GUERRA E PACE

di Giorgio Fornoni

Da una grande democrazia, ci si aspetterebbe il rispetto degli accordi e delle questioni che possono insorgere con l’applicazione del diritto internazionale. Ma dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti, hanno deciso di adottare la guerra preventiva, ribadendo tramite il suo presidente, George Bush, che non è necessario aspettare un attacco armato per scatenare una guerra e che nel caso dell’Iraq, basta la volontà di Saddam Hussein di costruire armi di distruzione di massa e i suoi presunti legami con il terrorismo internazionale per giustificare un attacco. La Carta delle Nazioni Unite, stabilisce in generale il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali (art. 2-4), con la sola eccezione della legittima difesa prevista dall’art.51. “Nessuna delle disposizioni della presente carta preclude il diritto inerente la legittima difesa, individuale e collettiva, in caso di attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite”. Ma nel caso dell’Iraq, questa disposizione non è applicabile poiché a tutt’oggi non esistono le prove (che Saddam Hussein sia in possesso di armi di distruzione di massa) che rappresentino una minaccia plausibile contro gli Stati Uniti, e neanche vi sono prove di un suo collegamento con al Qaeda. Questa gestione personalizzata, da parte degli Usa, dell’Ordinamento Internazionale, porterà ad una guerra ingiustificata e questo atteggiamento potrebbe diventare regola che anche altri stati possono invocare. Ad esempio, Ariel Sharon e Vladimir Putin non hanno mancato di approfittare dell’intervento in Afganistan per inasprire, con il pretesto della lotta contro il “terrorismo”, la repressione dei palestinesi e dei ceceni. L’America ha adottato la strategia di invocare l’autorità delle Nazioni Unite per premunirsi contro qualsiasi critica nei suoi atteggiamenti di guerra contro l’Iraq. George Bush non ha simpatie per l’Onu. Il fatto stesso di sollecitare continuamente il Consiglio di Sicurezza mette maggiormente in evidenza l’ipocrisia con la quale Washington non muove un dito nei confronti di Israele, che rifiuta ostinatamente di porre fine a una colonizzazione illegale. “Quante risoluzioni, votate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono rimaste lettere morte? Trentacinque anni dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, i palestinesi continuano a subire il giogo dell’esercito israeliano e il loro diritto a uno stato indipendente rimane inattuato. Divisa dal 1974, Cipro è ancora occupata dall’esercito turco. L’India, il Pakistan, la Russia, il Marocco sono incorsi negli ammonimenti del Consiglio di Sicurezza, senza alcun seguito. L’Iraq, obiettivo primario di George Bush, costituisce invece un caso a parte. La risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza offre al presidente americano, una adeguata copertura per un eventuale intervento armato con cui Washington attuerebbe per la prima volta la nuova dottrina della guerra preventiva, contraria a tutte le regole del diritto internazionale”. Con questa politica di “due pesi e due misure”, gli Stati Uniti stanno minando l’autorevolezza di questo diritto. Dopo aver premesso le giustificazioni dei suoi piani di attacco all’Iraq, cerchiamo di capire quali erano i principali obiettivi che George Bush aveva promesso nella sua campagna presidenziale. Con gli eventi dell’11 settembre gli Stati Uniti si sono lanciati nella guerra al terrorismo ma anche se lo sforzo compiuto è stato grande non si può certo dire che la lotta al terrorismo sia l’unica preoccupazione del governo americano. Da quando divenne presidente alla Casa Bianca, George Bush ha dedicato grandi attenzioni a due priorità strategiche: la modernizzazione ed espansione dell’apparato militare americano e l’acquisizione di ulteriori fonti petrolifere all’estero. Infatti armi e petrolio si rivelano oggi i pilastri di un disegno strategico che orienta la politica estera americana. Una lettera di Edoardo Galeano pubblicata sul manifesto esprime in modo esplicito il disaccordo contro l’arroganza politica americana: “Il presidente del pianeta annuncia il suo prossimo crimine in nome di Dio e della democrazia. Così facendo offende Dio e offende anche la democrazia che è sopravvissuta nel mondo a malapena, nonostante le dittature che da oltre un secolo gli Stati Uniti sono andati disseminando per ogni dove. Il governo Bush che più che un governo sembra un oleodotto, ha bisogno di impossessarsi della seconda riserva mondiale di petrolio che giace nel sottosuolo iracheno. Ha bisogno, inoltre, di giustificare la valanga delle sue spese militari e di esibire sul campo di battaglia gli uomini modelli della sua industria bellica. Si tratta di questo, gli altri sono tutti pretesti, e i pretesti per questa imminente carneficina offendono l’intelligenza. L’unico paese che ha usato armi nucleari contro la popolazione civile, il paese che sganciò le bombe atomiche che annientarono Hiroshima e Nagasaki, vuole farci credere che l’Iraq sia un pericolo per l’umanità. Se il presidente Bush ama così tanto l’umanità, e vuole davvero scongiurare la più grave minaccia che pende sull’umanità, perché mai non bombarda se stesso, invece di pianificare un nuovo sterminio di popoli innocenti? Immense manifestazioni invaderanno le strade del mondo il prossimo 15 febbraio. L’umanità è stufa di essere usata come alibi dai suoi stessi assassini, ed è anche stufa di piangere i suoi morti alla fine di ogni guerra: questa volta vuole impedire la guerra che li ucciderà”. E’ chiaro che Saddam Hussein non è un santo, è infatti uno dei più spietati dittatori del nostro tempo. L’Iraq conduce da anni una guerra senza quartiere nei confronti di alcune minoranze etniche ma in particolare contro i Curdi, tanto da somigliare ad un genocidio programmato. Sul finire degli anni ’80, vengono uccisi almeno 100.000 Curdi, 180.000 scompaiono nel nulla, 4.000 villaggi vengono rasi al suolo e 200.000 profughi affollano le tendopoli oltre il confine di Iran e Turchia. Nella primavera dell’88 l’armata irachena lancia bombe chimiche e di gas tossico sulla regione del Curdistan facendo parecchie migliaia di vittime. Una strage silenziosa che pure non scuote la coscienza dell’occidente, che in quegli anni vede ancora in Saddam il campione della lotta contro l’integralismo islamico dell’Iran. Agosto 1990. L’Iraq invade il Kuwait e l’Onu decide l’embargo. La sconfitta di Saddam Hussein nella Guerra del Golfo riaccese la volontà separatista dei Curdi. Ma la rivolta fallì, tra nuove stragi e nuovi orrori. Due milioni di persone furono costrette a varcare il confine di Iran e Turchia, spinte dalla disperazione nelle braccia di vicini tutt’altro che amici. Il resto è storia di oggi. L’Onu approva l’intervento dei Caschi Blu a favore dei Curdi, vengono vietati i voli irakeni a nord del 36° parallelo, si mobilitano le organizzazioni umanitarie. Ma la situazione resta drammatica. Sono entrato tre volte in Iraq. La prima alla vigilia della guerra con l’Iran, altre due negli anni 94 e 97. Una delle testimonianze che più mi avevano colpito fu quella del governatore di Kirkurk (la zona più ricca di petrolio in Iraq) in esilio a Solimanjia che con le lacrime agli occhi mi mostra dossier, grossi faldoni con nomi e fotografie. “Questa è solo una delle tante liste che raccolgono i nomi di donne che hanno denunciato la scomparsa di fratelli, figli o mariti. E’ un lungo elenco di vedove e madri che piangono. Tutti i loro uomini sono stati uccisi o perlomeno sono scomparsi senza lasciare più traccia”. E’ un problema sollevato recentemente anche da Amnesty International. “Quanti sono i nomi? …sono tanti…. Il totale è stimato nell’ordine di 280 mila persone, 280.000 tra morti e desaparecidos…” Ad oggi, l’embargo all’Iraq ha provocato la morte di due milioni di persone. Più di 500.000 di queste vittime sono bambini. “E’ stato talmente disumano -dice Gino Strada sul Corriere della Sera del 7 febbraio- quel progetto di distruzione dell’infanzia irachena che due responsabili dell’Onu si sono dimessi “per non essere complici di una genocidio”. Guerra e Saddam –continua Gino Strada- l’anno scorso c’erano i Talebani e Osama, qualche altro “mostro” è in fabbricazione. Avanti alle armi, bombardiamo tutti per i prossimi cinquant’anni. Ogni volta, alla fine di una delle guerre contro i “mostri” il mostro è ancora lì. Mentre almeno il 90 per cento delle vittime delle guerre sono civili. Povera gente, che si vede innaffiata di bombe perché il suo presidente, di solito, è un dittatore in disgrazia che ha litigato con gli alleati di prima”. Ho raggiunto telefonicamente Don Albino Bizzotto, presidente dell’associazione “Beati Costruttori di Pace” che mi esprime il suo parere sulla guerra. “L’ottica, il punto di vista da dove analizzo la realtà della guerra, non è ne’ quello di Bush, ne’ quello dei capi di stato, ma è di quello a cui cadono addosso le bombe, questa è la guerra. Allora da questo punto di vista io devo dire che la guerra è la criminalità organizzata degli stati…, proprio fuori dai denti perché uccidere gli innocenti è semplicemente un crimine. Tutte le altre ragioni che vengono tirate fuori sono soltanto menzogne e propaganda perché nessuno mai dice quali sono le finalità reali della guerra. Per me è chiarissimo. Dal ’92, da quando ci cammino dentro ad oggi questo posso dimostrarlo pari pari a tutti anche sul Kossovo. Tutto posso dimostrare. L’altro punto di vista è questo: noi continuiamo a perpetrare crimini in nome dell’economia ma la storia viene fatta dall’umanità e allora se noi diamo peso alla storia della gente che cammina allora mi dispiace la guerra non ha più nessuna scusa in assoluto sia come realtà della gente che viene colpita ma anche come produzione di armi che servono proprio per uscire dalla recessione economica e sono un asse portante della nostra economia occidentale”. Chiedo ancora: “Le ONG “rifiuteremo i soldi del governo” dicono ormai tutte in coro… compreso quel presidente dell’associazione che proprio in risposta al mio video mi aveva istericamente attaccato, ora è rinsavito”. R.: “La ritengo una cosa doverosa nel senso che altrimenti si diventa quelli che prima uccidono e poi portano gli aiuti… è una cosa assurda. E’ una azione di andare a curare le ferite. Questo è il concetto di guerra preventiva… prima faccio la guerra e poi aggiusto le cose… siamo matti?” D.: “Dove andremo a finire con la guerra?” R.: “Ho la sensazione che stiamo producendo da soli lo sconvolgimento e l’autodistruzione del nostro sistema… è imboccare la strada più veloce ma anche la più autodistruttiva. Noi crediamo di distruggere gli altri ma forniamo tutti gli elementi per essere distrutti.” La guerra è ormai inarrestabile solo un miracolo la può fermare. La Casa Bianca si propone infatti di insediare a Bagdad un nuovo regime, con un atto di ingerenza diretta nella sovranità dell’Iraq e nel diritto dell’autodeterminazione. 133.000 soldati americani sono già dislocati nell’area del golfo pronti a far partire bombe “intelligenti” ed a provare nuove armi… Il popolo iracheno dice: “ogni giorno ci accusano di sempre nuove colpe”. A proposito dei legami con Bin Laden l’Iraq prende le distanze. Francia, Germania, Russia e Cina si dichiarano contrarie alla guerra ed anche il Vaticano gioca tutto il suo peso politico e diplomatico per far si che vinca la pace. Luigi Pintor nel suo editoriale dice: “Gli Stati Uniti sono la più grande potenza al mondo ma al tempo stesso la più vulnerabile e ci si chiede perché sarebbero soli nel mirino dei terroristi, osteggiati dall’opinione pubblica mondiale, ostacolati dai loro alleati storici? Forse la spiegazione va cercata nei continenti della povertà e della fame, nei luoghi dove la guerra è cronica, nei paesi sottoposti a dominio straniero o tirannico ma anche in quelli evoluti dove non si riconosce pari dignità”.