Himalaya - Shisha Pangma

Viaggio in Tibet

di Giorgio Fornoni

Lhasa, la Città Proibita, si raggiunge oggi da Kathmandu in un'ora appena di aereo, con il volo più spettacolare e panoramico del mondo, che scavalca direttamente l'Himalaya all'altezza dell'Everest, del Makalu, del Kanchenjunga. L'arrivo sulla pista di Gonggar, nella valle del Brahmaputra, ricorda quello di un'astronave catapultata indietro nel tempo. Perchè al di là degli edifici moderni dell'aeroporto e delle costruzioni moderne si stende un altopiano grande quanto l'intera Europa, ad una quota media di 4000 metri, dove l'Occidente diventa un ricordo sempre più lontano. Dopo l'occupazione del Tibet, nel 1959, i cinesi hanno fatto di tutto per snaturare il carattere sacro di Lhasa, il Vaticano del Lamaismo tibetano. Hanno aperto grandi viali tra i chorten buddisti, hanno trasformato il Potala, l'immenso palazzo sede del Dalai Lama in un museo. Ma non hanno potuto piegare la fede della sua gente. Ancora oggi, milioni di tibetani riconoscono come loro unica e legittima autorità nazionale solo il Dalai Lama, che vive in esilio a Dharamsala in India. E il suo ricordo è ovunque. Soprattutto nel labirinto di 1000 stanze, 13 piani, e 120 metri d'altezza del Potala, uno dei palazzi più grandi e belli del mondo. Partì da Lhasa il lungo viaggio che nel 1998 mi portò insieme ad altri tre compagni, gli amici Luca Negroni, Andreino Pasini e Mario Merelli, in spedizione sullo Shisha Pangma, la vetta più bassa dei 14 Ottomila. Un viaggio di quasi 1000 chilometri con direzione sud- ovest, verso il lontano confine nepalese. Un viaggio che ha toccato Gyantse e Shigatse, roccaforti dell'antico regno tibetano e che ha attraversato il brullo altopiano dei pastori nomadi, chiuso dal merletto bianco delle vette himalayane. Sotto gli occhi onnipresenti del Buddha, tra gli affreschi dei monasteri di Gyantse e Shigatse, le ruote dei mulini di preghiera, le bandierine che affidano al vento i mantra del lamaismo, anche i viaggiatori più smaliziati sentono che niente potrà più essere come prima. Si comincia ad entrare nella nuova dimensione che la severa maestà del buddismo tibetano impone con una forza straordinaria. Dove ci si spoglia di tutte le convenzioni, di tutte le certezze, di tutti gli orpelli del nostro mondo per guardare alle sorgenti della nostra esistenza. Un viaggio lungo l'altopiano del Tibet è anche l'occasione per scoprire la cultura, il carattere, l'ospitalità di questo straordinario popolo di montanari, sceso dalle steppe mongole a colonizzare le valli più alte e inospitali dell'Asia. Nelle case tibetane tutto è semplice, essenziale, funzionale al difficile rapporto con l'ambiente. Ma tutto, anche gli oggetti più semplici e di uso quotidiano, esprimono la straordinaria dignità e la ricchezza della cultura tibetana. Tutte le tensioni e le inquietudini del ventesimo secolo entrarono di colpo nell'immobile Shangri-La dell'Himalaya con la ventata distruttiva dell'invasione cinese. Nei giorni del capodanno buddista del 1959 si avverarono per intero le antiche profezie. Dopo una lunga pressione cominciata nel 1950 (l'anno della Tigre di Ferro temuto dai testi sacri del lamaismo) e motivata da ragioni economiche e strategiche, l'esercito cinese invase il Tibet. La resistenza fu coraggiosa ma inutile. I militari entrarono col pretesto della rivolta popolare del 10 marzo a Lhasa, mentre i giochi di equilibrio delle grandi potenze rendevano vana qualsiasi richiesta di aiuto e si consumava la tragedia dimenticata del popolo tibetano. Da cinque secoli, l'istituzione del Dalai Lama rappresenta e riassume l'identità culturale dei tibetani. Un bambino riconosciuto la reincarnazione di Chenrezi, Avalokitesvara, uno dei santi bodhisattva della tradizione buddista, veniva educato al proprio ruolo di Re-Dio, al vertice della complicata gerarchia lamaista e dell'intera nazione. Toccò a Tenzin Gyatso la sorte di veder crollare sotto l'offensiva militare cinese un mondo rimasto fermo al Medioevo. I cannoni tuonavano già alle porte di Lhasa, la città santa, quando il Dalai Lama e la sua corte lasciarono per l'ultima volta il Potala. In un tragico esodo tra le montagne, 80mila tibetani seguirono il re-bambino in fuga verso il sud, dal 17 al 31 marzo del 1959. Sarebbero approdati a Dharamsala, la nuova residenza del Dalai Lama e di oltre 10mila profughi, diventata oggi un faro spirituale che irradia la propria luce ben oltre i confini delle montagne himalayane e dello stesso mondo buddista. Il Dalai Lama è diventato ormai un personaggio di rilievo mondiale, domina i grandi media, ha imposto la causa tibetana e lo slogan "Free Tibet" alla coscienza del mondo, se non al tavolo delle risoluzioni dell'Onu. Ha denunciato per primo i misfatti della Rivoluzione culturale degli anni Sessanta, quando l'ondata di fanatismo delle Guardie Rosse si accanì sulla minoranza tibetana con effetto devastante e le politiche più recenti di migrazioni demografiche forzate e snaturamento culturale. Nel 1992, Tenzin Gyatso ha proposto un piano in cinque punti che prevede la trasformazione dell'intero Tibet in "Parco della Pace", nella formula di una autonomia regionale che rispetti i diritti umani e l'integrità della cultura originaria. Per 6 milioni di tibetani egli resta un riferimento politico, spirituale e morale insostituibile. Nel 2011, il Dalai Lama ha preso una decisione storica: ha rinunciato al proprio potere temporale di capo politico dei Tibetani, per dedicarsi esclusivamente alla sua missione di ricerca spirituale. Un segnale forte per la Cina e per il mondo, per affermare che esiste un significato ancora più profondo nel rispetto della vita e dei diritti umani. Ho voluto incontrare il Dalai Lama nel suo esilio nel nord dell’India, per avere da lui una testimonianza diretta e carismatica su un messaggio spirituale di pacificazione oggi sempre più necessario. Vette innevate, monasteri a terrazza, gli abiti rossi dei monaci. La cittadina di Dharamsala, nel nord dell'India, è diventata una piccola Lhasa, la capitale della diaspora tibetana in esilio. A oltre cinquant’ anni dall'invasione cinese, la colonizzazione forzata e l'indottrinamento non sono riusciti a piegare l'orgoglio e lo spirito di indipendenza del popolo tibetano. Il suo riferimento, politico e religioso, continua ad essere Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama del Tibet. Nel 1989, l'impegno civile e la coerenza nel difendere le ragioni del Tibet con la sola forza delle idee hanno valso al Dalai Lama il premio Nobel per la Pace. Come vede oggi il futuro politico del Tibet? “Per quanto riguarda la mia posizione personale e politica, già nel 1992 ho rimesso in discussione l'istituzione del Dalai Lama in quanto capo politico del Tibet. Ho ripetuto più volte da allora che il compito della politica va affidato ad un governo tibetano locale democraticamente eletto. Quando questo sarà costituito, io cederò i miei poteri in quanto Dalai Lama, non sarò più il capo politico del Tibet. Tornerò ad essere un semplice monaco buddista e per il resto della mia vita potrò dedicarmi, sì dedicarmi, ancora di più al lavoro spirituale e alla promozione dei diritti umani". Quale è il significato più attuale del buddismo nella società moderna? "Credo che il buddismo, proprio perchè è una dottrina che si confronta con le emozioni, può aiutare tutti quanti, (anche al giorno d'oggi), sono impegnati in settori diversi dell'attività umana, come la politica, economia, la tecnologia, la scienza, la medicina, la legge. Il motore primario come esseri umani è la motivazione, dunque il buddismo ha un ruolo importante nel definire la giusta motivazione, può aiutare. La motivazione si dovrebbe basare sul concetto della compassione, sull'impegno nei confronti del prossimo. Un altro concetto molto importante del buddismo è l'interdipendenza, la consapevolezza che tutto è collegato a qualcos'altro. Questa consapevolezza ci aiuta ad allargare la nostra prospettiva, a vedere le cose nella maniera giusta. Qualche volta nel mondo moderno, si tende a diventare specialisti di una materia, ma questo rende la nostra prospettiva limitata, molto speciale... ci fa perdere di vista il quadro d'insieme. Dunque credo che il concetto buddista di interdipendenza, interconnessione, possa essere molto utile a sviluppare una visione più completa e profonda delle cose e del mondo". In un mondo ancora segnato da ingiustizie e violenze, quale contributo può dare, in positivo, il messaggio di Buddha? "Come esseri umani abbiamo questa dote straordinaria, l'intelligenza. E nello stesso tempo, proprio perchè abbiamo l'intelligenza, abbiamo anche la possibilità di sviluppare un infinito altruismo. Molto più di qualsiasi altro animale. Questo fa parte della natura umana.. il senso della dedizione, dell'impegno per gli altri, anche se alcuni animali entro certi limiti possono esprimerlo. Ma noi come esseri umani, con la nostra intelligenza, la nostra conoscenza, abbiamo una capacità molto maggiore. Possiamo vedere le conseguenze delle nostre azioni a lungo termine, fare piani. Dunque senza parlare di credenze metafisiche, come quelle nel karma, nell'inferno o paradiso, ma semplicemente guardando al risultato delle nostre azioni, pensando al modo migliore di affrontare i problemi dell'individuo, della società, del prossimo secolo o millennio, noi possiamo difendere i veri valori dell'uomo, possiamo condividere, partecipare l'uno con l'altro. Questo fa parte della nostra natura. Dunque, anche quando ci sono conflitti , questa consapevolezza dovrebbe aiutarci a superarli e risolverli in un quadro più ampio. Perchè dobbiamo pensare che tutti sono nostri fratelli e sorelle. E quando ci sono problemi tra fratelli e sorelle bisogna trovare il modo di affrontarli di comune accordo. La violenza, la prevaricazione di uno sull'altro porta solo alla perdita di entrambi. Io credo che la cultura tibetana, l'eredità buddista, non necessariamente tibetana è un modo di vedere la vita che si fonda sulla compassione, la non-violenza, questa è l'eredità culturale che ci aiuta a mantenere il giusto atteggiamento nei confronti di noi stessi del nostro prossimo, degli altri animali, dell'ambiente”. Quale è il suo atteggiamento nei confronti di religioni diverse? L'incontro tra culture e tradizioni diverse è certamente positivo, arricchisce gli uni e gli altri ma l'uomo resta sostanzialmente lo stesso come essere pensante, come essere dotato di sensazioni ed emozioni. Come buddisti, possiamo imparare molte cose dai buoni cristiani o dai buoni musulmani: il senso del perdono, per esempio, o della tolleranza. E loro possono imparare da noi i valori della compassione e le tecniche di meditazione”.