Haiti, I giorni dell'Apocalisse

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Haiti, i giorni dell’Apocalisse

di Giorgio Fornoni

Da due giorni, Haiti è di nuovo collegato col resto del mondo. Gli orari sono ancora del tutto aleatori, ma il volo dell’Air France riesce comunque ad atterrare sulla pista di Port au Prince. Il terremoto che ha sconvolto l’isola alle 4.53 del pomeriggio del 12 gennaio scorso aveva reso impraticabile anche questa vitale porta d’ingresso. Per 40 giorni qui sono atterrati soltanto aerei ed elicotteri militari, nel più gigantesco ponte aereo umanitario mai organizzato in tempi recenti. Gli Stati Uniti sono sbarcati per primi e con una autentica forza di occupazione militare: ben 20mila tra marines e soldati, che hanno trasformato proprio l’aeroporto nella loro base operativa. Già dalla pista di atterraggio, si vedono distese di tende e container, impianti di illuminazione, camion e mezzi militari ovunque. Parte da qui anche tutta la macchina di gestione degli aiuti e viene spontaneo chiedersi quanti abbiano già raggiunto chi ne ha veramente bisogno. Con me torna nell’isola anche il Generale dei Monfortani, padre Santino Brembilla. Vuole essere vicino al dramma di Haiti, ma anche al dolore dei suoi confratelli presenti al momento del disastro, duramente colpiti nei pochi secondi delle scosse più forti. Sotto le macerie sono rimasti per sempre un missionario, dieci studenti di teologia e sei suore. Un prezzo ben alto per chi da un secolo e mezzo dedica la propria vita all’assistenza ospedaliera, all’istruzione scolastica e alla evangelizzazione della popolazione di Haiti. L’isola è stato il primo stato indipendente di ex schiavi africani che si sono liberati dalla dominazione coloniale europea ma da allora vive anche tra continue rivoluzioni e sommovimenti sociali. Il periodo più tragico nella lunga storia delle dittature haitiane è stato quello di papa Doc e baby Doc, padre e figlio che per decenni, e fino agli anni ’80, hanno dominato l’isola imponendo un regime di terrore. Il loro braccio armato erano i famigerati Tontons Macoute, una sorta di polizia segreta privata agli ordini diretti della famiglia regnante. Ma negli anni successivi, la storia di Haiti ha comunque vissuto continue tragedie, tra colpi di stato e disastri naturali che lo hanno relegato in fondo alla lista dei paesi più poveri del mondo. Usciamo dall’aeroporto su una jeep dei monfortani, che ci accompagna verso l’edificio dello Scolasticato, in una delle zone più povere alla periferia della capitale, uno dei pochi rimasti in piedi dopo il terremoto. Lungo il percorso si ha già la sensazione di un disastro epocale, tra macerie ovunque e un traffico caotico di mezzi di ogni genere…. E’ la mattina dopo, però, entrando a Port au Prince, che cominciamo a cogliere veramente le dimensioni del disastro. Sono pochissimi gli edifici non segnati dalla violenza del terremoto che ha raggiunto 7,3 gradi sulla scala Richter, con un epicentro a pochi chilometri di distanza e una profondità di soli 10 chilometri dal punto di rottura della crosta terrestre. Il bilancio ufficiale parla ormai di 212mila morti, 350 mila feriti, molti dei quali orrbilmente amputati, 250mila case distrutte, più di un milione di senza tetto. Ovunque sono cumuli di macerie, edifici di cinque o sei piani schiacciati a terra, polvere, caldo e un odore nauseante di putrefazione che aleggia nell’aria. Se ci fossero state ruspe e macchine, si sarebbero potute salvare molte più vite umane nelle primissime ore. Si è dovuto invece scavare a mani nude. Non molto lontano visitiamo una delle missioni più antiche dei monfortani, i primi ad arrivare nell’isola il secolo scorso. La chiesa di Saint Louis de France risaliva al 1880. Si è letteralmente disintegrata e oggi al suo posto resta soltanto uno spiazzo già liberato dai detriti. Al momento della scossa c’erano all’interno molti fedeli. Di fronte alla chiesa, altre macerie. Sono quelle dell’ospedale, crollato con tutti i malati ricoverati. Sono decine, in tutta la capitale, gli ospedali che non hanno resistito al sisma e pochi sono sopravvissuti sotto le loro macerie. La distruzione degli ospedali ha reso ancora più critica la condizione dei feriti nelle prime ore dopo la scossa. Al punto che già la sera stessa, i pochi rimasti erano strapieni, costretti a chiudere le loro porte ai nuovi arrivi. Nella catastrofe che ha colpito l’isola e nell’infinità delle storie che si rincorrono, ce n’è una, vissuta in prima persona dai monfortani che sconfina nell’orrore. E’ quella dei dieci studenti di teologia dell’isola e del missionario padre Jean-Baptiste, che avevano appena terminato una lezione e si apprestavano a tornare allo Scolasticato. Un grande ammasso di macerie è ciò che resta del luogo dove vennero presi in trappola. Ce lo racconta Padre Copée, ancora con le lacrime agli occhi, che è stato testimone diretto di quanto è successo. “Non sono riuscito a liberare i miei ragazzi, 10 studenti di teologia e un padre persi in un attimo. Lì intrappolati… e sentivo i loro lamenti. Due giorni per estrarre delle lamiere il giovane studente fratello Quesnel, l’unico che dava ancora segni di vita e che siamo riusciti a recuperare con le mani insanguinate ma anche per lui non abbiamo potuto fare di più… neanche una flebo in tutta la città siamo riusciti a recuperare e per lui era vitale. È morto sotto i miei occhi. E gli altri? Che Dio li abbia in gloria. Siamo riusciti a recuperare i loro corpi solo dopo 5 giorni… 5 lunghi interminabili giorni per trovare un escavatore che riuscisse finalmente a smuovere quei blocchi di cemento che schiacciavano quel furgoncino incartocciato, un intreccio di lamiere e corpi in stato di decomposizione. Avevano appena terminato la lezione di teologia al CIFOR, Centro di Teologia dei religiosi, che si è tenuta all’ultimo piano… sono scesi… saliti in macchina parcheggiata sotto lo stesso edificio e nel mentre si è scatenato l’inferno… l’intero peso dei tre piani sovrastanti hanno intrappolato e schiacciato il furgoncino con dentro i ragazzi e il missionario”. Anche le chiese hanno pagato un prezzo altissimo al terremoto. Prima tra tutte la grande cattedrale, letteralmente squarciata dalle scosse. Davanti alla chiesa de Sacro Cuore, è rimasto in piedi solo questo crocefisso. Le braccia aperte del Cristo abbracciano un panorama di macerie e squallore, quasi ad evocare un’immagine di apocalisse. Ma la sua stessa miracolosa sopravvivenza sembra diventare un segno di speranza e un punto fermo dal quale ripartire. Molte scuole e la nuova Università si sono sgretolate sotto quella possente colera della natura, cancellando in pochi attimi migliaia di giovani vite umane. Visitiamo anche Leogan, l’epicentro della catastrofe. La cittadina sembra uscita da un bombardamento aereo. Le strade sono segnate da spaccature profonde, là dove la terra si è mossa per 28 interminabili secondi. Gli ex schiavi africani che oggi compongono la totalità della popolazione di Haiti, portarono sull’isola anche le loro credenze animiste. La religione originaria vudù si fuse poi con quella cattolica francese. Ne nacque un ibrido tipico dell’isola, dove le credenze magiche sono ancora fortissime e radicate, centrate sulla presenza di forze negative da esorcizzare con riti ossessivi e liberatori. Per gran parte della popolazione più povera questo diventa un modo per proteggersi dalla fame, i malefici, i soprusi. La storia dei monfortani iniziò già sotto la dominazione francese. Fu un vescovo bretone a invitare e convincere i fratelli di Montfort a venire nell’isola. Oggi ce ne sono una cinquantina, senza contare i novizi e gli studenti, con varie parrocchie nei principali centri e luoghi di assistenza. Non ci sono campi profughi. La gente si arrangia come può improvvisando tende e ripari ovunque. Perfino nel Grande Parco, accanto al monumentale palazzo presidenziale bianco squarciato dalle scosse, che sembra quasi il simbolo della disintegrazione del potere centrale. In centinaia di migliaia hanno trovato alloggio in strutture improvvisate di cartone, stracci, cellophan e lamiere e le condizioni igieniche sono disastrose. Si bivacca lungo le strade, sulle piazze pubbliche e in ogni spazio aperto. Gli accampati fanno i loro bisogni davanti ai loro stessi ripari. Molti passano le notti sotto le stelle. I più fortunati nei cortili o dentro i recinti delle missioni. Ma quelli più sfortunati hanno trovato posto solo lungo vallette attraversate da rigagnoli e canali di scolo, che non sono altro che discariche e fogne a cielo aperto, con un odore insopportabile di marcio e di liquami. E’ anche questo che giustifica l’allarme sanitario tuttora altissimo e fa temere l’esplosione di qualche grave epidemia. Ci sono file interminabili davanti ai consolati stranieri, alla ricerca disperata di un visto per emigrare. La mobilitazione mondiale dopo la catastrofe di Haiti, ha forse segnato un record assoluto nella corsa alla solidarietà. I soldi raccolti sono stati affidati ai professionisti dell’umanitario, Nazioni Unite in testa. Ma a guidare realmente le operazioni restano gli americani, con i loghi delle loro agenzie bene in vista ovunque. L’ex presidente Bill Clinton si è messo alla testa di questa armata delle buone intenzioni, promettendo una distribuzione capillare e veloce degli aiuti. Ma è veramente così? La sensazione, dopo un mese e mezzo dal disastro è che ci siano ancora molti distretti dove gli aiuti non sono ancora mai arrivati. Una delle prime preoccupazioni delle agenzie umanitarie è stata quella della sicurezza. Una specie di fissazione, alimentata dai media di tutto il mondo che rischia di diventare piuttosto un alibi che nasconde incapacità e scelte a volte discutibili. E’ questo che ha giustificato fin da subito la mobilitazione armata degli Stati Uniti, che però non nasconde, agli occhi di chi conosce la storia dell’isola e le tante interferenze straniere, interessi anche molto materiali e concreti. Nella disperazione dell’oggi, la gente semplice di Haiti, cerca ancora una volta nella fede un motivo per tornare a sperare. La chiesa di Saint Louis è stata completamente distrutta, ma queste persone sono tornate qui per la messa domenicale officiata dall’arcivescovo di Port au Prince e dal padre generale dei monfortani. Sono migliaia e vogliono testimoniare la loro voglia di rinascita, la fiducia nel domani. Come avverrà la ricostruzione di Haiti? La sfida appare veramente gigantesca, forse impossibile. Ci sono ancora troppi pochi mezzi meccanici all’opera, le infrastrutture sono distrutte, nemmeno uno dei 18 edifici ministeriali è rimasto integro. La popolazione che vaga oggi tra le rovine ha bisogno di un riparo solido prima della stagione delle piogge, di cibo, di acqua. Ma ha bisogno soprattutto di ritrovare la speranza nel futuro. Il governo centrale è sempre stato corrotto o assente. Il rischio è che una volta passata la frenesia dell’emergenza tutto torni come prima o peggio di prima. Con i politici locali incapaci di rispondere ai bisogni primari della gente e le potenze straniere interessate soltanto a ciò che possono ancora strappare a questa terra. Bellissima e viva, ma anche storicamente sfortunata e infelice. Ho visto foto tristi sfogliando l’album della missione di St. Louis. “Foto che lasciano un amaro in bocca ed una grande voglia di piangere le lacrime già versate per tutte le vittime di questa catastrofe” dice Padre Quesnel. Incapace ed impotente attendo nell’indomani il giorno della partenza. Fuori piove a dirotto... stasera la pioggia ha messo a tacere la polvere.