RITORNO A TIBHIRINE

di Giorgio Fornoni

 

di Giorgio Fornoni Negli anni più roventi della rivolta integralista contro il regime di Algeri, le pendici dell’Atlante, 100 chilometri all’interno della costa erano la roccaforte della guerriglia armata. Le montagne erano il rifugio delle milizie che avevano dichiarato la guerra santa contro il governo dei militari, accusato di non avere rispettato l’esito delle elezioni e di avere messo fuori legge il Fronte Islamico di Salvezza, vincente nelle elezioni politiche del 1991. La repressione del dissenso innescò una spaventosa spirale di violenza e di terrorismo che segnò tutti gli anni Novanta. La violenza colpì a più riprese anche gli stranieri presenti nel paese, al punto che l’Algeria divenne praticamente off-limits per gli occidentali fino alle porte del nuovo millennio. E’ in questo contesto di lotta armata per il potere e di guerra santa integralista che avvenne nel 1996 il massacro dei Padri Bianchi nel monastero di Tibhirine. Ancora oggi, non è facile inoltrarsi tra quelle montagne. Sono partito da Algeri alle 5 di mattina, accompagnato dall’uomo che a distanza di 18 anni tiene viva la memoria di quel martirio e l’esistenza stessa del monastero. Jean Marie Lassausse è un religioso della Mission de France, con una lunga esperienza nel paesi arabi e africani. E’ in Algeria dal 2001 ed è l’ultimo sacerdote occidentale rimasto a perpetuare la missione e la presenza della fede cristiana, lo “spirito di Tibhirine” in una terra ancora macchiata dal sangue di quella tragedia. Ho risalito la strada delle montagne di notte, dopo aver superato la cittadina di Medea, a 80 chilometri da Algeri. A 1000 metri d’altezza si scavalca la dorsale e si entra nel cuore del medio Atlante. Il giorno illumina i profili delle colline e il paesaggio è quello rude dei Berberi e delle tribu’ di montagna. Giu’ in basso sono rimaste le nebbie della pianura e il profumo del mare. Andiamo avanti a piedi, sulla terra battuta, camminando alla luce di una torcia elettrica. Jean Marie apre un grande portone metallico, lo stesso che i guerriglieri avevano scavalcato la notte del 27 marzo del 1996, il giorno della loro incursione. Saliamo una scala di pietra e ci viene incontro Yussef, il guardiano del monastero. Nessuno abita più qui stabilmente dai tempi del massacro. Ci avevano provato altri confratelli per un breve periodo, verso la fine degli anni Novanta, ma i Padri Bianchi avevano dovuto rinunciare a quel loro avamposto in una terra diventata ostile. Era poi troppo insopportabile il ricordo stesso di quanto era avvenuto tra quelle mura. Jean Marie non vuole essere considerato nè un custode della memoria, nè di un museo. E’ stato mandato qui, mi spiega, dall’arcivescovo di Algeri, Henri Tessier, nell’attesa che altri proseguano l’opera di presenza monastica dei Padri Bianchi così brutalmente interrotta. L’interno del monastero è rimasto esattamente come allora. Sulla destra vediamo la portineria, con la stanzetta dove riposava Padre Jean-Pierre, sopravvissuto proprio perchè si trovava in un’ala laterale. ISulla sinistra, e al piano superiore, ci sono le stanze dove i sette monaci vennero prelevati a forza e trascinati fuori dai guerriglieri. Percorro il colonnato del portico, chiuso da una grande vetrata colorata. Entro nella stanza di padre Christiane, il capo del monastero, l’uomo che ha lasciato la testimonianza piu’ commovente di quanto è successo. Aveva affidato le sue riflessioni ad una lettera ritrovata dopo la sua morte. Una sorta di testamento spirituale nel quale il sacerdote, ben consapevole del rischio al quale si stavano tutti esponendo rimanendo in quel luogo, si era detto pronto a perdonare anche i Fratelli della Montagna, proprio quelli che lo avrebbero ucciso, “perché non sanno quello che fanno”. Il massacro, infatti, era stato in qualche modo già annunciato tre anni prima, quando erano stati uccisi 12 croati in un paese vicino. I guerriglieri si erano presentati a Tibhirine la vigilia di Natale, intimando ai monaci di non interferire con quanto stava avvenendo nella regione. Di fronte alle minacce, padre Christiane e i suoi confratelli avevano invece deciso di restare vicini alla gente del posto, molti dei quali avevano chiesto espressamente ai monaci di non abbandonarli. In quella lettera, ritrovata a massacro avvenuto, padre Christiane parlava anche dell’Islam, contestando la tesi che identifica religione e politica e riaffermando il suo amore per quella terra e quella fede, con l’Algeria e l’Islam, quello vero, uniti in maniera indissolubile, come un corpo e un’anima sola, nella tradizione stessa della Bibbia e del Vangelo. “Amen, Inshallah” sono le ultime parole con le quali si chiude quella indimenticabile lettera. E’ rimasta come allora anche la biblioteca, che si intravede da una delle finestre del corridoio. Poco più avanti si apre la stanza refettorio, dove avvenne l’Ultima Cena così ben rappresentata nel film “Gli Uomini di Dio”, che ricostruisce il martirio dei Padri Bianchi di Tibhirine. Entro nella chiesetta, dove più volte al giorno i monaci si riunivano per la preghiera. Ha il soffitto di legno e una parete in ceramica. L’ambiente è ricavato da una vecchia cantina dove erano conservate un tempo le botti del vino. Una vetrata a mosaico colorata, con la Madonna e i simboli evangelici, illumina di una luce diffusa la stanza, in fondo alla quale sorge un semplice altare. Sono padre Jean Marie, o qualche missionario in visita, a celebrare la Messa e a tener viva la funzione della cappella. C’è molta pace qua dentro, l’intero monastero è diventato ormai un luogo di preghiera, di meditazione e di silenzio. “Sono qui”, mi dice padre Jean Marie, “nell’attesa che il monastero riprenda a vivere come un tempo, per testimoniare che il Cristianesimo e l’Islam possano convivere in pace anche in Algeria, come sognava padre Christiane”. Il piccolo cimitero è fuori dal complesso principale del monastero, ombreggiato da antichi cipressi. Dagli anni Trenta, da quando hanno abitato questo luogo, sono sepolti qui i monaci di Tibhirine. Le ultime, sono sette lastre di marmo bianco che riportano semplicemente un nome e una data, quella del 21 maggio 1996. Vennero ritrovate quel giorno, in un crocevia non molto distante, sette teste mozzate. I corpi invece, non vennero mai ritrovati. Il governo francese non ritiene però ancora certe l’identificazione e le tesi ufficiali del governo algerino. Tra breve verranno effettuati alcuni esami sul dna, coinvolgendo anche i familiari, per accertare se i resti ritrovati appartengano veramente ai monaci scomparsi. Come ogni monastero, anche Tibhirine era una fiorente azienda agricola, al servizio dell’autosufficienza. Otto ettari di territorio disposti a terrazza erano coltivati a grano, frutta e ortaggi, che venivano offerti anche ai locali. I campi sono oggi affidati alle cure di Jean-Marie, mandato lì anche per la sua competenza in agraria, in quanto studioso e figlio di contadini. Sono proprio questa sua vocazione e questo suo lavoro a qualificarlo come “il giardiniere di Tibhirine”, la formula che a lui piace di piu’. “Perchè in questo modo”, dice, “sono insieme al servizio della terra e del cielo”. Lo aiutano due contadini locali, Yussef e Mohammed, di famiglie che hanno sempre gravitato intorno al monastero. A volte arrivano anche dei volontari. Come Patrick e Jean, due anziani che vengono dalla Francia e che in questo momento danno una mano a Jean Marie nell’accoglienza dei rari pellegrini e nel lavoro dei campi. La gente del posto non ha dimenticato quanto avvenuto. Non ha dimenticato nemmeno i rapporti di collaborazione, di amicizia e di aiuto che avevano intrecciato con i monaci. Tutti ricordano ancora con gratitudine “fratello Luc”, che per decenni era stato anche il medico del villaggio, sempre pronto ad aiutare chiunque bussasse alla porta del monastero. Aveva curato perfino alcuni guerriglieri feriti. Per lui e per i sette monaci di Tibhirine è in corso oggi il processo di beatificazione. “Lo spirito di Tibhirine, i sogno di una convivenza possibile tra fedi diverse è vivo piu’ che mai”, mi dice padre Jean-Marie. “Siamo ancora in prima linea, ma la lezione di padre Christiane e di quanti si sono sacrificati in nome di questo ideale comincia a fare scuola anche qui. Il mio compito, è quello di trasformare il trauma di una tragedia in una sorgente di vita nuova”. Ma come vive, padre Jean-Marie, l’eredità dei sette monaci uccisi e il progetto di una nuova presenza missionaria in terra mussulmana? Ecco le risposte alle mie domande. .M. Lassausse (Il giardiniere di Tibhirine) Caro Padre Jean-Marie, qual è il suo ruolo qui, perché è venuto proprio qui? JML: Tibhirine non è stata una mia scelta, ho risposto alla richiesta dell’arcivescovo Henri Tessier, nel 2001, e del padre abate di Ekbel, Ekbel è il monastero “madre” in qualche modo di Tibhirine. In seguito alla partenza della comunità che aveva cercato di insediarsi qui dal 1998 al 2001 ho accettato questa proposta, di raccogliere l’eredità dei Fratelli per garantire una presenza in questo luogo che era già nel 2001 un luogo altamente significativo per la Chiesa di Algeria, e a poco a poco stava diventandolo anche per la Chiesa universale. Il mio ruolo qui è di coordinare una squadra di lavoro agricolo, perché c’è una azienda agricola di otto ettari, ma anche gestire un servizio di accoglienza per tutta la gente -pellegrini, visitatori, turisti- che passa tutti i giorni a Tibhirine.. Inoltre sono una presenza, nello stesso solco dei Fratelli cistercensi, e cioè intreccio il massimo di relazioni di amicizia con la popolazione del villaggio e dei dintorni. Questo è nei fatti il mio triplo ruolo a Tibhirine. Questo luogo è intriso di storia, e lei è uno che ne ha raccolto l’eredità … Sì, questo luogo è carico di storia per quello che vi è successo nel marzo, aprile, e maggio del 1996; e la testimonianza della comunità cistercense, largamente positiva nei confronti della popolazione non chiede altro che proseguire il suo percorso. Quindi ho accettato di essere presente, di essere l’animatore di questo luogo, che è anche un luogo di chiesa, un luogo di preghiera e di celebrazione, affinché la Chiesa presenzi questo luogo e raccolga i frutti, i buoni frutti della presenza cistercense che dura da quasi 60 anni qui a Tibhirine. Io sono solo uno strumento, sono quello che ha accettato questo posto, ma il mio ruolo non può esercitarsi senza una squadra poiché il numero dei visitatori è tale che ho bisogno di essere aiutato da una squadra di volontari : per animare questo luogo, per mostrarlo alla gente che passa, e per cercare di essere anche una testimonianza per tutti quelli che bussano alla porta del monastero. E adesso, 18 anni dopo, qual è il suo pensiero su Tibhirine? Il mio pensiero su Tibhirine è che la Chiesa avrebbe fatto un grosso errore lasciando questo luogo dopo il rapimento e il massacro dei Fratelli. Hanno scritto con il loro sangue su questa terra di Tibhirine la loro testimonianza. E si sa molto bene che il sangue dei martiri è una semenza di vangelo. Penso che la Chiesa, Monsignor Tessier , e poi Monsignor Madère hanno fatto bene a voler a tutti i costi dare continuità a una presenza qui a Tibhirine, che diventa non solamente un luogo di pellegrinaggio ma anche un luogo di accoglienza per delle sessioni, per dei ritiri spirituali. E credo che la gente veda questo sviluppo in modo positivo. Anche se queste stesse persone, in particolare quelle del villaggio di Tibhirine, auspicano il ritorno di una comunità cistercense. Non è qui per diventare guardiano di un museo, né per la memoria, ma per essere il successore di una presenza straordinaria, così mi ha detto… Sì, quello che mi interessa è certo quello che è successo qui, ma soprattutto continuare nel solco tracciato della convivialità e dell’amicizia con la popolazione musulmana -interamente musulmana- che sta attorno al monastero. Questo si può fare in altri luoghi, per esempio attorno ad una biblioteca di prestiti, attorno ad una piattaforma di incontri, attorno ad una riunione di donne…poco importa. Ma per il fatto che il terreno agricolo e il monastero di Tibhirine sono situati in mezzo ad una regione agricola e pastorale, per cui la popolazione è prima di tutto composta da allevatori di ovini, ebbene penso che essere presenti qui non significhi essere guardiano di un museo ma piuttosto essere il prosecutore, l’intermediario di una presenza della Chiesa qui nello stesso solco dei Fratelli cistercensi. Lei mi ha detto che vuole vivere una realtà umana e povera, come diceva Padre Christian. … Siamo in una regione non molto lontana da Algeri, circa un centinaio di chilometri, ma siamo già in qualche modo nell’Algeria profonda. La gente del villaggio, questo lo possiamo vedere ogni giorno, è gente semplice che lavora nella regione: nell’edilizia, in una fabbrica di prodotti farmaceutici, in un mattonificio, in un calzaturificio, o semplicemente possiede qualche pecora che fa pascolare sulle terre che erano precedentemente del monastero. E’ una regione relativamente povera, ed è bene che anche il monastero rimanga povero, come succede praticamente sempre nei monasteri cistercensi. Cerchiamo di sposare la condizione della gente che ci sta attorno. Non ha paura del silenzio e della solitudine qui? No, affatto! Non ho paura né del terrorismo, né del silenzio né della solitudine. Certo bisogna farci l’abitudine, è un apprendistato. Ma sappiamo bene che in un paese musulmano c’è una certa solitudine. Per esempio qui a Tibhirine non posso celebrare l’Eucaristia se non con dei cristiani che sono di passaggio, poiché non c’è nessun cristiano nella regione. Quindi sappiamo che la presenza cristiana in un paese musulmano come l’Algeria e come in altri paesi musulmani presuppone una certa solitudine. E’ essenziale che questa solitudine sia abitata : abitata da Dio, da una presenza, abitata dalla preoccupazione di incontrare una popolazione che è in attesa. Cosa significa diventare il giardiniere di Tibhirine? Il titolo non sono stato io a sceglierlo…. Il giardiniere di un luogo cristiano, di un posto bene impiantato? Allora prima bisogna tornare all’origine della parola Tibhirine . E’ una parola berbera che significa “piccolo giardino”. E’ vero che la terra qui assomiglia ad una successione di piccoli giardini poiché è fatta di piattaforme che seguono le curve della collina, ed è questa l’origine del termine giardiniere. Ma il termine giardiniere se lo si vede solo dal punto di vista agricolo è un po’ riduttivo. Giardiniere è anche prendersi cura. Il mio ruolo è anche quello di essere attento a tutte le povertà, tutte le miserie, tutti i bisogni della popolazione che sta attorno a Tibhirine. E mi piace quando si coglie il termine di giardiniere nel senso di “prendersi cura di”. Prendersi cura della terra, certo, farla fruttare perché dia buoni frutti, questo è il nostro lavoro professionale, ma anche prendersi cura della gente che sta attorno al monastero, quindi essere un orecchio attento. Vengono, o per lo meno vengono gli uomini, perché sa che è una popolazione molto divisa tra il mondo maschile e il mondo femminile…quindi esser un orecchio attento nei confronti di chi vuol parlarci. Notiamo spesso che durante le visite di questi nostri amici algerini, molti hanno il desiderio di aprirsi, e di parlare a qualcuno che li ascolti. Quindi è in questo senso che vorrei che il termine giardiniere fosse inteso, cioè non solamente nel senso di fare, di coltivare la terra e farla produrre, ma nel senso di colui che sta in mezzo ad una popolazione e se ne prende cura. Ho capito il senso di giardiniere, ma guardiano di un luogo sacro? Il termine guardiano non è del tutto esatto. Preferisco essere l’animatore, il coordinatore, quello che…insomma in ogni cosa ci vuole un responsabile. E in questo luogo dove non c’è solamente la parte agricola ma è anche un luogo di presenza della Chiesa, un luogo di celebrazioni e di preghiera, di accoglienza dei pellegrini e dei visitatori, dove si imbastisce qualche progetto di sviluppo con la popolazione… allora ci vuole per forza qualcuno che sia il coordinatore di tutte queste attività. Per non dimenticare il luogo di produzione di artigianato femminile con l’atelier delle ragazze che lavorano per la Caritas. Quindi tutte queste attività presuppongono la presenza di qualcuno che coordini, che faccia venire dei volontari, affinché tutti questi settori della vita di Tibhirine si animino, si sviluppino e convivano in armonia gli uni con gli altri. Ma questo luogo è intriso di spirito Mi piace l’espressione “lo spirito di Tibhirine” perché è mostrare che una presenza cristiana è possibile, è accettata e auspicata da una popolazione musulmana , interamente musulmana, che sta attorno al monastero. E’ questo lo spirito di Tibhirine , è avere la fede e la speranza che altre Tibhirine possano realizzarsi in giro per il mondo. Può essere in una periferia, o in un quartiere di case popolari…in qualunque posto, l’importante è creare dei luoghi di convivialità tra credenti di religioni diverse. Certo, Tibhirine è un luogo particolare. E’ un luogo dove dei Fratelli, dove una comunità ha dato la vita, ha irrigato questa terra con il suo sangue. Non siamo chiamati a questo (sacrificio) dappertutto ma siamo chiamati ad essere degli artigiani della pace e della convivialità tra credenti diversi. Questo è lo spirito di Tibhirine, e vedo che attraverso il mondo, particolarmente in Europa, ma non solo, ci sono dei luoghi e delle associazioni che fanno vivere questo spirito di Tibhirine. Questi monaci erano uomini come noi ed erano molto amati e oggi sono rimpianti dalla popolazione. Lei non è un monaco, lei è della Missione di Francia, un prete della Missione di Francia. Perché è venuto lei qui e non un monaco? E prima di arrivare qui, dov’è andato e cos’ha visto? Il mio desiderio, e lo dico subito, è che una comunità cistercense possa stabilirsi un giorno di nuovo a Tibhirine. Perché ho accettato di venire qui? per un insieme di ragioni: prima di tutto essendo prete della Missione di Francia siamo chiamati a condividere più spesso la vita della gente per via della nostra professione. E siccome io ero di formazione agronomo, ero molto adatto per seguire questo solco di Tibhirine poiché qui c’è un’azienda agricola. C’è inoltre il fatto che la Missione di Francia è in Algeria perché pensa che vivere la missione in mezzo ad un'altra religione, l’Islam in questo caso, è importante sia per l’Islam che per il Cristianesimo. E’ importante che ci siano dei testimoni chiamati e inviati in terra musulmana, per essere delle piccole isole di preghiera, di convivialità, o semplicemente di incontro tra credenti diversi. Prima di Tibhirine ero in Egitto, era un po’ la stessa situazione ma con una differenza. E’ una differenza importante perchè là c’è una presenza cristiana autoctona, i Copti. Ho lavorato vari anni in uno stretto legame con una diocesi copta cattolica della regione di Minya. Ma anche in Egitto c’è un 90% di musulmani, e quindi il nostro lavoro agricolo nell’azienda era anche un servizio all’uomo egiziano musulmano e cristiano. La via che seguo da quando sono prete è quella .di condurre fede e sviluppo assieme. Sviluppare l’agricoltura ma di pari passo cercare di essere un testimone particolare della fede cristiana in terra musulmana. Come prete è partito anche per altri paesi, non solo per l’Egitto… Sì, per la missione di Francia sono andato in tre paesi: prima in Tanzania. Era la Tanzania di Julius Njerere. Purtroppo per una ragione di salute ho dovuto rinunciare alla Tanzania, ero troppo provato dal paludismo e dal tifo, e quindi sono rientrato in Francia. In seguito sia i medici che il vescovo della Missione di Francia mi hanno proposto di ripartire, questa volta per l’Egitto. Là ho trascorso dodici anni prima di giungere in Algeria, su richiesta sia del vescovo della missione di Francia sia di Monsignor Tessier. Chiedevano a dei preti di tornare in Algeria in seguito all’emorragia che aveva subito la Chiesa di Algeria durante gli anni di terrorismo, gli anni bui. Adesso quando viene qui da Algeri è sempre accompagnato dai soldati? Sì Perché? Penso che non ci si debba focalizzare su questa scorta ma piuttosto prenderla come un modo per dimostrare all’opinione internazionale che Tibhirine è un luogo sotto protezione. Mi ha detto questa mattina che la Francia ha ancor in corso il processo, si parla di esumazioni… Una famiglia e un responsabile cistercense si sono costituiti come parte querelante e hanno presentato una denuncia per chiarire le zone d’ombra del massacro dei Fratelli. La prossima tappa sarà nel mese di marzo con l’esumazione delle teste dei Fratelli per verificare il dna di ognuno di loro. Com’era la vita dei monaci prima, e com’è cambiata adesso la vita nel villaggio? Il villaggio si è molto sviluppato durante gli ultimi dieci anni. Abbiamo attualmente 86 famiglie nel villaggio, e una decina di famiglie si è installata in questi ultimi due anni. Molto semplicemente perché il gas di città è arrivato. Il gas di città cambia le condizioni di vita, e quindi questo fa sì che alcune famiglie vengano a stabilirsi a Tibhirine oggi. E poi il governo algerino ha intrapreso dei lavori importanti: il rifacimento della strada per accedere a Tibhirine, la costruzione di una palestra, la costruzione di un club internet con biblioteca e un laboratorio, quindi tutto questo attira…e anche un campo sportivo per i giovani. Quindi tutti questi impianti collettivi attirano un certo numero di persone e così la popolazione aumenta a Tibhirine. Il monastero lui rimane discreto in mezzo ai suoi alberi. Lei ha detto che noi occidentali non siamo il centro del mondo, che ha scoperto questo… e dice che “è vivendo con gli altri, facendo il mio ministero andando incontro a loro che divento uomo” Sì, certo, sono francese e sono stato ordinato prete in Francia. Ma siccome la Missione di Francia mi ha mandato all’estero fin dal primo anno del mio ministero, ho subito scoperto che la Chiesa dell’Europa, le Chiese d’Europa non sono più centrali. Quando ho vissuto i miei quattro anni in Tanzania vedevo bene che le comunità cristiane tanzaniane si sviluppavano mentre le comunità cristiane occidentali diminuivano. Ho sempre avuto questa attenzione di apertura verso le altre Chiese del mondo e in particolare verso le Chiese dell’Estremo Oriente. L’avvenire del cristianesimo, e questo è un dato di fatto, non è nei paesi occidentali ma in Africa nera, in Estremo Oriente e in America latina. Perchè gli Stati Uniti e l’Europa per quanto riguarda la fede stanno invecchiando, e probabilmente anche dal punto di vista dell’economia. Chi sono i Sufi? Sono dei musulmani che mettono un accento più spirituale nella fede musulmana rispetto ai musulmani tradizionali. Si può dire, per fare un paragone, che è una sorta di congregazione religiosa all’interno dell’Islam. Quindi noi cristiani cerchiamo di avere dei legami con questi movimenti sufi. Padre Christian con Monsignor Claude Rault, il vescovo del Sahara attuale, ha fondato quello che si chiama Ribat el Salam, il legame della pace, che è un gruppo di riflessione e di preghiera tra cristiani e musulmani. La fondazione di questo gruppo ha avuto luogo a Tibhirine e si è riunita per anni a Tibhirine. Attualmente si riunisce ad Algeri. Ha detto che questa ricerca la interessa molto, perché? Sì, certo, quello che trovo interessante nell’Islam sono le piccole aperture nei confronti del dogma musulmano. Se l’Islam non è che la ripetizione del Corano come noi d’altra parte nel cristianesimo avevamo fino al Concilio una lettura letterale della parola di Dio…ma se invece trovo nell’Islam della gente aperta e che introduce una dimensione più spirituale, più di ricerca religiosa all’interno dell’Islam, queste persone certo mi interessano perché raggiungono più facilmente il mio cammino di apertura del cristianesimo. Ha detto che un giorno torneranno i monaci a Tibhirine… Sì, per adesso la questione rimane aperta. Abbiamo provato con due comunità. La comunità maschile cistercense è rimasta tre anni. Ha lasciato l’Algeria per un insieme di ragioni, ma la ragione che a mio avviso è fondamentale è che era troppo vicino al massacro, il lutto non era ancora elaborato. Abbiamo poi provato con una comunità femminile, ma loro hanno lasciato per un’altra ragione. Sono rimaste per tre anni, però erano suore molto contemplative. Hanno avuto difficoltà ad adattarsi a questo luogo che è un luogo di apertura all’Islam, di accoglienza ai visitatori e anche in un certo qual modo di gestione, nel miglior senso del termine, di gestione della memoria. Non si può stare a Tibhirine come se qui non fosse successo niente. C’è stato un avvenimento che ha segnato il monastero di Tibhirine. E quindi queste suore che erano di spiritualità certosina – da San Bruno - hanno avuto una certa difficoltà ad adattarsi alla spiritualità di San Bernardo. Questo laboratorio monastico può essere considerato come una sorta di prima linea teologica della relazione islamo-cristiana? Tibhirine è comunque un’esperienza che intendiamo ripetere, duplicare in molti luoghi. Ma non bisogna dimenticare che la presenza cristiana nei paesi musulmani non è qualcosa di facile perché l’Islam è una religione totalizzante. L’esempio di Tibhirine mostra che è possibile inserirsi in terra musulmana per una comunità cristiana, per una famiglia monastica, ma per fare questo bisogna giocare la carta della convivialità, dell’apertura. Se il monastero di Tibhirine fosse un monastero chiuso credo che l’evoluzione sarebbe stata tutt’altra. Bisogna che chi accetta di riempire questa missione di presenza in terra musulmana abbia il desiderio di aprirsi intimamente e veramente alla religione dell’altro. Alle persone che pensano che l’Islam sia solo integralismo, solo terrorismo, cosa risponde? No, l’Islam non è solo terrorismo. L’Islam è prima di tutto formato da comunità. L’Islam è la “Umma”, la comunità. La nostra comunità si declina qui, localmente, è la comunità di Tibhirine. Come comunità cristiana, sebbene sia da solo, con qualche amico per il servizio di accoglienza, il nostro piccolo gruppo, la nostra piccola squadra… forma una comunità che deve dialogare, essere in relazione con la comunità musulmana del villaggio. Certo il terrorismo esiste in Islam, ma per me non è la nota dominante dell’Islam. Ci sono dei milioni di musulmani che vivono la loro fede in tutta serenità e che rifiutano questi epifenomeni che sono il terrorismo, e che sono una spina nelle relazioni tra credenti. Perché noi occidentali pensiamo che le persone musulmane che vengono non “meritino” molta fiducia? Beh, i mass media si interessano molto di più agli effetti negativi, alle cose che non funzionano che a quelle che funzionano. Quello che funziona è Tibhirine. Anche se c’è stato quel fatto del rapimento e della morte dei Fratelli. I sessant’anni vissuti da questa comunità cistercense e quello che noi viviamo oggi rimane largamente positivo. Non abbiamo nessuna rivendicazione, nessun conto in sospeso. Come dice il testamento di Christian “io perdono fin d’ora a colui che mi darà la morte”. L’Islam è una religione di pace, di serenità e di fede. Ma certo che gli atti terroristici che sono perpetrati a nome dell’Islam offuscano purtroppo la religione musulmana nei paesi occidentali. Per mezzo dei media, ma anche per il fatto che una comunità musulmana sta costituendosi in ognuno dei paesi europei per esempio. Queste comunità noi dobbiamo aiutarle a trovare il loro posto, tutto il loro posto ma solo il loro posto. Cioè tutto questo deve farsi dialogando con le autorità politiche del paese. Prima mi diceva che è l’unica persona cristiana qui a Tibhirine. Non ha paura della solitudine? Continua a lavorare qui, e non per proselitismo lo so, ma esser qui da solo… Ebbene io sono quello che fa da transizione tra una comunità che è stata purtroppo massacrata e, in shallah, una comunità che verrà. Io sono una persona che fa da intermediario. E cerco di far sì che questa transizione non sia solo un fatto mio ma che sia sempre più il frutto di una squadra - di due, tre, quattro, cinque persone - Noi abbiamo anche dei volontari che vengono a lavorare alla ristorazione del monastero perchè vogliono scoprire lo spirito di Tibhirine . Con queste persone formiamo una piccola comunità cristiana provvisoria, e di provvisorio in provvisorio spero di arrivare un giorno a una comunità stabile. “La vita musulmana è una buona cosa agli occhi di Dio, e “voglio invitare i musulmani a seguire il loro cammino” ha detto il Papa. Cosa ne pensa? Sono perfettamente d’accordo. Penso che ognuno ha la sua tradizione religiosa: i cristiani e i musulmani. Il mio progetto non è di convertire: che dei musulmani diventino cristiani o ancor più che dei cristiani diventino musulmani, ma piuttosto che ognuno approfondisca il solco della propria fede. Che il cristiano diventi sempre più un miglior cristiano e quindi si apra all’Islam e che il musulmano diventi sempre più un musulmano illuminato. Penso che quando i due credenti diventeranno due credenti più illuminati ci saranno dei ponti e degli scambi tra credenti. Per lei, qual è la religione migliore, più giusta? Per me….sono nato nel cristianesimo, i miei genitori erano cristiani. Ho scoperto la fede e la approfondisco ogni giorno, sono un uomo di religione cristiana. Amo l’irradiarsi della fede cristiana che per me va di pari passo con l’appagamento dell’uomo. Ma il credente musulmano deve seguire il mio stesso cammino, e realizzarsi nella sua religione. Per me non c’è UNA religione, ma ci sono diverse vie che conducono a Dio. Che ognuno approfondisca teologicamente, spiritualmente e comunitariamente la propria fede. Per avere una fede più illuminata. In quel modo sarà capace d’incontrare l’altro diverso da lui per religione, e non solo di incontrarlo ma di riconoscerlo lungo una strada di avvicinamento a Dio. Nel testamento che Padre Christian ci ha lasciato, qual è la cosa più importante per lei? Ebbene è questa “allora capirò come Dio Padre vede i figli dell’Islam”, perché noi non possiamo vedere con lo sguardo di Dio. Lo sguardo di Dio vede delle tradizioni religiose differenti, ma in che modo vede lui i figli dell’Islam? “Allora quando sarò morto, quando sarò di fronte a Dio” dice Christian “allora capirò meglio come Dio percepisce questi diversi cammini di avvicinamento a Dio (stesso)”. Una cosa molto importante di cui parla il testamento è anche il perdono… Sì certo. Christian in questo testamento assolutamente straordinario perdona in anticipo colui che alzerà la mano su di lui, o sulla sua comunità. In tutti quegli anni bui è forse questa la cosa più difficile da capire…perdonare chi? Christian in uno slancio di fede perdona in anticipo colui che non conosce, e che sarà il suo boia. E’ qualcosa di straordinario, ma se penso a quelle migliaia di persone che hanno perso un membro della loro famiglia durante quegli anni bui… ecco, la difficoltà maggiore oggi in Algeria è CHI perdonare. Si vuole perdonare ma se si conosce chi ha dato la morte è più facile. Un’altra cosa importante che lui ha detto è “ l’Algeria è l’Islam, la politica e la religione sono una cosa unica”, cosa ne pensa? Per me l’Islam non è sulla stessa scala storica del cristianesimo. Per due ragioni che adesso preciserò: per prima cosa in rapporto alla scrittura. Noi abbiamo avuto nel cristianesimo un’evoluzione considerevole a partire degli anni 60/62, con il Concilio Vaticano II. Abbiamo avuto un rapporto ermeneutico con la traduzione della parola di Dio. L’abbiamo letta nel suo contesto, con dei metodi, l’abbiamo reinterpretata. L’Islam non è ancora arrivato a questo punto, almeno nella maggioranza. L’Islam ha ancora una lettura molto letterale della parola del Corano, e questa è una prima cosa che ci distingue. La seconda ragione è che la maggior parte delle volte Islam e politica sono un’unica cosa, mentre le nostre società cristiane occidentali si sono separate dalla politica. Ci sono ancora delle connivenze certo, ma il potere politico e la religione sono due cose distinte. Questo pone dei problemi, perché se la Fede è unicamente un fatto privato che cosa diventa? Però c’è stata una scissione tra il potere politico e il potere religioso, e nell’ Islam questo non è ancora del tutto avvenuto. Lei è stato unto dal Signore, ha avuto la fortuna di essere chiamato dal Signore. Cosa pensa di questa fortuna? Penso che la grazia che mi è stata data, è stata quella di essere chiamato ad approfondire la mia situazione di cristiano in un contesto musulmano. E la mia preghiera si nutre anche della vita di questi fratelli musulmani che mi stanno attorno ogni giorno. Durante l’Eucaristia faccio spesso menzione delle relazioni che ho avuto durante la giornata, perché per me la mia Fede è uno scambio con questa popolazione. E vorrei che anche nell’altro senso si potesse fare, che dei musulmani si interessassero maggiormente alla vita dei cristiani. Mi può dire qualcos’altro del suo pensiero? Per concludere vorrei che delle piccole Tibhirine si sviluppassero in giro per il mondo. Che dappertutto, e in particolare nelle società occidentali che accolgono adesso dei milioni di musulmani ci possano essere dei ponti tra cristiani e musulmani. Sotto forma di piccoli incontri, di convivialità, di atelier, di circoli di parola…poco importa la forma. Ma che ci siano dei ponti tra credenti diversi. So che questo si fa già, ma è da sviluppare se vogliamo costruire una società dove non saremo gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri. Mi parli dei sette monaci, della causa di beatificazione Le 19 vittime del terrorismo durante gli anni bui sono ora in via di beatificazione: i sette monaci, ma anche Monsignor Claverie, così come le Mariste, le sorelle degli apostoli… Per questa causa comune la fase diocesana è ora terminata. Dal mese di luglio 2012 i dossier sono deposti alla congregazione dei Santi a Roma per la fase romana. L’arcivescovo Henri Tessier ha desiderato che tutte le vittime, e cioè i 19 religiosi e religiose e il vescovo siano riuniti in un dossier comune. Questa richiesta di beatificazione si trova adesso nella sua seconda fase -fase romana- che può durare qualche anno come anche decine di anni… il tempo romano non essendo esattamente lo stesso tempo di Tibhirine. Perché la causa riguarda tutte le vittime degli anni bui e non solo i sette monaci? La causa comune di tutte le vittime cristiane del terrorismo è stata voluta dalla Chiesa di Algeria, dall’arcivescovo Henri Tessier, per mostrare che i cristiani non sono stati uccisi per odio verso il cristianesimo, ma per la fedeltà dimostrata nella loro missione verso la popolazione in Algeria. Non è la causa più frequente nella storia della Chiesa, e cioè l’odio verso i cristiani. Non sono morti per questo, ma perché hanno desiderato rimanere fedeli alla loro missione sulla terra algerina, fedeli a Dio e a una popolazione. Ed è per questo che queste 19 vittime del terrorismo sono state unificate in un dossier comune. Il suo desiderio è quello di finire la sua vita in questo monastero? No, il mio desiderio è quello di facilitare l’insediamento di una piccola comunità contemplativa che riprenda il cammino della presenza cistercense. Per adesso è tutto fermo, cioè non ci sono progetti precisi. Con l’arcivescovo precedente abbiamo fatto due tentativi: uno con una comunità cistercense, dal 1998 al 2001, e uno con delle suore, dal 2009 al 2011. Per ragioni totalmente diverse sia l’uno che l’altro tentativo non sono riusciti. Attualmente siamo un po’ fermi, senza progetti per un reinsediamento nel monastero di Tibhirine. Il mio incarico è quello di essere un anello di transizione, di essere il mediatore affinché le relazioni umane con la popolazione proseguano e siano sempre buone; di tenere questo luogo aperto e accessibile ai visitatori; e infine svolgere le mansioni del lavoro agricolo. Lei ha detto che il suo desiderio è preparare questo luogo per gli altri. Ma la sua vita come desidera trascorrerla…qui in terra musulmana? Adesso, a 62 anni non ho più ambizioni. Avrei voluto andare ancora in un altro paese e in particolare in un paese dell’Estremo Oriente. Come la Cina…ma bisogna essere realisti. La lingua, l’apprendistato di una lingua straniera è sempre qualcosa di oneroso e difficile. Ho avuto molte difficoltà con la lingua araba e quindi non bisogna essere troppo pretenziosi, una volta che ci si è immersi nel mondo arabo o musulmano bisogna rimanerci e proseguire fino in fondo. Non si può cogliere i frutti di tutti gli alberi, bisogna raccogliere le mele di Tibhirine e i frutti dell’incontro con l’Islam. Intrervista all’arcivescovo E. Tessier Lei era vescovo nel momento più difficile, nel momento della morte dei 7 monaci. Come ha vissuto quel momento? Ero coadiuvatore del cardinal Duval dal 1981 fino a '88 e subito dopo l’ho sostituito fino al 2008. All’epoca ero il vescovo del monastero. Dall'anno 1981 prima come coadiutore e dopo l'88 come arcivescovo andavo al monastero ogni due o tre mesi per essere vicino, e anche loro venivano per alcuni incontri dei sacerdoti della diocesi di Algeri o per incontri dei religiosi e religiose. Quando sono stati rapiti nella notte tra il martedì e il mercoledì avrei dovuto andare nella notte tra il sabato e la domenica perché dovevano procedere alla rielezione del priore. Padre Cristian mi aveva chiesto di venire, ma sono andato solo il mercoledì per constatare il rapimento e per studiare cosa fare, come agire. Non erano i primi perché prima della loro morte ho dovuto occuparmi della morte di due religiosi che lavoravano nella casba, e poi l’ 8 maggio ‘94 della morte dei quattro padri bianchi a Tisiudo, e ancora, il 27 dicembre ‘94 della morte di due suore agostiniane del quartiere di Babiloueb, il 20 ottobre ‘94 della morte di due suore, il 3 settembre del ‘95 della morta di un'altra suora delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore. C'è stata anche la morte dei nostri amici cristiani laici, come quelli croati che furono uccisi il 14 dicembre, dodici di loro nell'anno 93, e anche i nostri amici algerini che avevano lavorato con noi furono uccisi, per esempio il professore Bousephy che lavorava come psichiatra con gli handicappati; ero stato a cena con lui due settimana prima del suo assassinio. Il professore Ben BercCangib che lavora con i bambini, noi che abbiamo lavorato con questi bambini, e anche altri possono dire che nell'anno 93 - 94 andavo ogni settimana al cimitero per accompagnare amici mussulmani che erano stati uccisi. La morte di nostri fratelli monaci non può essere separata dalla morte di tutti questi nostri amici che avevano lavorato in una situazione difficile e che erano stati fedeli al proprio lavoro. La nostra chiesa vuole essere solidale con la società algerina. Abbiamo condiviso queste sofferenze con la società algerina, anche se naturalmente per noi la morte di sette fratelli monaci fu motivo di una sofferenza particolare. Lei ha detto che il testamento di Cristian è una cosa straordinaria, bellissima, una delle pagine più belle del secolo scorso. Cos’è che l’ha colpita così forte di quel testamento? Perché Cristian parla della sua vita alla sua famiglia, alla sua chiesa, alla società algerina per ricordare che aveva fatto l'offerta della sua vita. Parla anche dell'Islam quando poteva essere assassinato. Parla dell’Islam violento, tuttavia lui era convinto che quelli che pensavano di ucciderlo nel nome di Dio non l’avrebbero fatto nel nome di Dio perché convinto che l’Islam non è questo. Alla fine di questo testamento ha anche detto che lui avrebbe pedonato quelli che l’avrebbero potuto uccidere. Tutto questo scritto in una forma meravigliosa sia dal punto letterario che dal punto di vista spirituale: Quando è stato pubblicato è stato un segnale forte per tutta la società, non soltanto per i cristiani o per i mussulmani, ma per ogni uomo di buona volontà. Quale futuro per Tibhirine? Ultimamente abbiamo cercato un'altra comunità cistercense. Nel '99 - 2000 un piccolo gruppo di cistercensi è venuto con i due sopravvissuti della prima comunità. Si sono fermati qui un anno, però la situazione dal punto di vista della sicurezza non si era ancora stabilizzata, per questo hanno dovuto aspettare un anno intero. Potevano andare al monastero una volta ogni 10 giorni. Finalmente dopo un anno hanno deciso di lasciare il posto. L’Ordine Cistercense mi ha detto che in questo momento non potevano inviare un'altra comunità. Ho visitato molte comunità contemplative, tuttavia l'unica che ha accettato di venire fu quella delle Sorelle dell'Assunzione, una comunità contemplativa che fu fondata in Francia 50 anni fa e che oggi ha una quarantina di monasteri. Hanno accettato e sono venute. Loro sono eremite hanno capito subito che in questa situazione non potevano essere eremite, chiuse nel monastero, senza orazione, con i vicini mussulmani.Dopo 3 anni hanno deciso di fermarsi nella città di Algeri. Sono qui con noi e non a Tibhirine. Padre Jean Marie Lassou che è un padre della Missione di Francia ha accettato di prendere la responsabilità del monastero, del lavoro nei campi con alcuni aiuti e di accogliere i pellegrini. Ora vive un piccolo gruppo di persone venute da fuori, dalla Francia in particolare. Lavorano sul posto e con i vicini dei monasteri e che fanno l'accoglienza dei pellegrini. Tutto questo garantisce continuità alla testimonianza che avevano vissuto i monaci, tuttavia aspettiamo di trovare nel futuro una comunità contemplativa. Si può dire che in questo momento la nostra missione con i vicini viene vissuta con la fedeltà all'eredità dei monaci e all'accoglienza dei pellegrini.