Madagascar: un'isola

di Giorgio Fornoni (Pianeta Africa)

Lontano nel tempo, questo lembo di terra si staccò da quel grande, ipotetico continente alla deriva che era il GONDWANA. Il Gondwana, aveva, nel Madagascar il suo epicentro. Univa l’Africa all’America del Sud ma anche all’India e all’Australia. Fu 200 milioni di anni fa, che quest’isola, grande 597.000 kmq. equivalente a quasi due volti l’Italia, si formò. La solitudine totale e la potenza del mare restituiscono l’immagine di un mondo primordiale. Mentre sugli altri continenti compariva l’elemento più trasformatore e distruttore, l’uomo, il Madagascar godeva di una propria incontaminata evoluzione. L’uomo, infatti, apparve qui molto tardi (circa 2000 anni fa) e, benché non abbia perduto tempo nella sua infaticabile opera trasformatrice (danneggiando irrecuperabilmente le foreste originarie), la flora e la fauna dell’isola rimangono ancora oggi uniche al mondo per l’endemicità e l’arcaismo che le caratterizzano. Circa due secoli orsono, uno studioso viaggiatore, Philippe de Commerson, così scrisse dell’isola: “Che paese è il Madagascar! Meriterebbe non già un solo osservatore viaggiatore, ma delle accademie intere. E’ nel Madagascar, posso annunciare ai naturalisti, che ha sede la loro terra promessa. E’ lì che la natura sembra essersi ritirata come in un santuario per lavorare su modelli diversi da quelli ai quali si è conformata altrove; ad ogni passo vi si incontrano le più insolite e mirabili delle forme”. Vi è la RAVENALA MADAGASCARIENSIS o albero del viaggiatore, palma dalla fronde a ventaglio e con abbondanti depositi d’acqua nelle grandi guaine fogliari. Le orchidee selvatiche sono presenti con 700 specie sulle 800 esistenti al mondo. Molti vegetali ricordano la fisionomia di cactus; in comune hanno una notevole capacità di adattamento al clima subdesertico del meridione malgascio – foglie ridotte, lucide spine, rami carnosi, questi gli attributi di una vegetazione che deve risparmiare l’acqua, qui così scarsa. Vi sono baobab nani e giganteschi, alberi a forma di bottiglie dalla bizzarre strozzature; non mancano frutti tropicali, come i mango, le papaia, ed i lecty. Come la flora, anche la fauna presenta caratteristiche uniche al mondo. I Lemuri Malgasci, che con le iguane ed i camaleonti sono fra gli animali più singolari dell’isola, ci riportano all’epoca in cui il Madagascar era parte del Gondwana. I lemuri, primati o proscimmie, importante anello di congiunzione nella storia dell’evoluzione umana, in una ventina di specie, sono sopravvissuti solo qui grazie al lungo isolamento e alla mancanza di predatori. Si tratta di mammiferi innocui e solitamente timidi, ma facilmente addomesticabili, si nutrono di frutta e vivono in piccole comunità generalmente sugli alberi, spostandosi con notevole abilità da un ramo all’altro grazie alla grossa coda prensile. I catta sono riconoscibili per la lunga folta coda ad anelli bianchi e neri, non hanno solo abitudini arboricole, ma si adattano anche a zone nude e anch’essi vivono in ristretti gruppi familiari di 3 o 4 membri soltanto. In mezzo a questa favolosa natura, ci si imbatte anche in animali più familiari, come gli aironi o in altri, estremamente singolari, quali le iguane, residui di fossili viventi. Si mimetizzano rendendosi invisibili – non esistono lucertole. Se il Madagascar è il regno incontestato dei Lemuri, lo è anche del camaleonte, assai diffuso ma per vederlo occorre una notevole abilità visiva, tale da riuscire a superare il suo celebre adattamento mimetico ai colori dell’ambiente. In un simile habitat prospera una esuberante microfauna, con innumerevoli specie. Le farfalle, sono ben note ai collezionisti di tutto il mondo per la varietà di tinte e forme tutte tropicali. Madagascar: il suo isolamento venne interrotto dalla comparsa dell’uomo. Nessun paese, come questo merita l’appellativo di “ponte tra due mondi”. Il Madagascar, infatti, la grande isola rossa, come era chiamata in antico per il colore prevalente del suolo, di fronte alla costa del Mozambico, non è solo geograficamente un ponte tra l’Asia e l’Africa, ma lo è anche e forse a maggior ragione per la particolare composizione del suo popolo e il suo retaggio culturale. La popolazione dell’isola è il risultato di una complessa mescolanza di stirpi africane e di stirpi di origine asiatica, malese-indonesiana, e la simbiosi tra i due ceppi è ormai così profonda da aver dato origine a un vero popolo a sé che si esprime in una lingua unica di antico ceppo malese. ANTANANARIVO, sorge a quasi 1400 metri d’altezza, arroccata sui fianchi scoscesi di colline granitiche. In alto, sulla collina vi è la ROWA, la cittadella con le tombe dei re e delle regine e i palazzi reali. All’ingresso riposa una grande aquila imperiale, simbolo del potere. Nella cittadella, le antiche regge sopravvivono accanto agli edifici che le ultime regine malgasce fecero costruire da architetti europei. Oggi questi edifici sono adibiti a museo: conservano i ricordi della storia MERINA (una delle grandi etnie del paese) che sempre più si identifica con la storia nazionale. Il nome di Antananarivo significa “Città dei mille” in ricordo della guarnigione di 1000 uomini che i Merina, presenti nelle alte terre centrali fino dal XV secolo, vi installarono, dopo averla conquistata, per diffonderla dai gruppi ostili dell’altipiano. Posta nel cuore dell’altipiano, Antananarivo è anche il crocevia più importante dell’isola. Il viaggiatore che visita il Madagascar, arriva obbligatoriamente ad Antananarivo, la Capitale. Il mercato è uno dei suoi primi punti di attrazione e di contatto con una realtà diversa. L’incontra gente, vede alcuni modi di vita e vive dei suoi e degli odori che animano il mercato, lo Zumà. Al mercato, il trambusto di gente, forme e colori è immenso. Si va avanti faticosamente fra la folla, fra i mucchi di merci, masserizie, cataste, banchi zeppi di cose e muraglie di persone. Quasi tutti hanno la pelle nera, ma nel taglio degli occhi, nei capelli lisci, nei nasi stretti, negli zigomi che sporgono si legge che è arrivato l’oriente. E’ ancora un’ipotesi, suffragata però da numerose prove, la provenienza asiatica dei primi nuclei consistenti di popolamento: una forte corrente marina proveniente dall’Indonesia, avrebbe consentito nel passato una facile navigazione verso questa terra. Per me il Madagascar comincia qui, con l’avventura di una traversata che dalla capitale Antananarivo mi porta a Tolear, a sud di 1000 km, sul canale di Mozambico. Sono accompagnato nel mio viaggio, da un autista e guida locali e dal giovane missionario Lonni, bergamasco, conosciuto l’anno prima in Italia. A bordo di una jeep, noleggiata il giorno prima, il 3 dicembre dell’86, di buon mattino partiamo per il Sud. Il Madagascar ha una catena montuosa che la percorre, come una spina dorsale, ed è su questo altipiano, ad una altezza media di 1500 mt. sul livello del mare, che effettueremo la nostra traversata. La strada è a tratti asfaltata e quindi facilmente percorribile. Incontriamo carri di contadini merina che si spostano sull’altipiano centrale. I merina conosciuti anche come “Clan degli uomini liberi”, rappresentano uno dei gruppi di origine sud-asiatica che hanno occupato l’isola in epoche lontane, progressivamente conquistando l’altipiano dove oggi sono insediati, costituendo la popolazione numericamente e culturalmente più importante nel Madagascar. A fianco di essi vivono sull’isola 17 altri gruppi etnici importanti, di origine prevalentemente asiatica. Dopo aver percorso 170 km. in poche ore, arriviamo ad ANTSIRABE o meglio ai resti di Antsirabé, che ai tempi di maggior fulgore della colonia era la cittadina più snob del Madagascar. Ora lo stabilimento termale è deserto. Antsirabé, il centro industriale Malgascio, mostra la tristezza dolce di una città decaduta. Poco distante attraversando un paesaggio di impronta asiatica, ci affacciamo sul laghetto Tritriva, formatosi nel cratere di un vulcano, dalla singolare forma identica a quella del Madagascar. Inutile dire che qui le leggende si sprecano. Si viaggia sui rilievi delle alte terre e intorno ettari di terra bruciata testimoniano che ancor oggi i contadini ricorrono al metodo di coltivazione tavy, di antica origine indonesiana. Consiste nell’abbattere parte dell’imponente copertura forestale dandole fuoco, per ripiantare poi sulla ceneri riso o altri cereali. Il metodo tavy, oltre a ridurre sensibilmente la foresta, rende i terreni sterili nel giro di pochi anni e provoca una progressiva desertificazione. Questa parte dell’altipiano centrale, è popolata dai Betsileo, altra importante tribù contadina. L’80% del mondo malgascio è agricolo ed il riso è uno dei maggior prodotti dell’isola, e coltivato per la maggior parte su questo altipiano. Il paesaggio è tutto segnato dall’uomo e reca un’impronta che richiama in tutto l’Asia monsonica: con le risaie, i villaggi e le abitazioni. Sarebbe impossibile descrivere l’universo tradizionale Malgascio senza evocare due elementi che ne fanno parte integrante: il riso e il bue; i due elementi che popolano i paesaggi dell’isola rossa, la sua lingua, i suoi discorsi. Il riso è innanzitutto l’alimento base. Se manca il riso, è una vera maledizione; in ogni caso un destino duro. Dal momento della semina a quello del consumo esso è circondato da un’infinita di cure che recano il suggello della tradizione. Il trapianto offre l’occasione di una manifestazione comunitaria a cui partecipa il secondo importante elemento: il bue. Parlandomi del mondo agricolo il compagno Lonni mi dice che il contadino malgascio non prova verso la sua terra i sentimenti del cittadino per la sua moto: la terra è sacra, è la “terra degli antenati”, e assicura la continuità della discendenza attraverso le tombe, i pascoli, le risaie. In questo contesto, la nozione di lavoro, di proprietà, di produttività nel senso che è normale nelle società industriali di tipo occidentale non esiste neppure. Tutto è FIAVANANA quindi vita comune, per la comunità, allargata fino al villaggio, fino al clan. La gente locale, parlando di riso dice: “Ci fu un tempo più fastoso, come testimoniano le regge dei regnanti nelle nostre città in cima alle colline. Ci furono regine illuminate e riso per tutti. Finito: oggi c’è un presidente poco illuminato ed il riso non basta più”. E così si arriva a FIANARANTSOA, più di 400 km.a sud di Antananarivo e centro della tribù dei Betsileo. Siano ospiti dei gesuiti. Visitiamo la loro chiesa, costruita verso la fine del 1800 periodo della dominazione francese sull’isola. Si parte di mattino presto per JHOSY, sempre più a Sud, il paesaggio cambia continuamente, le risaie ci abbandonano. Entriamo nella terra dei BARA, altro importante gruppo etnico. E’ un viaggio nella Savana! Distese infinite di erba, di pascoli naturali e continui incontri di magre mandrie di Zebù, l’altro elemento importante dell’isola rossa. Si dice che lo Zebù sia venuto dal mare. E’ un segno di fasto, di grandezza, di ricchezza, un simbolo di potenza di virilità prima di essere un fattore importante per l’economia. Lo Zebù del Madagascar è il bovino con la caratteristica gobba sulla schiena e dalle lunghe corna incurvate e serve a tutto: come animale da lavoro, importante risorsa alimentare e come simbolo sacro. Non esiste cerimonia funebre, o altra di qualche importanza, che non preveda il suo sacrificio – tanto più importante è il funerale, tanto maggiore è il numero degli animali uccisi. Le corna andranno ad ornare la tomba, come un’urna, nel paese della tribù più a Sud, la tribù MAAFALY – la carne dell’animale ucciso è un elemento rituale, il cui consumo permette ai vivi di comunicare fra di loro e con gli spiriti. L’allevamento degli Zebù coinvolge in effetti la sfera religiosa. Lo Zebù è considerato ricchezza in sé, senza la mediazione di denaro; è merce di scambio, presso della sposa secondo i rituali matrimoniali africani! La famiglia dello sposo paga con gli Zebù alla famiglia della donna il diritto di possederla. Non si creda che sposarsi sia però semplice. Un tempo non molto lontano, i ragazzi in età da matrimonio dovevano superare una vera e propria prova di iniziazione molto insolita: si trattava di rubare le mandrie ad una tribù vicina. La razzia delle mandrie è oggi un diffuso fenomeno di delinquenza, addirittura con bande organizzate, ed è sintomo di una generale crisi economica e culturale che vive il paese. Ci addentriamo in un bosco di eucaliptus. Il fondo stradale di terra rossa lateritica è molto scivoloso se bagnato e si incontrano boscaioli che tagliano e lavorano piante: dai tronchi ottengono tavole con metodi primitivi, tutto a forza di braccia. Oltre il bosco, ancora savane infinite. Il paesaggio sulle alte terre cambia continuamente. Se la “grande isola”, è un luogo di incontro di civiltà, lo è anche di paesaggi. I biologi parlano di nicchie, i geografi di microclimi, i profani vedono semplicemente una stupefacente varietà di ambienti. Ci si sente immersi nell’atmosfera da cuore dell’Africa, nei luoghi che sono la porta del grande Sud, dello stupendo altipiano desertico dell’HOROMBE’. Savane, steppe, termitai a perdita d’occhio, lunghe distanze ed uno spazio immenso da cui emerge il massiccio dell’ISALO, lunare catena di rocce levigate ed arrotondate. L’erosione del vento infatti, ha scolpito nella roccia forme fantastiche, un profilo di testa d’uomo barbuto, una testa di coccodrillo e personaggi ed animali. Ad ogni spostamento sorgono ed appaiono nuove forme, nuovi colori. Queste montagne vengono considerate “parco nazionale” e anche “luogo sacro”. E’ qui, nel burroni e nelle grotte scavate dal vento, e custodite dai falchi, che la gente del posto dà sepoltura ai propri morti. E’ un luogo pericoloso, isolato, e la gente della tribù dei Bara che qui abitava, a causa delle continue razzie delle mandrie, si è riunita nel centro abitato di RANOIRA. E’ comunque un altipiano fantastico, un altipiano ricco di canion e di oasi. L’Isalo è senz’altro la principale curiosità naturale della regione, sono muraglie dagli strati orizzontali, tappezzate da coloratissimi licheni, il tramonto ci coglie in questo “mondo”, e fuori della nostra presenza, c’è solo silenzio. Siamo lontani e comunicare è impossibile. Ancora più a sud, l’orizzonte diviene quasi rettilineo. Ci si aspetterebbe qualche bestia feroce della savana africana, ma qui non vi sono animali feroci. I villaggi sono collegati da piste di faticosa praticabilità: il loro isolamento è ancora forte ed è per questo che sopravvivono le usanze tradizionali. (Si incontrano stregoni e carovane di nomadi allevatori: è un autentico viaggio nel passato). Più avanti, una ditta europea di scavi e costruzioni, sta sventrando la foresta e con mezzi pesanti, estirpa alberi, rivolta la terra, quella terra che non dà più frutti, quella terra rossa lateritica dal colore del mattone, dal colore rosso del Madagascar. Il capo del villaggio dice: fino a pochi mesi fa era tutto tranquillo: gli uccelli cantavano, gli Indri cantavano, gli animali cantavano e l’uomo, noi cantavamo. Ora gli animali tutti, sono fuggiti per km e km all’interno della foresta, spaventati ed impauriti dal rumore delle macchine dell’uomo bianco, cosicché ora tutto è caduto nel silenzio. Così disturbati, verranno alterate le nostre tradizioni. Poco più avanti si entra nel territorio della tribù MAAFALY e SAKALAVA. Ciò che le caratterizza dalla altre tribù sono la costruzione delle tombe dei morti. La tomba o ALUALU ha l’aspetto di un mausoleo imbiancato a calce e decorato con motivi geometrici o con raffigurazioni della vita terrena del defunto. Il morto diventa antenato e l’antenato concede ai vivi la sua benedizione e assistenza; in cambio gli è assicurata una sepoltura decorosa e il ricordo fra i discendenti. La tomba a volte è sormontata da una specie di casupole, la “Casa fredda”, frequentata dalle anime dei defunti. La sovrastruttura della tomba consiste in un mucchio di pietre cosparse di corna aguzze in cui sono piantati degli alti pali scolpiti. La scultura lignea è la più interessante forma artistica dell’isola, e l’arte malgascia è quasi interamente legata al culto dei defunti. E’ spesso ricorrente nell’arte funeraria di questo popolo la rappresentazione dello Zebù. Ma la più nota ed artisticamente rilevante è la rappresentazione di figure antropomorfe, talvolta in coppia, per simboleggiare gli elementi che assicurano la discendenza, ritratte spesso con sensibile naturalismo. Piano piano, scendiamo dalle alte terre, accompagnati da una pioggia ristoratrice, per approdare nella parte sud occidentale dell’isola. I boschi sono meno verdi qui; le piante polverose. Si intuisce che una progressiva desertificazione sta minacciando la zona. La costa occidentale che guarda all’Africa è vicina, si va verso il canale di Mozambico. Poche ore di viaggio ed ecco TULEAR, la più grande città del sud. Grandi masse di mangrovie spezzano ogni tanto la costa, di fronte alla quale corre per 250 km una splendida barriera corallina. Andiamo a cercare spiagge che ci dicono straordinarie. Si viaggia per ore lungo la costa, su una pista impossibile; poi finalmente una spiaggia bianca su cui sostiamo ed un villaggio di pescatori in cui veniamo accolti. E’ un piccolo paradiso sconosciuto; senza alberghi, né ristoranti, né folle. Una pozza di acqua dolce, molto fresca, potabile ci disseta. Il Madagascar è così, nasconde preziosità, quasi fosse geloso delle sue bellezze e delle sue ricchezze. Siamo nella zona dei pescatori Vezo – di origine africana; vivono sulla spiaggia, in capanne, spostandosi in alcuni periodi dell’anno per seguire le migrazioni di pesci. Dal mare particolarmente pescoso nel canale di Mozambico ricavano tutto: i giovani pescano con le reti, mentre vecchi, donne e bimbi raccolgono le conchiglie da vendere ai pochi passanti. Cerchiamo di godere questi momenti, poiché l’indomani ripartiamo per ANTANANATIVO, la capitale.