Viaggio in Iraq

Appunti di Giorgio Fornoni

Per capire il paese che ha invaso il Kuwait e minaccia la guerra totale. La porta tra l’Oriente e l’Occidente, la mitica Bagdad delle Mille e una notte. Le grandi civiltà nate e morte sulle rive del Tigri e dell’Eufrate: terra e acqua le ricchezze di una volta, il petrolio quella di oggi. Arriviamo a Bagdad, poco tempo prima che cominciasse il conflitto con l’Iran. Già quando percorrevamo le strade del nord che portano verso Kirkuh (la città dell’”oro nero” a nord di Bagdad, è infatti oggi il centro del distretto petrolifero più ricco dell’Iraq) l’aria non era più di pace. Mezzi blindati di ogni tipo sfilavano lungo le piste di terra battuta che fiancheggiavano l’arteria principale. Ogni poche decine di km guardie in borghese bloccavano la nostra marcia, pretendendo in visione i lasciapassare. L’Iraq è stato in ogni tempo una via naturale di passaggio e un importante tramite tra l’Oriente ed il Mediterraneo, una posizione che ha determinato nel corso di millenni un complesso di eventi di eccezionale interesse etnico, politico ed economico. Civiltà e popoli diversi vi si sono incontrati, dando luogo a una unità nazionale caratterizzata da un tipico eclettismo, derivante dalla mescolanza dei più disparati usi e costumi. L’Iraq fu, oltre che una zona di transito, anche un centro notevole di attrazione a motivo della sua forte disponibilità di terra e di acqua, due risorse eccezionalmente preziose per un paese situato in questa latitudine. Sul suo territorio sono fiorite formazioni politiche assurte a notevoli grandezze (Hammurabi con il primo codice); città dalle bellezze leggendarie (Ur, Babilonia, Nimrud, Ninive…), e civiltà assai evolute (Sumeri, Akkadi, Babilonesi, Kassiti, Assiri…). Le fortune dell’Iraq però, così come nacquero, improvvisamente tramontarono: furono momenti brevi, eventi sostanzialmente eccezionali. Infatti la condizione normale di questa terra fu caratterizzata da povertà, carestia, e malattie. Forse in nessuna altra parte del mondo l’uomo ha avvertito come qui la sua impotenza davanti alle forze della natura. In altre parole, ciò che il Nilo è stato per l’Egitto non furono, per questa terra, il Tigri e l’Eufrate. La zona centrale, la Mesopotamia, è tra le più importanti per capire la storia del paese. Infatti la storia e, in conseguenza, l’archeologia attraggono viaggiatori da ogni parte del mondo. Siamo andati in Iraq in una decina, subito rendendoci conto di aver aderito al viaggio anche per la sua particolare impostazione: oltre che per le visite agli insediamenti archeologici più importanti per i contatti diretti con la gente, dai rappresentanti governativi o sindacali, a gruppi di professionisti, agli abitanti dei villaggi, a esponenti delle comunità religiose locali. Il solo turismo o il desiderio di evasione rischiano di trasformare il viaggio in un’alienante mistificazione, e non un’occasione di crescita e di apprendimento. Nonostante la rilevanza della civiltà e delle vicende storiche, l’Iraq è sostanzialmente povero di un patrimonio storico – artistico (rovine dei periodi Assiro e Babilonese livellate dalle alluvioni e saccheggiate dagli archeologi europei agli inizi del secolo – basti pensare alla porta di Istar di Babilonia, smontata e ricostruita al museo di Berlino e ad altri pezzi di notevole importanza asportati al museo di Bagdad che è ora ricco di copie e calchi in gesso della propria storia – città arabe, come Bagdad, in via di massificante occidentalizzazione) e, sono stati quindi i rapporti umani ed il costume di vita che ci hanno subito interessato, facendoci sentire l’esigenza di una condivisione per meglio comprendere: da qui i pasti presi nelle botteghe e rosticcerie arabe – rassegnandoci al sapore di montone fin nei dolci; il tempo libero trascorso nel Suk a metà tra il mercato ed il bazar, con gli artigiani che lavorano direttamente in strada, e l’esperienza del carattere arabo orgoglioso, chiuso ed indifferente agli stranieri, forse per una fondamentale apatia; fuori città le soste nei villaggi di fango, in un contesto d’imbarazzo o disagio, pur questo istruttivo, per la difficile sintonizzazione fra noi che andavamo a “vedere” e la gente divisa fra la diffidenza e la cordiale curiosità. Dei problemi dell’Iraq moderno si discute accanitamente, cercando di derivare delle conclusioni: una dittatura di partito che si giustifica su temporanee ragioni di ordine socio-economico, che ha avviato una politica di collettivizzazione delle risorse (nazionalizzazione del petrolio) e dei servizi, ed un impegnativo programma di educazione obbligatoria e gratuita. I quadri dirigenti spingono per una rapida, quanto sbrigativa occidentalizzazione del costume, che trova però resistenza nella maggioranza della popolazione, per il persistere di atteggiamenti atavici connessi al tradizionalismo della religione musulmana (ad esempio l’irrisolto problema della donna). La popolazione irachena è quasi totalmente islamica. E’ la religione con il maggior incremento annuo di credenti nel mondo: 16% - nel 2000 i musulmani saranno 1 miliardo e 200 milioni ottenendo il primato planetario. La dottrina dell’Islam è quella dei cinque pilastri: 1) professione di fede; 2) preghiera cinque volte al giorno; 3) elemosina ai poveri; 4) digiuno nel mese del Ramadan; 5) pellegrinaggio alla Mecca. Il Corano è il libro Sacro; Allah è Dio e Maometto il suo profeta. Enormi contraddizioni emergono nell’attuale condizione politica del presidente iracheno Saddam Hussein; non ultima è il patteggiare e coalizzarsi con l’Iran con il quale fino a poco tempo fa era in guerra, nell’attuale crisi del “golfo”. Ora, come in precedenza Komeini, Saddam Hussein vede nel Corano la benzina di una rivoluzione politica destinata a creare la jamahiria, lo stato delle masse. Infatti, per Saddam, la cosa più importante di ogni altra è apparire agli occhi delle masse arabe come l’uomo che sfida l’occidente. I musulmani hanno imparato a chiedere e assai spesso a prendere. E’ una sfida strategica, quella islamica, di ampio respiro. Secondo un importante studioso, europeo, gli immigrati musulmani, nel vecchio continente, non punteranno mai a integrarsi: cercheranno, piuttosto, di convertire noi. E’ proprio un fatto ideologico e insieme culturale. Del resto Maometto lo aveva predicato: fare proseliti è il primo comandamento per che emigra nel nome di Allah. Il senso del tempo che corre, poi, è un ostacolo micidiale all’inserimento di un musulmano nella nostra società. L’occidentale è frenetico, prigioniero dell’orologio e rispettoso degli impegni; l’arabo no. La rassegnata filosofia dell’”Inschiallah” che vuole dire “Se Dio vuole” impone cadenza adeguate. Il mondo islamico ha scoperto che la forza dell’Occidente sta nelle sue tecniche, e che queste sono alla portata di tutti gli uomini. Ora che una per una, le ferite di quarant’anni di guerra fredda cominciano a rimarginarsi, mentre in Europa si marcia a grandi passi verso l’unità della Germania e in Estremo Oriente si assiste ad un primo disgelo tra le due Coree e all’estremità meridionale della penisola arabica si è compiuta quasi in silenzio la riunificazione degli Yemen, l’uomo trova pretesti, con gesti provocatori, per riproporre una nuova guerra. Un colto fervente musulmano, che ha studiato nelle scuole dei missionari cristiani dice “…Nessuna religione può arrogarsi il potere politico. Tutte le religioni e credenze possono esercitarsi liberamente”. “La fede è unica”, dice… “Musulmani o cristiani, noi tutti preghiamo lo stesso Dio – e desideriamo la pace”. Che Allah lo ascolti.