La croce del Monte Secco

di Giorgio Fornoni Quando penso ad Ardesio e a ciò che ce lo rappresenta, penso nell’ordine alla sua storia, all’Apparizione della Madonna e a un’immagine: la croce sulla vetta del Monte Secco. Sono passati 50 anni da quando un gruppo di giovani appassionati della montagna costruì sulla cima una grande croce metallica, il simbolo della fede di tutta una valle, con uno sforzo collettivo quasi titanico all’epoca. Una croce come simbolo di riferimento di una comunità profondamente cristiana, che con quel gesto ha gridato la propria fede, semplice e tuttavia intenso e carico di significato. Una croce a poco più di 2200 metri, posta bene in vista sulla cima del versante ardesiano, che quotidianamente fa da bussola in tanti complicati percorsi di vita terrena. Come resta centrale nella storia e nella vita di tutti gli abitanti di Artdesio e dell’alta val Seriana, l’Apparizione della Madonna delle Grazie. Col suo campanile di marmo che svetta tra le montagne, il Santuario di Ardesio somiglia piuttosto ad una piccola cattedrale. E’ infatti il più celebre, grande e monumentale della Val Seriana e mantiene vivo nella memoria storica e nel cuore della gente, l’eco di un avvenimento che ha reso questo paese il luogo sacro per eccellenza delle Prealpi orobiche. Era un tardo pomeriggio del 23 giugno dell’anno 1607, quando in una casa di Ardesio, dove oggi sorge il santuario, la Madonna in trono apparve a due bambine raccolte in preghiera durante un furioso temporale. Da quattro secoli, la ricorrenza de La Parisiù viene celebrata ad Ardesio con una solenne cerimonia e con grandi festeggiamenti. I documenti dell’epoca certificano l’Apparizione con le conferme di numerosi testimoni e gli eventi straordinari legati alla visione di luci, fiamme, colombe in volo si ripetono nei tre mesi successivi, richiamando attorno alla casa delle apparizioni frotte di pellegrini e curiosi, come era avvenuto 100 anni prima a Tirano. Le autorità della Chiesa accertarono i fatti, certificando numerose guarifgioni miracolose avvenute subito dopo. Già nel novembre di quell’anno, sull’onda dell’emozione popolare, il Vicario generale concesse la costruzione, in quello stesso luogo, di un santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. In piena epoca di Controriforma, le apparizioni avvenute proprio in quegli anni, a Tirano e ad Ardesio, davano un aiuto potente all’opera della Chiesa tesa a contrastare l’avanzata dell’eresia protestante, che dalla vicina Svizzera poteva infiltrarsi pericolosamente in Valtellina e nella bergamasca. Quando i cittadini di Ardesio decisero di innalzare lo splendido campanile alto 68 metri, fornendo gratuitamente la mano d’opera necessaria, la scelta del materiale non poteva non cadere che sul marmo estratto dalla Cava della Piodera, ribattezzata da allora Cava della Madonna. I lavori cominciarono nel 1645 e terminarono vent’anni dopo. Il campanile è considerato tra i più belli d’Italia. Ma sulle pendici del Monte Secco, è scritta anche parte della storia economica di Ardesio. Già in epoca romana si sfruttavano le cave di argento, perse ormai nella mitologia popolare della valle. Il magma che si sprigionava 80 milioni di anni fa nella fase dell’orogenesi alpina, insinuò nelle rocce ripiegate degli antichi fondali calcarei marini diversi filoni metalliferi. La leggenda di una grande ricchezza d’argento nascosta nelle viscere della montagna circola da sempre ad Ardesio. Si vedono ancora qua e là sui pendii le tracce evidenti di numerosi tentativi di scavo. Ma se le miniere c’erano effettivamente, è certo che oggi i loro imbocchi sono chiusi, le loro tracce si sono perse, cancellate dalle valanghe e dalle frane. Ma di cave in Ardesio ce ne sono almeno cinque: di calcare e di marmo grigio, nero e rosso policromo. Il Monte Secco nacque, come le altre montagne della Val Seriana, l’Arera, la Cornalba, la Presolana dallo scontro tra le rocce più antiche del Nord, le ceneri e i lapilli di antichi vulcani e i calcari bianchi di una lunga bastionata calcarea e corallina che arrivava fino alle Grigne e al lago di Como. Sullo spartiacque tra questi due mondi, il Monte Secco, alto 2267 metri, è anche il simbolo di tante altre contraddizioni. Secondo una ipotesi suggestiva e ardita, che peraltro difficilmente sarà mai suffragata da documenti ufficiali, la montagna avrebbe dato addirittura il nome ai primi nuclei abitativi della zona. Secondo Marino Donda, “il professore”, uomo di cultura e appassionato di storia locale, il termine latino “aridus” (“secco” appunto) dato dai Latini alla montagna e all’intera valle di Ardesio sarebbe all’origine del nome stesso del paese più importante dell’alta val Seriana. Il termine “aridus” nel passaggio lungo ed elaborato dalla lingua latina al primo volgare italiano, per contrazione avrebbe perso la “i”, trasformandosi da “aridus” in “ardus”. Da qui il futuro toponimo di Ardese e quindi, molti secoli dopo, il nome definitivo di Ardesio. Quando risaliamo verso la vetta partendo da Cacciamali, l’abitato più in alto con la sua antica chiesetta affrescata, desideriamo raggiungere rapidamente la Baita bassa, per bere dalla fontana dalla quale sgorga l’acqua degli Oness, ultima tappa prima dell’arido paesaggio privo di sorgenti che troviamo più in alto e che forse è la ragione del nome della montagna. Poi scopriamo che questo monte, tanto secco per definizione, abbevera in realtà un terzo e forse più degli abitanti della città di Bergamo. Scopriamo che nelle sue viscere carsiche e calcaree la montagna nasconde la linfa vitale e che quello che ci nega sopra i 1500 metri, lo restituisce alla base con generosità estrema. C’è un vecchio detto bergamasco che dice: “Quando Ol Mut Secc al ga ol capel, o chel piof o chel fa bel”. Quale ardesiano non ha ripetuto almeno una volta nella sua vita questa giaculatoria.. Siamo abituati a vedere il Monte Secco soprattutto nella stagione estiva, avvolto da nuvole basse. Ecco anche qui, nel regno complicato della meteorologia, apparire l’ambiguità del Monte Secco. Non sa prendere le proprie responsabilità e ci fa sprofondare nell’indefinito. Ci ricorda anche le nostre radici popolari più autentiche. Alla sua ombra sono cresciuti personaggi ancora vivi nella memoria popolare. Come il “Cuca”, “Tortorello”, “Pompuna”, “Ol Pretì della Madona”... C’è una lista lunghissima di personalità eccentriche e fuori dal comune che hanno popolato la storia di Ardesio. Come Bonifacio Donda, “il poeta”, che sapeva recitare a memoria tutta la Divina Commedia e aveva avuto un riconoscimento ufficiale dal filosofo e storico Benedetto Croce. Il Monte rappresenta una grande attrazione anche per gli alpinisti. Che però sono costretti a guardare la sua grande parete Nord dal basso, scoraggiati dalla sua roccia friabile e dai suoi crolli rovinosi. L’ultimo è avvenuto nel marzo del 2014, mentre nel febbraio dello stesso anno i geologi sono intervenuti ancora una volta per monitorare la grande valanga di neve che da secoli incombe sulla frazione di Ludrigno. La parete Nord, con i suoi 1040 metri di dislivello (la più alta delle Alpi bergamasche), venne scalata per la prima volta da Cortinovis e Corio nel luglio del 1931. Da allora, in pochissimi hanno risalito quella vertigine di blocchi sospesi e rocce sgretolate. Negli ultimi anni è iniziata anche una nuova e interessante esplorazione nelle viscere della montagna. Nel novembre del 2012, il gruppo speleologico “Val Seriana Talpe”, ha affrontato una breve arrampicata per raggiungere una apertura sul versante Nord del costone che va dalla Corna Piana al Monte Secco. Sotto la Cima di Valmora, a quota 1688, gli speleologi sono entrati nella grotta e si sono trovati all’interno di un vasto complesso fortemente ventilato. I primi 500 metri sono pianeggianti e puntano a sud verso la sorgente Nossana. Le gallerie diventano poi più difficili e sono state percorse fino ad oggi per oltre 4 chilometri, su un dislivello di 311 metri. L’esplorazione del labirinto è tuttora in corso e ha destato anche l’interesse dei geologi dell’Università di Milano con i quali è stata avviata una importante collaborazione. Le cime del Monte Secco, con le sue miniere di argento e il suo ghiacciaio, il più importante d’Europa a bassa quota, dominano un panorama vastissimo che si estende in alcune giornate dalle Prealpi Orobie alle Alpi Retiche e sconfina nella pianura padana, con scorci anche sul lago d’Iseo. E’ qualcosa che ricorda la siepe dell’Infinito. Il ghiacciaio della Val Las deve la sua sopravvivenza all’esposizione a nord e al continuo rifornimento dall’alto di lunghi colatoi innevati. Ma il Monte Secco è anche l’Orco che nei millenni ha dato origine alla distruttiva valanga del Vendol, che tanti lutti ha portato alla comunità di Ludrigno. E’ la grande valanga che appare negli ex-voto del santuario di Ardesio, che parlano di altri secoli e altri lutti. Parlano di una natura dura e ingrata, nemica dell’uomo. Ecco un’altra delle tante ambiguità del Monte Secco. Eppure, noi ardesiani, quel monte lo amiamo. E quasi per esorcizzare la sua natura matrigna, abbiamo portato in vetta, nel 1965, la sua grande croce. Il 31 gennaio di ogni anno, ad Ardesio, si celebra la Scasada del Zenerù, una cerimonia di antiche radici pagane. Uno strepito di campanacci, latte vote e pentole accompagna stuoli di ragazzi e famiglie che corrono al seguito di un grande fantoccio di legno, stoffa e paglia che rappresenta l’anno appena trascorso. Il feticcio verrà bruciato con un grande falò nel campo sportivo di Ardesio mentre cresce assordante il martellare di campanacci e bidoni di latta. I giovani ruotano attorno alle fiamme, presi da una sorta di esaltazione. Si festeggia così la fine di tutti i mali dell’anno, nella speranza di tempi migliori con la nuova stagione. Si caccia in questo modo anche il freddo che il Monte Secco fa spirare sulla valle durante il gelido inverno. Antichi ex-voto raccontano la storia delle valanghe dal Monte Secco dal 1600 in poi. E raccontano anche di un clima decisamente più freddo e nevoso di oggi. Documentazioni più precise ci vengono dalle fotografie scattate nell’inverno del 1917, dove si vedono gli esiti di un’altra distruttiva valanga caduta sulle case di Ludrigno. Per scongiurare altri lutti e altre tragedie si sta studiando come mettere al riparo la frazione da questa incontenibile spada di Damocle incombente. Cinquant’anni fa, un giovane di Ardesio, Vincenzo Zanoletti, impiegato postale, ebbe l’idea di erigere una croce sulla vetta ardesiana della montagna. Coinvolse altri giovani dell’Unione Escursionisti e altri amici dell’oratorio, di cui era il riferimento. Insieme convinsero il capo della Centrale idroelettrica di Ardesio, Caprani, a mettere a loro disposizione un grande traliccio di ferro inutilizzato. Nell’officina di Giuseppe Zanoletti, detto “Pizzi”, dove molti di quei giovani lavoravano, il grande traliccio venne smontato pezzo a pezzo e quindi ricostruito nella forma di una grande croce metallica. I bulloni vennero donati dal signor Biraghi, un imprenditore milanese che si era ritirato a vivere ad Ardesio spinto dalla devozione di sua moglie per La Madonna delle Grazie. L’opera venne quindi smontata per essere trasportata in travi, spranghe e bulloni, sulla cima della montagna. Fu una impresa epica, durata mesi. Tutti i pezzi vennero trasportati a spalla o con l’aiuto di muli e si poteva dedicarsi a quest’opera soltanto nei fine settimana. Nell’ultima domenica di luglio del 1965, la croce venne finalmente eretta e svettò nel cielo della montagna di Ardesio. Fu anche una grande iniziativa di devozione popolare, benedetta dalla messa speciale celebrata in vetta dai sacerdoti della parrocchia. Ogni anno, da allora, la stessa cerimonia si ripete con grande partecipazione. La messa celebrata nel 2008 aveva un significato molto particolare. Si commemoravano i 10 anni dal tragico incidente nel quale perse la vita il giovanissimo Tiziano Zanoletti, unico figlio di Francesco e Angela, tradito dal buio e scivolato in un canalino mentre scendeva sul versante di Ardesio. In suo ricordo, poco sopra la Baita de Olt (la Baita Alta), su un masso tondeggiante di pietra calcarea, venne deposta una targa e scolpita l’immagine di una stella alpina. La ricchezza di metalli preziosi nascosta nelle viscere del Monte Secco, è tornata prepotentemente alla ribalta proprio negli ultimi anni. In una fascia semicircolare che va da Oltre il Colle a Oneta, Gorno, Premolo, Novazza, la Energia Minerals, una compagnia mineraria australiana, ha avvviato un programma di sondaggi per lo sfruttamento di zinco, piombo, argento e uranio. Ora si vuole passare alla fase dell’estrazione, mentre insorgono gli ambientalisti e parte della popolazione. Particolari preoccupazioni destava il progetto di estrazione dell’uranio a Novazza. Questa ipotesi è però già caduta da quando l’Italia ha messo al bando il ricorso al nucleare. Sul Monte Secco si vogliono invece riaprire le antiche miniere d’argento, sulle tracce dei primi scavi romani. La festa in vetta di quest’anno vuole celebrare 50 anni dalla costruzione della Croce. In un rinnovato spirito di comunione e di fede, la processione è partita anche quest’anno, nel sabato che precede l’ultima domenica di luglio. Nel giorno culminante della festa, nella notte tra il sabato e la domenica, la Croce è stata rivestita di fiaccole antivento. La croce illuminata sprizzante fuoco, si vede da tutta l’alta Vel Seriana e dalle valli circostanti. Brucerà per ore, mentre i pellegrini scendono verso il pascolo della Baita de Olt. La notte viene trascorsa al bivacco, con quel sacro fuoco lontano che riscalda gli animi. E se non bastasse, contribuiscono alla allegria generale i falò accesi e i bicchieri di vin brulè. Alle prime luci dell’alba la montagna ritrova la sua fisionomia di sempre. Alle 10, viene celebrata la messa, come a rinsaldare l’antico patto tra amicizia, tradizione e fede. Il Monte Secco è una presenza quotidiana nella vita delle nostre valli, conosciuto e frequentato anche prima dell’epoca romana, quando sulle rocce delle Orobie e della Val Camonica, i Camuni incidevano i loro simboli più sacri e misteriosi. A lui, montagna benigna e minacciosa ad un tempo, ancora una volta si chiede di mostrare soltanto il suo volto benevolo. La croce vuole essere anche questo, un modo per addomesticare il grande Orco nascosto tra le rocce, le pareti e i canaloni impervi della nostra montagna.