "Vinceremo”, ci dice convinto il comandante Ahmedullah , in una trincea di prima linea... "Dio è grande, Dio è con noi", ripetono i Taliban al fronte, così come nei palazzi del nuovo governo, da poco insediato a Kabul. La battaglia di Kabul ha interrotto la strada principale verso il Nord, ma in Afghanistan la parola d'ordine è "Inshallah" e tutto è sempre possibile. Così può anche succedere che si parta con un taxi sgangherato da Kabul e in due giorni di viaggio avventuroso, lungo una valle laterale che offre squarci da cartolina sugli aspetti più inediti e affascinanti del paese, si riesca ad attraversare quella pericolosa terra di nessuno che separa i contendenti. Questa è a sua volta divisa e contesa da un mosaico di etnie e clan tribali. Pur nelle condizioni più difficili una spola di camion, carovane e mezzi di ogni tipo percorre queste rotte fuori mano e mantiene viva la rete dei traffici e dei commerci, da quelli per la sopravvivenza di intere popolazioni, a commerci inconfessati e inconfessabili, armi e droga. Una realtà questa saldamente radicata nella tradizione afghana e ragione non ultima delle sue turbolenti vicende. Questa valle è magica: le creste dei monti innevati, le rocce crude, alberi dai mille colori sul fondovalle accarezzati da un torrentello sinuoso, case di terra e travi in legno, muri a secco e bimbi, tanti bimbi impolverati. Dai Taliban a Massud, questo è il paesaggio della valle, di una valle dell'Afghanistan. Il conflitto Poi, sotto un cielo assurdamente azzurro, la violenza e la tragedia della guerra esplodono nel giro di pochi secondi, in risposta a quelle che sembravano stanche cannonate di routine....I sibili e gli scoppi dei razzi in arrivo sovrastano il rombo delle cannonate, trasformano la strada in una trappola mortale. Famiglie intere che scappano, bimbi che corrono e piangono tappandosi le orecchie, la disperazione a sopravvivere incita alla fuga nella speranza di sopravvivere. I colpi dei Taliban si fanno sempre più vicini, sempre più precisi. Finchè un tiro sembra teleguidato dal destino. Un camion carico di benzina viene centrato da un razzo sparato da chilometri di distanza. Cinque vite umane (lo sapremo dopo) sono annientate in una sola impressionante esplosione. L'effetto psicologico del bombardamento cui abbiamo assistito è ancora più imprevedibile. Un'ondata di panico percorre la prima linea di Massud. Il nervosismo cresce, gli uomini cominciano a ripiegare. Poi è la fuga, inarrestabile e contagiosa. Domani il fronte dei Taliban si troverà dieci chilometri ancora più a Nord: la marcia degli studenti-guerrieri prosegue, lenta ma inesorabile, avanguardia armata di un nuovo fanatismo integralista. Una pace lontana Dal tempo dell'invasione sovietica l'Afghanistan è condannato al ruolo di pedina nel grande intrigo degli interessi internazionali. Con i Taliban combattono i Paesi arabi, il Pakistan, forse la Cia; con Massud e Dostum, ci sono Russia e Iran. E' caduta la prima neve, noi ripartiamo verso il Nord, verso i confini con l'Uzbekistan, attraversiamo il Salang - Pass, la galleria più alta del mondo. Poi proseguendo chilometri e chilometri di desolazione e di deserto; dietro in lontananza, montagne imbiancate e dai profili misteriosi, paesaggi che ci riportano al "Deserto dei Tartari". Arriviamo a Mazar-I-Sharif, la città di Dostum e la più a Nord dell'Afghanistan: è l’antica Balkh, città importante della Via della Seta e attivo centro missionario dei Nestoriani prima dell’arrivo dei Musulmani (950 circa) che spazzarono via ogni presenza cristiana. Qui ci imbarchiamo su un piccolo aereo della C.R.I. che in poco più di due ore ci riporta a Peshawar in Pakistan,da dove siamo partiti. Guardando dal finestrino viene da pensare a questa terra, a tratti dura a tratti magica e la sensazione è che ci sarà un futuro per questo martoriato paese solo quando sarà in grado di camminare da solo. E finalmente sulla via della pace.