OCCHI NEGLI OCCHI CON IL DALAI LAMA

di Giorgio Fornoni (Mediterraneo – Estate 1999)

Il Dalai Lama è il capo spirituale e politico della religione buddista tibetana, una tradizione antica, profonda, che è venuta alla ribalta anche dei media occidentali dopo il genocidio che il suo popolo ha subito da parte della Cina, che da 40 anni occupa il piccolo Paese delle nevi. Oggi però non è solo l’anticomunismo internazionale ad attirare su quest’uomo l’interesse: il buddismo infatti, o meglio, non tanto la vera e propria pratica religiosa – che riguarda piccole minoranze – ma una sensibilità affine a quella buddista si è diffusa anche all’interno del mondo occidentale. Tenzin Gyatso – questo il suo nome proprio – è in realtà figlio di un mondo e di un’educazione estremamente distanti dal nostro. Ma è anche, per carattere e per convinzioni, un uomo molto aperto al confronto. Il nostro collaboratore Giorgio Fornoni lo ha raggiunto nel suo esilio indiano, a Dharamsala, e ha potuto realizzare una delle rare interviste che il Dalai Lama abbia mai concesso all’interno dei suoi palazzi. Da Delhi, una lunga corsa in macchina verso il nord, verso Dharamsala. E’ qui, in India, che vive in esilio da quarant’anni il XIV Dalai Lama. Tanto verde e profumo di pino tutt’attorno. Un grande cartello sulla sinistra della strada all’entrata del paese: “Benvenuti nella nuova piccola Lhasa”. Entriamo nella piazza principale, camminiamo in mezzo alla folla di monaci, lungo una via di negozi che mettono in bella mostra collane di corallo e turchese, bandierine di preghiera e… tutto ciò che può ricordare il paese d’origine. Qui si svolge la quotidianità della gente tibetana che ha seguito il capo spirituale in esilio. Proseguiamo verso il palazzo sede del Dalai Lama, qualche centinaio di metri oltre l’abitato, in un luogo isolato. Un grande cancello, un ampio recinto di mura lo circondano. Ci facciamo annunciare, e siamo ricevuti poco dopo dal segretario generale di “Sua Santità” (questo il suo titolo per i seguaci della religione buddista). L’udienza è stata fissata all’1,30 del pomeriggio, ma un’ora prima siamo già seduto in attesa in una grande stanza di targhe, medaglie e riconoscimenti al Dalai Lama. Per noi sono momenti di tensione. Sotto gli occhi onnipresenti del Buddha, tra gli affreschi dei monasteri, anche i viaggiatori più smaliziati sentono che si entra in una dimensione dove la severa maestà del buddismo tibetano li sovrasta con forza straordinaria. Ci si spoglia di tutte le convenzioni, di tutti gli orpelli del mondo, per guardare alle sorgenti della nostra esistenza. Un correre veloce di passi ci annuncia l’incontro atteso. Il segretario ci accompagna nella sala delle udienze, dove il Dalai Lama ci dà il benvenuto, lì il colore giallo è predominante, tante sete dipinte appese alle pareti rappresentano l’iconografia tibetana. L’intervista può avere inizio. Lei ha viaggiato ormai in tutto il mondo. Conosce l’Italia e la nostra cultura? Il mio primo viaggio al di fuori dell’India è stato nel 1973 e la mia prima destinazione è stata Roma, dove contavo di incontrare il Papa. Fin da bambino leggevo con grande interesse riviste e libri illustrati di carattere geografico. E così quando mi sono trovato in piazza S.Pietro, in un certo senso ero già preparato. Molti dei luoghi che ho visitato in questi ultimi anni erano già familiari nella mia mente da quando ero bambino, in una stanza del Potala di Lhasa. Ci avviciniamo alla scadenza dell’anno 2000 e il pianeta nel quale viviamo è minacciato da problemi gravissimi: povertà, inquinamento, guerre. Come il buddismo affronta questi problemi? Le guerre, dei conflitti oggi minacciano il benessere di tante persone. Bisogna cominciare a pensare che siamo tutti fratelli e sorelle, che ciò che ci divide - la cultura, la nazionalità, la lingua - sono solo etichette, categorie superficiali. Al fondo siamo tutti uguali. Io non penso a me stesso come un asiatico, non mi dico “Dimentica l’occidente, tu sei un orientale”, sarebbe stupido. E dall’altra parte sarebbe stupido dire “Noi siamo i ricchi dell’occidente, sfruttiamo il resto del mondo”. Perché – come insegna la nostra religione, tutto è interconnesso, il danno di qualcuno diventa il danno di tutti. Qual è lo stato delle trattative col governo cinese a 40 anni dall’invasione del Tibet? L’anno scorso le cose sembrava avessero finalmente preso una buona strada, c’erano segnali incoraggianti di un dialogo con le autorità cinesi, anche se sul piano informale, non ufficiale. Dall’autunno scorso purtroppo la situazione è decisamente peggiorata. Si è intensificata la repressione della dissidenza interna, abbiamo avuto notizia che dal 10 marzo scorso sono in vigore nuove restrizioni nel Tibet. Tutto ciò non è un bene ne’ per il Tibet ne’ per la Cina, perché la Cina vuole comunque unità e stabilità e non possono esistere un consenso e una stabilità imposti con le armi. Lei recentemente ha chiesto per il Tibet una “genuina autonomia”. Cosa intende? Resta valido il piano di pace in cinque punti da tempo proposto ai cinesi. “Autonomia genuina” significa riconoscere una specificità della cultura tibetana per tutto quanto attiene alla spiritualità del buddismo, all’educazione, alla gestione dell’ambiente. In questi settori i tibetani hanno lunga esperienza, possono e devono avere poteri decisionali. Per tutto quanto riguarda la difesa, gli affari esteri, lo sviluppo tecnologico abbiamo bisogno di un aiuto, i fratelli e le sorelle cinesi possono contribuire benissimo, questo potrebbe essere il loro ruolo nel Tibet. In tutto ciò che attiene allo sviluppo materiale, tecnologico, scientifico, economico, i cinesi possono fare molto di più e meglio di noi. Ma ci lascino la nostra libertà in materia di religione, di educazione, di cultura. La realtà è che dobbiamo comunque convivere. Io non penso allo scontro tra Tibet e Cina nel senso di una lotta con un vinto e un vincitore. Non è così che si devono affrontare i problemi. La scelta giusta è quella del mutuo benessere. Per quanto riguarda la mia posizione personale e politica, già nel ’92 ho rimesso in discussione l’istituzione dei Dalai Lama in quanto capo politico del Tibet. Il compito della politica va affidato a un governo tibetano locale democraticamente eletto. Quando questo sarà costituito, cederò i miei poteri in quanto Dalai Lama, diventerò un semplice monaco buddista e potrò dedicarmi ancora di più al lavoro spirituale e alla promozione dei diritti umani. Il buddismo va diffondendosi anche in Europa. Sappiamo dalla storia che passando da un paese all’altro esso si è evoluto in molte scuole diverse: indiana, tibetana, zen. Lei crede che potrebbe oggi nascere una “via occidentale” al buddismo? In Occidente e nei paesi del mondo arabo c’è un patrimonio culturale e religioso ricchissimo, ben radicato in una tradizione secolare. Milioni di persone hanno tratto grandi benefici spirituali dalla religioni dell’Occidente. Ed è per questo che ritengo giusto, in linea di principio, conservare la propria fede religiosa originaria. Non credo che il buddismo debba necessariamente essere esportato, anche se effettivamente si sta diffondendo e oggi ci sono molte persone, anche da voi, che hanno scelto questa via. Naturalmente esiste un principio fondamentale, quello della libertà religiosa, che consente a chiunque di scegliere la propria fede. Quanto alle vie o scuole diverse, è vero, ma l’insegnamento fondamentale resta quello di Buddha Sakyamuni. La diversità delle scuole nasce dall’incontro e dalla sintesi di culture e tradizioni diverse, ma questo non significa che cambi il senso più autentico dell’insegnamento. Il buddismo si rivolge all’individuo, parla alla mente e al cuore dell’uomo, lo aiuta a capire quale è la sua natura più vera e autentica - non importa a quale scuola si faccia riferimento - per superare lo schermo delle illusioni terrene e calarsi nell’assoluto che è in noi. L’incontro tra culture e tradizioni diverse è certamente positivo, arricchisce gli uni e gli altri, ma l’uomo resta sostanzialmente lo stesso come essere pensante, dotato di sensazioni ed emozioni. Come buddisti, possiamo imparare molte cose dai buoni cristiani o dai buoni musulmani, il senso del perdono, per esempio o della tolleranza. E loro possono imparare da noi i valori della compassione e le tecniche di meditazione. La cultura occidentale dello sviluppo ha privilegiato negli ultimi secoli l’aspetto materiale dell’esistenza. Non c’è una contraddizione netta con l’approccio buddista? Il buddismo parla all’individuo ed è attraverso l’individuo che si può cambiare il mondo. Certo in Occidente dominano l’economia, la politica, la tecnologia, la scienza. Non so però se queste categorie rappresentino qualcosa di veramente diverso. Perché quando si va a vedere cosa muove l’individuo, cosa lo spinge ad agire in questi campi come l’economia, la politica, la tecnologia, si arriva al “principio della motivazione”. Per un buddista essa si identifica nella compassione, il principio cioè secondo cui niente di ciò che si fa deve arrecare danno o male ad altri. La mentalità buddista è per sua natura non egoista, attenta alla natura interconnessa e interdipendente di tutte le cose, dal nostro prossimo all’ambiente naturale. *** Il Dalai Lama mi guarda. Mette la bianca sciarpa attorno al mio collo in segno di benedizione ed amicizia; sorride, e mi stringe forte forte le mani nelle sue. Sorride a lungo, solo per me. Torniamo in albergo: arriva presto la sera qui a Dharamsala. Fuori la luna rischiara il “profugo piccolo Tibet”, le stelle sono così prossime alla Terra da sembrare bianchi fiori di montagna.