I Signori di Bering

Popoli dimenticati

di Giorgio Fornoni (L’Apostolo di Maria – agosto settembre 2000)

Ciukci, l’antico popolo dei ghiacci L’avventura inizia veramente solo quando l’aereo decolla da Mosca e punta deciso verso nord-est, in rotta verso l’orizzonte bianco dell’Artico siberiano. Nella capitale sovietica abbiamo dimenticato l’Europa e l’Occidente, tra pochi giorni dimenticheremo anche cosa sia una città. Con l’amico Jacek Palkiewicz, esploratore e istruttore di sopravvivenza, andremo alla scoperta di una delle più sconosciute frontiere del mondo. Il nostro primo aereo ci trasporta per otto ore di volo, nove fusi orari e secoli indietro nel tempo. Prima tappa è Anadyr, sulla costa del Mar Glaciale Artico. Ma il tragitto è ancora lunghissimo, complicato da esasperanti difficoltà burocratiche. Il paesaggio che stiamo sorvolando ci ripaga però di ogni apprensione. La Siberia è soprattutto spazio. Un immenso spazio di tundra, foreste e acquitrini, che termina solo sulle sponde dell’Artico, là dove i cieli bianchi e lattiginosi annunciano già i ghiacci galleggianti e le estreme latitudini del Polo Nord. Ai confini del mondo L’arrivo di stranieri fa sempre notizia nel villaggio di Larentzia e lo testimoniano i volti incuriositi dei bambini. Ormai abbiamo dimenticato anche l’aereo. Da Anadyr si prosegue solo con l’elicottero, gli elicotteri militari russi ridipindi di giallo e affidati all’Aeroflot. I loro voli sono tutt’altro che regolari: dipendono dalla buona volontà dei piloti, dalla precaria efficienza dei loro motori, ma soprattutto dalle rare pause di bel tempo. La nebbia, la neve e le raffiche gelate dell’Artico la fanno ancora da padroni e spiegano l’isolamento non solo geografico ma anche sociale e umano di questa gente. Quando esisteva ancora l’immenso impero sovietico, la Siberia era off-limits per gli stranieri. Oggi le cose sono teoricamente più semplici, ma in realtà la Siberia è ancora un mondo sconosciuto. Un mondo difficile e inospitale, di volta in volta trasformato in lager per deportati politici, in terra di conquista di un’illusoria corsa al Far East dell’impero socialista, nel gelido scrigno minerario del regime. Tramontate tutte le illusioni, la Siberia è oggi semplicemente abbandonata a se stessa. Trasformata magari in una grande discarica per la distruzione delle ultime testate missilistiche un tempo orgoglio dell’Armata Rossa, come vediamo in questo remoto avamposto militare. E siamo finalmente al momento cruciale del nostro viaggio. Sotto di noi si disegnano del coste dell’Artico, velate dalla nebbia. Siamo diretti verso la sponda sovietica dello stretto di Bering, un’isola detta Grande Diomede dove c’è soltanto una piccola guarnigione militare. E’ un luogo disabitato e inospitale, ma anche di grande fascino e di grandissimo significato simbolico. Laggiù passa infatti la linea della data, laggiù inizia il nuovo millennio, laggiù si fronteggiano a pochi chilometri di distanza i due imperi che fino a dieci anni fa si contendevano l’egemonia nel mondo. Di fronte a noi è l’Alaska, la frontiera settentrionale degli Stati Uniti. E il nostro elicottero atterra sull’ultimo lembo di terra di un impero sconfitto e in disfacimento. I militari di guardia ci accolgono ostili, esaminano le nostre carte con sospetto. E sembrano affidare ai loro “niet” ripetuti tutta la propria frustrazione. Nella terra dei Ciukci Il viaggio riprende nella terra dei Ciukci, la popolazione originaria di questa immensa regione. Erano i fieri progenitori degli Eschimesi d’Alaska e degli Indiani d’America, imparentati con i Lapponi della Scandinavia nell’economia della renna e del nomadismo. Oggi sono ridotti a poco più di 15mila e sono stati privati del bene più prezioso: il loro senso di identità. Ai tempi del regime, li si voleva fedeli sudditi del soviet, si faceva di tutto per spezzarne tradizioni e radici culturali, considerate pericolose spinte autonomiste. Oggi i Ciukci sono affidati a loro stessi, completamente dimenticati dalla nuova Russia capitalista. E vivono la tragedia di una snaturamento culturale e politico che fa crescere a livelli altissimi la piaga dell’alcol e il numero dei suicidi. I Ciukci si dividono in due grandi gruppi: il popolo delle renne e quello dei pescatori. Per questi ultimi, relegati lungo le coste semigelate della Siberia, esiste un’unica occasione di riscatto. Sono i giorni della caccia alla balena, che si consuma nella breve estate dell’Artico. Si pratica secondo lo stile tradizionale, con arpioni e piccole barche, e accomuna per un’ultima volta i Ciukci della Siberia con gli Inuit dell’Alaska… Gli stessi americani, molto sensibili ai temi conservazionisti e alla difesa delle balene, hanno dovuto varare una deroga di legge speciale che consente le catture per un mese all’anno e secondo lo stile tradizionale. La caccia alla balena è infatti il motivo fondante di queste piccole comunità indigene. D’altra parte, le stesse tecniche usate limitano il numero dei capi catturati a poche decine. E’ anche per questo che lo spettacolo al quale abbiamo la fortuna di poter assistere, che evoca la saga di Achab e di Moby Dick, e davvero eccezionale. La caccia alla balena Il mostro è vinto, i piccoli uomini del Grande Nord hanno strappato al mare una preziosa riserva di carne. L’eccitazione è nell’aria e tutto il villaggio accorre ad aiutare i cacciatori nel difficile compito di trasportare a terra l’animale, da sempre identificato con il mitologico totem-progenitore della tribù. Per una volta, questi uomini, queste donne, questi giovani, si sentono uniti in un’impresa comune, riescono a guardare con fiducia perfino al domani, mentre il cielo di si incendia in uno degli interminabili tramonti dell’Artico. Si riscopre l’uso di attrezzi forgiati da secoli di esperienza. E dopo la mattanza si rinnova il rito antico e barbaro dello squartamento della balena. Tra poco, di queste tonnellate di grasso, carne e ossi non resterà più nulla. Ma occorreranno ore di lavoro, mentre tutto diventa sempre più rosso: le mani e le vesti degli uomini, il cielo squarciato da un tramonto infinito, l’acqua del mare che non riesce a lavare il sangue, sgorgato a fiumi dalla ferite aperte della grande balena. In estate, la notte è solo una breve pausa tra giorni lunghissimi. E all’alba del giorno dopo, sulla spiaggia rimangono solo i resti della balena, che saranno definitivamente consumati dai cani affamati del villaggio. Un pescatore ci spiega come avviene la caccia, come questa rappresenti l’unico legame rimasto tra i sopravvissuti di quello che una volta era il popolo fiero e orgoglioso degli “Uomini”, perfettamente adattato alle durissime condizioni di vita dell’Artico siberiano. “Sono i russi” dice “che hanno distrutto la nostra gente. Hanno voluto che andassimo in città-dormitorio, ci hanno sottratto i nostri figli per portarli in scuole lontane, ci hanno tolto perfino la nostra anima, impedendoci di chiedere consiglio ai nostri sciamani. Dicevano che avrebbero portato il progresso, che la nostra vita sarebbe cambiata, che tutto sarebbe stato più facile e più bello. E intanto ci rubavano i nostri animali da pelliccia, il legno delle foreste, le nostre balene. Ecco cosa è rimasto delle loro promesse. Ci hanno illuso e poi ci hanno abbandonato, dopo essersi portato via tutto quel poco di buono che avevamo. E non ci resta che sopravvivere, in condizioni peggiori di quelle che conoscevano i nostri padri. Perché loro almeno erano liberi, erano il Popolo delle Balene”. Le tribù delle renne Il nostro viaggio riprende verso l’interno. Sorvoliamo le lande desolate della tundra. Cerchiamo le tribù delle renne, nomadi che vivono in tende di pelli delle Yaranga, tenacemente legati ad uno stile di vita che ricorda il mondo perduto di Dersu Uzala. L’ospitalità sacra sotto la tenda di questa gente. I loro tratti mongoli ci ricordano che fanno parte di quel grande ceppo etnico esteso in tutta l’Asia orientale, dal Tibet alla Siberia, che in epoca glaciale si spingeva anche in Europa, cacciando bisonti e mammut, e che 15mila anni fa, superando lo stretto di Bering gelato, scese a popolare l’intero continente americano, dall’Alaska alla Patagonia. Di fronte a questi volti, non si può non provare l’emozione di leggere le pagine più antiche della nostra storia. Quel mondo di sciamanesimo, di magia e di riti legati alla caccia rimasto eternato nelle pitture delle grotte preistoriche dell’Europa. E che nei gesti, nelle parole e nella vita quotidiana di questa gente, sperduta nelle lande della Siberia sotto tende di pelli di renna, ritrova una sconcertante contemporaneità. Lo sciamano viene a farci visita salendo a bordo del nostro elicottero, quasi una capsula del tempo catapultata nella preistoria. E l’incontro tra gli amuleti magici dell’Uomo della Medicina e i nostri GPS satellitari diventa il simbolo paradossale dei nostri due mondi a confronto. A testimoniare quella che era la vita tradizionale dei Ciukci, il popolo delle renne, restano ormai soltanto i film documentari etnografici degli anni ’30 e ’40. Quello che stupiva gli studiosi era soprattutto la capacità di sopravvivere nel lungo e gelido inverno siberiano. Il segreto consisteva nello sfruttare al massimo le risorse della breve stagione estiva, che ruotava attorno alla caccia e all’allevamento delle renne. E quello che lo rendeva possibile era il forte senso comunitario. Ogni accampamento di tende era un largo clan familiare, una società che resisteva intatta nella sua struttura e nel suo mondo culturale dai tempi della preistoria europea. E che nei Lapponi della Scandinavia, il popolo delle renne e delle slitte del Grande Nord europeo, trova i suoi parenti più stretti, migrati lungo le steppe dell’Artico a migliaia di chilometri di distanza. Avevamo un obiettivo geografico preciso, quello di raggiungere l’isola di Diomede e i confini estremi della Siberia. Lo abbiamo raggiunto, ma la lezione di questo viaggio è stata un’altra. Ci ha ricordato che le distanze non si misurano soltanto sulla carta e che il tempo stesso, negli spazi sterminati dell’Artico, trova altri ritmi, altre profondità, e cambia la nostra percezione del mondo. I Kanak, gli ultimi abitanti del paradiso Nel cuore del sud del Pacifico sud, c’è un’isola immersa in un’immensa laguna verde smeraldo: la Nuova Caledonia (l’arcipelago porta lo stesso nome). E’ un paese diverso dagli altri, con i suoi pezzi di paradiso ed i suoi tesori ecologici. Terza isola del Pacifico per la sua superficie (19 km quadrati) la Nuova Caledonia è situata al sud della Melanesia a circa 1.500 km a est dell’Australia e 1700 km a nord-ovest della Nuova Zelanda. Il territorio comprende la Grande Terre, a sud-est l’isola dei Pini, a est le isole Conladeliziosa Marè, a nord-ovest l’Arcipelago dei Belep e numerose altre isole. Circondata da una barriera di corallo di 1600 km, la Nuova Caledonia possiede la più grande laguna del mondo, abitata da una fauna tropicale particolarmente ricca. La grande scogliera e la laguna approno un luogo di vita unico alla fauna acquatica; più di 2000 specie di pesci sono censiti nell’area. La temperatura dell’acqua (da 21 a 28 c°) contribuisce anche a creare le condizioni ideali per lo sviluppo dei coralli, delle conchiglie e dei pesci. Tra le riserve marine che possiede la Nuova Caledonia, numerose isolette sono state decretate luoghi protetti per preservare la fauna e la flora marina. A questo si aggiungono riserve permanenti e qualche relitto ingoiato che funge da scogliera artificiale. Un paradiso L’arcipelago della Nuova Caledonia è dunque un paradiso. Questo territorio è stato scoperto a più riprese. All’inizio, attorno al 1500 a.C., da uomini di razza melanesiana, che viaggiando a bordo di piroghe a bilanciere avevano costruito i loro villaggi sulle barriere coralline, vicino a banchi di conchiglie, sulle rive dei fiumi e non lontano da terre fertili. Fecero crescere la cultura originale dell’isola; evidenti le decorazioni sulle ceramiche con motivi geometrici presenti in Melanesia. Poi, in seguito, numerosi europei navigarono nei paraggi dell’arcipelago al sud del Pacifico. Ma è al Capitano James Cook che viene assegnato l’onore della scoperta ufficiale della Grande Terre il 5 settembre 1774. Cook effettuava allora il suo secondo viaggio. Scoprì questa terra per caso allorché era sulla rotta per la Nuova Zelanda e battezzò la Grande Terre “Nuova Caledonia” in ricordo del suo paese natale. Diciotto anni più tardi, l’isola fu ripercorsa dal navigatore francese Entrecasteaux. Il 24 settembre 1853 l’ammiraglio Despaitens proclamò la Nuova Caledonia territorio francese. A partire da questa data centinaia di coloni poterono emigrare sull’isola: soldati, commercianti, missionari ed avventurieri. Molte migliaia di detenuti furono anche deportati in questo luogo lontano. I Kanak Con un balzo di 20.000 km., via Parigi con Air France, dopo una ventina di ore di volo, atterro a pochi km da Nomea, la capitale della provincia meridionale. Conta circa 80.000 abitanti. L’aspetto plurietnico della città si caratterizza per le sue coste francesi un po’ sofisticate e per l’ospitalità melanesiana. In macchina arrivo a una fattoria da dove, a cavallo, parto per far visita ai villaggi dei Kanak. Gli indigenti della Nuova Caledonia, chiamati Kanak (dal termine polinesiano che significa “uomo”) appartengono al tipo melanesiano. Dal tempo dell’occupazione europea sono diminuiti dai 50-60 mila che erano nel 1853, data dell’occupazione francese, ai 15mila del 1930. Le cause: malattie portate dagli europei, alcolismo, e, in primo luogo, la confisca delle terre tribali da parte dei coloni che causò la grande rivolta del 1878 (7 mesi di guerriglia, 200 morti tra i francesi e un migliaio tra i Karnak) e che continua tuttora ad essere il motivo di discordia tra i nativi e gli europei: gli indigeni, infatti, sono proprietari solo di un quinto delle terre che occupavano prima della colonizzazione. Oggi sono sui 90mila, e quasi tutti hanno abbracciato il cristianesimo. I Kanak, nonostante l’occidentalizzazione più presente in quelli che vivono in città che nei villaggi, sono fieri delle loro tradizioni culturali. Essi sono riuniti in tribù governate da un capo ereditario in linea maschile e da un consiglio di anziani. La famiglia è patriarcale. I clan portano il nome di una pianta o di un animale: sono i resti dell’antico totemismo per il quale la terra stessa, i fiumi e la vegetazione conservano un carattere mitico e sacro. I matrimoni sono stabiliti tra parenti e i mariti non coabitano con le mogli ma dormono in una capanna separata, più grande, insieme ai figli maggiori. E’ sempre in uso la circoncisione, come rito di iniziazione mentre si è persa la tradizione della deformazione del cranio dei neonati. Abitano in piccoli villaggi lungo la costa o sulle colline. Le loro abitazioni sono circolari, con tetto conico di paglia, e poggiano su una piattaforma di pietre. Sono buoni agricoltori e altrettanto bravi pescatori: vanno per mare con piroghe a bilanciere di varie dimensioni, ce ne sono di assai grandi che possono portare anche cento persone, munite di una vela triangolare. Un tempo si combattevano tra di loro: assaltavano i villaggi di sorpresa per saccheggiarli e farne prigionieri gli abitanti. Usavano anche cibarsi ritualmente delle carni dei nemici. Anticamente levigavano la pietra e lavoravano il legno in modo magistrale: antiche incisioni rupestri e numerose facce scolpite nel legno lo confermano. L’arte della ceramica oggi è esercitata quasi esclusivamente dalle donne. Benché cristiani da più di un secolo, i Kanak restano fedeli a certe credenze proprie degli abitanti dell’Oceania. Per essi il mondo dei viventi coesiste e interagisce con quello invisibile composto dai totem (spiriti di animali, di vegetali o di pietre magiche) e dalle anime degli antenati. La vita sociale è regolata dai riti destinati a rendere benevolo tutto questo mondo invisibile. Il “pilou” era anticamente una danza sacra: oggi è solo un particolare folcloristico. Nello cosmogonia karak figurano due piante sacre: l’igname, simbolo del Padre e dell’estate, e il taro, simbolo materno e dell’inverno. Le cerimonie funebri sono compiute solennemente con banchetti e danze. Una volta i capi venivamo mummificati. Trascorso qualche tempo il cranio dell’estinto veniva tolto dal luogo della sepoltura e trasportato in una specie di santuario per essere collocato accanto ai crani degli altri antenati. L’evangelizzazione L’avventura cristiana in Nuova Caledonia comincia nel 1840 con i missionari protestanti della LMS (London Missionari Society) che mandano in avanscoperta i catechisti Tahitiani da loro formati e chiamati “teachers”, maestri. Dopo qualche tentativo sulla Grande Terre, il catechista Fao riesce ad evangelizzare gli abitanti delle isole Marè e Lifou. I missionari cattolici arrivano in forze tre anni più tardi, nel 1843, con lo sbarco a Balde, sulla costa Est, di mons.G.Douarre, dei Padri Maristi, accompagnato da alcuni missionari. Pure per loro gli inizi sono veramente difficili anche perché sono in compagnia di marinai francesi che, oltre a spargere malattie europee che seminano strage tra i nativi, si comportano con la solita arroganza dei colonialisti causando incidenti incresciosi con gli indigeni. Questi, ridotti alla fame per un cattivo raccolto di igname, attaccano la missione e uccidono, decapitandolo, uno dei missionari, fratel Blaise Marmoitton, la cui testa viene posta come trofeo su una capanna (20 luglio 1847). Gli altri scappano. Ritorneranno solo nel 1851. Mons.Douarre recupera la testa del fratello martire e la seppellisce in una tomba ai piedi della grande cattedrale che inizia a costruire. La missione comincia a prosperare anche se il governo coloniale francese li ostacola – perché si schierano dalla parte dei nativi – e favorisce invece i missionari protestanti. Un posto tutto speciale nella storia cristiana dell’arcipelago lo occupa Jean-Marie Tjibaou. Nato a Tiendanite, sulla costa Est della Grande Terre, nel 1936, è ordinato sacerdote nel 1965. Per tre anni esercita il ministero ma poi decide di abbandonare il sacerdozio per consacrarsi alla cultura kanak e alla politica. Favorevole a un’indipendenza progressiva e pacifica, diventa il portavoce del popolo kanak di fronte all’autorità francese. Nonostante gli atti di violenza che si susseguono negli anni ’80, sottoscrive l’accordo del 1988 che dovrebbe concedere una tregua di 10 anni in vista di un referendum da tenersi nel 1998. In questa sua opera di dialogo si fa parecchi nemici sia nel fronte francese che in quello dei suoi compagni kanak più estremisti: sarà uno di questi che il 5 maggio 1989 lo ucciderà in un attentato. A suo nome è dedicato il grandioso e spettacolare Centro Culturale che Mitterand ha voluto si costruisse, su disegno dell’architetto italiano Renzo Piano ispirandosi all’architettura lignea indigena: un punto di riferimento della cultura kanak e centro di dialogo per la pace. Le ultime notizie: nell’aprile del 1998 il governo francese ha concluso un accordo con i partiti locali che fa slittare di altri 15 anni il referendum sull’indipendenza dell’arcipelago. Tutti si augurano che questo periodo di transizione sia messo a frutto per risolvere, nella tranquillità, i tanti problemi ancora irrisolti, specie per quanto riguarda i diritti ancestrali dei nativi. I cavalli si sono fermati e la mia visita è finita. L’aria è impregnata di quiete e questo angolo di terra è pervaso da presenze inafferrabili.