A mio figlio

di Giorgio Fornoni

Mi costruisco un sogno, Una dimensione ideale, La trama della vita. Credo nella libertà; Tutto mi sta stretto In questa fragile umanità. E… così: Vado lontano, Attraverso i mari, Mi invento il cammino. Nei pensieri della solitudine: Cerco un petto fiorente, Cerco una mano generosa, Cerco un forte vento In chissà quale terra Per poter volare in alto E Nel cielo, nel fondo stellato, Capire maggiormente le bellezze Che appaiono sul nostro mondo, Spiagge e deserti, montagne e pianure, Dove la mia casa sta nel centro; E Dal cielo, luminoso del sole, Vedere la mia ombra Riflessa su questa terra. … E E vivo un sogno, Per me che corro, Che corro tanto lontano. … E poi riposo E poi Torno a camminare, Cammino molto, Consumo scarpe, Attraverso i deserti, Mi aggrappo alla vita. A volte I miei piedi sono stanchi. Sono un “vago signore” e Sono l’uomo che intraprese Una danza nel deserto, A volte severo A volte un poco triste. Vado quando sono ferito nel cuore. Anima di pietra? Nella maggior parte del mondo, Metà dei bimbi vanno a letto affamati, E metà dei vecchi Vanno incontro alla morte… affamati. Le parole non bastano Quando chiudo la porta. Vivere è cosa seria. La parte comica della vita Se l’è presa il destino Ed allora passo dal sorriso al pianto. Vorrei piangere con te Ma non ho lacrime. Tutto mi si riflette nei tuoi occhi. Mi fermerò prima dell’ultimo giorno, Mi fermerò una sera Prima che il giorno sfumi nella notte. Il viaggio è la danza della vita E viaggiare non è né sognare Né inventare, Forse è vivere, Certo non è morire. Tuo padre, Un vagabondo. Nazca, 17/08/1996