Fratelli di sangue

FRATELLI DI SANGUE

di Giorgio Fornoni (Mediterraneo – inverno 1999-2000) Vent’anni di guerra non sono bastati. Eccezionali immagini sono state riprese dalle postazioni eritree nella primavera del 1999, anche se sembrano appartenere a un passato che si sperava chiuso per sempre. I cannoni hanno ripreso a tuonare lungo i mille chilometri di confine tracciati nel deserto tra Eritrea ed Etiopia, in battaglie sanguinose quanto lontane dai riflettori dei grandi network internazionali. Il paradosso è che a confrontarsi con le armi sono oggi un’Eritrea finalmente indipendente e una nuova Etiopia riscattatasi nel 1991, anche con l’aiuto del Fronte di liberazione eritreo, dalla lunga dittatura di Menghistu. Scoppiata nel 1998 lungo i fronti di Badme, Tsorona, Zalambesa, con l’evidente obiettivo etiopico di riprendere il controllo del porto di Assab, l’ultima guerra dimenticata del Corno d’Africa rischia oggi di far precipitare di nuovo verso la miseria e l’anarchia due popoli che si dicono fratelli. Ma che la storia sembra invece condannare a vivere in un eterno stato di guerra. E’ l’otto marzo, nelle piazze di Asmara, la capitale dell’Eritrea, esplode la festa della donna. Ma si celebra anche il successo nel primo round del conflitto armato con l’Etiopia, fermata nel suo tentativo di tagliare la vitale via di comunicazione tra la capitale e il porto di Assab. Il patriottismo eritreo celebra nelle donne “amara” un ideale di dedizione e di eroismo. I reparti combattenti femminili hanno svolto un ruolo fondamentale nella guerra di liberazione, supplendo alla sproporzione numerica tra i due paesi con un coraggio ammirevole. E oggi sono chiamate ad una nuova mobilitazione. Il fronte dista solo poche ore dalla capitale. Partiamo con una jeep verso le torride pietraie del sud, dopo aver ottenuto un difficile lasciapassare dalle autorità militari. A soli 200 chilometri da Asmara, si entra già in zona di guerra. L’auto viene cosparsa di fango per essere meno visibile. La guerra è fatta di estenuanti contrapposizioni nelle trincee, ma anche di improvvisi raid e mitragliamenti aerei, ben oltre le linee della fanteria. Una guerra interminabile Siamo ormai a pochi chilometri dal confine con l’Etiopia, una linea indefinita tracciata sulle mappe ma ancora controversa sul terreno. Le alte montagne che ci sovrastano, sono crivellate di trincee e postazioni fortificate. Da qui si prosegue a piedi, scortati dai militari. Ci avviciniamo sempre di più alla prima linea di Zalambesa, la tensione cresce. La guerra è fatta naturalmente, anche qui, di interminabili attese. Giorni che somigliano a quelli di una esercitazione di sopravvivenza in montagna. Nessuno può dire con precisione quanti siano i soldati accampati da 13 mesi tra queste inospitali montagne e tanto meno quanti siano già le vittime di questa guerra assurda, combattuta in un territorio semidisabitato. La propaganda esagera le perdite del nemico e minimizza le proprie. Ma certamente le vittime sono diverse migliaia. Soprattutto sul fronte di Badme, dove la battaglia è stata più accanita nel febbraio scorso e riprende a intervalli di pochi giorni. Una piccola chiesa copta si trova proprio sulla prima linea. E’ stata danneggiata, ma l’interno rivela ancora lo splendore delle pitture sacre. Dalla parte opposta, nel Tigrai e in Etiopia, centinaia di altre chiese come questa testimoniano della comune fede religiosa, il cristianesimo di stile bizantino introdotto dai santi del IV secolo nel regno di Axum, i cui sovrani vantavano una discendenza legata a Salomone, re d’Israele, e alla leggendaria Makeda, regina di Saba. Decine di chiesette nascoste nei luoghi più solitari e difficili, testimoniano la fede incrollabile dei copti arroccati sulle montagne. Ma invece dei rintocchi delle campane, si sentono oggi l’eco delle cannonate e le raffiche di mitragliatrice. La presenza delle donne in prima linea non deve stupire. I lunghi anni della guerra di liberazione hanno fatto guadagnare alle donne-soldato eritree anche questo discutibile privilegio, insieme alla fama di ottime combattenti. Ci servono del caffè con rito antico che sembra quasi fuori luogo in questo avamposto di prima linea. Al contrario, per questi uomini e donne eritree rappresenta forse un simbolo di speranza, del ritorno ad una vita quasi normale. L’impronta del colonialismo Ritorniamo alla capitale. Con i suoi viali alberati di palme, la sua monumentale cattedrale cattolica, i suoi teatri, i suoi palazzi di stile littorio, Asmara sembra una cittadina del meridione trapiantata in terra d’Africa. Quasi un secolo di presenza italiana ne ha plasmato la stessa fisionomia, la dominazione coloniale ha lasciato più legami culturali che rancori. Merito anche di un’occupazione meno traumatica di quella sull’Etiopia. Entrati con il contratto commerciale della baia di Assab, alla fine dell’Ottocento, gli italiani sono rimasti all’Asmara con una comunità numerosa e attiva fino al dopoguerra e c’erano tutte le premesse di un vero miracolo economico. Negli ultimi 40 anni, l’Eritrea ha pagato molto più pesantemente il vassallaggio con l’Etiopia del Negus e poi la lunga guerra con Menghistu, che non hanno mai consentito il decollo di un più costruttivo programma di cooperazione. Come forse anche molti eritrei si sarebbero attesi dall’Italia. La popolazione dell’Eritrea, poco meno di 4 milioni di persone contro i 60 dell’Etiopia, festeggia il 24 maggio il giorno dell’indipendenza. Al termine della vittoriosa guerra di liberazione, nel 1991, un referendum sancì la nascita di una nuova nazione. Ma il suo futuro è ancora tutto in salita. A centinaia di migliaia si sono riversati già dalla vigilia sul vialone principale a cantare e danzare al ritmo del ripetitivo inno nazionale. Ed in ricorrenza dell’anniversario dell’indipendenza tutti sono radunati ad applaudire ed ascoltare il discorso del loro presidente allo stadio mentre sfila una parata militare ed i pochi aerei sfrecciano nel cielo. Visitiamo due roventi capannoni di lamiera sulla strada di Massawa che ospitano 452 prigionieri di guerra etiopici. La maggior parte di loro sono ragazzi di leva, mandati allo sbaraglio sul fronte di Badme. Da entrambe le parti, la guerra si alimenta anche di una propaganda martellante, che accusa l’avversario di tentata invasione. Nella realtà, è difficile attribuire torti e ragioni. Ancora più inutile, è cercare di capirne qualcosa interrogando questi soldati. Anche con lo smarrimento di lunghi mesi di prigionia negli occhi, nella sofferenza di ferite curate sommariamente, ripetono che la parola d’ordine che li ha chiamati alla mobilitazione, in Etiopia, era fermare l’invasione eritrea lungo il confine. Esattamente la stessa versione che i prigionieri di guerra eritrei ripetono dall’altra parte. Forse è proprio qui, prima ancora che sulle trincee della prima linea, che si capisce l’assurdità di questa guerra. Ancora pochi giorni fa, una nuova battaglia si è riaccesa sul fronte di Tsorona, a pochi chilometri dall’epicentro degli scontri, il villaggio di Badme. Otteniamo un altro permesso straordinario, e la visita al fronte si trasforma presto in un angoscioso viaggio nell’orrore. Perché qui i segni di questa guerra, dimenticata ma anche spietata, prendono allo stomaco. Qui si è combattuta, e si sta ancora combattendo, una battaglia di posizione che fa rivivere gli spaventosi massacri della prima guerra mondiale. Il bollettino dei caduti, per quanto controverso e forse lontano dai 60mila morti dichiarati, lo documenta con impressionante evidenza. Quello che è certo è che centinaia di cadaveri giacciono ancora insepolti lungo chilometri di postazioni, sulle quali si sono infranti gli attacchi degli etiopici. Un insopportabile odore di morte aleggia tra le carcasse dei carri e i campi minati, dove i corpi dei caduti, che nessuno ha potuto portare via, diventano lentamente delle mummie accartocciate dal sole del deserto. Di quei soldati morti vediamo le mani rinsecchite, rivolte al cielo, che si aggrappano nel vuoto. E’ così che ognuno di questi grotteschi manichini rappresenta il più tragico, espressivo antiretorico monumento al milite ignoto. E sembra anche gridare un definitivo e sdegnato “ MAI PIU’ ” a tutte le guerre.