Kosovo 2000

Kosovo 2000

Di Giorgio Fornoni Basta arrivare all’aeroporto di Pristina per capire che il Kosovo conosce ormai una sola amministrazione: quella dell’Onu. Tolta ai serbi per intervento militare della Nato in nome della difesa della minoranza albanese, la regione avrebbe dovuto diventare un modello di convivenza interetnica. Di fatto, la guerra ha ribaltato la situazione a danno dei serbi. Oggi la maggioranza, di origine albanese, chiede a gran voce l’indipendenza, mentre la comunità serba vive discriminata e sotto assedio. Il 17 marzo scorso l’intolleranza nei confronti dei serbi è esplosa in gravissimi episodi di violenza. Case e monasteri ortodossi sono stati incendiati, una ventina di persone sono rimasti vittime di un pogrom alla rovescia. L’intervento dei vari reparti della Nato sotto comando Onu schierati nel territorio (20mila uomini in totale), è stato colpevolmente lento e questo ha sollevato una nuova ondata di polemiche. A sancire il fallimento definitivo di quella politica di convivenza che ci si è illusi di costruire negli ultimi cinque anni. INTERVISTE Il grande business del Kossovo dopo la guerra si chiama ricostruzione. Immensi capitali sono stati stanziati dall’Unione Europea, privati e agenzie umanitarie per compensare i danni della guerra. Molto è stato fatto, ma altrettanto è andato a ingrassare i profitti delle mafie locali e della speculazione. E’ accertato che i primi a profittare degli aiuti sono stati i capi militari dell’UCK, la guerriglia armata che combatteva in nome dell’indipendenza kossovara. INTERVISTE Il caso Planeia, la cittadina distrutta dai bombardamenti Nato che si voleva ricostruire. Una agenzia italiana ha rimesso in piedi 20 case su 60 assegnate e poi è sparita nel nulla. Ma non basta. Le case sono state ricostruite negli stessi luoghi del bombardamento, contaminati dall’uranio impoverito. INTERVISTE Nell’incerto status giuridico del protettorato Onu, i traffici illegali sono la voce più attiva dell’economia. Il Kossovo è diventato il crocevia della prostituzione internazionale, del traffico di droga tra est e ovest, e dei clandestini diretti in Europa, del riciclaggio di denaro sporco. Prospera anche il traffico delle armi da smistare sui mercati dell’Africa e del resto del mondo. INTERVISTE Non è difficile entrare nei santuari della malavita. Questa casa, all’apparenza normale, nasconde un giro di prostitute frequentato anche da militari e funzionari internazionali. L’Unmik ha diramato a tutto il suo personale una lista dei locali vietati. Ma questo sancisce di fatto una situazione paradossale, perché gli stessi locali godono di una licenza rilasciata dalla stessa amministrazione. INTERVISTA Questa donna è serba, salva per miracolo dalòle violenze del 17 marzo scorso. La sua casa è stata bruciata e da allora, con i suoi genitori, vive come altri in un container, confinata in un altro ghetto non sempre protetto. INTERVISTA Questi sono bambini albanesi, liberi di giocare in cortile. I loro coetanei serbi devono stare rinchiusi nei loro appartamenti.Tutto questo grande edificio, piantonato dai militari svedesi, è un ghetto riservato ai serbi sconfitti. Possono uscire soltanto per andare a comprare qualche provvista nel negozio all’angolo. Per andare altrove si deve organizzare loro una scorta armata. Tra gli obiettivi preferiti della furia albanese, ci sono i monasteri ortodossi, il simbolo della cultura antagonista. Nei disordini del marzo scorso, molti sono stati bruciati. Il più importante, quello di Pec, un capolavoro dell’arte bizantina, è stato ancora una volta salvato dall’intervento del contingente italiano stanziato in città. Si parla di amministrazione Onu. Ma cosa significa in concreto? Le decisioni sono affidate alle rappresentanze di 57 stati diversi, spesso con interessi diversi tra loro. Di fatto l’autorità di riferimento resta quella degli americani ai vertici del potere in tutti gli uffici. INTERVISTE Un ruolo importante e non ben chiaro giocano anche le agenzie private americane di appoggio ai militari, come la Dyn Corp, con i loro agenti speciali che godono di completa autonomia operativa e che lavorano a stretto contatto con la Cia. INTERVISTA “No” Che cos’è oggi il Kossovo? A 5 anni dalla guerra, è più facile dire che cosa non è. Non è più una provincia serba. Non è uno stato indipendente. Non è soprattutto quell’esempio di una ristabilita convivenza etnica che la guerra “umanitaria” voleva creare. Ufficialmente il potere appartiene all’Onu ma di fatto è gestito da pochi stati egemoni che hanno deciso di non decidere.