Israele - Palestina - I giorni dell'assedio

Jenin

di Giorgio Fornoni

Corre veloce lungo la valle del Giordano, puntando verso nord, e dopo avere attraversato Gerico alle cinque del mattino, il nostro taxi arriva alle porte di Jenin, città segnata dalla furia israeliana. Una decina di check-point ci negano l’accesso alla città. Proviamo la via dei campi ma già alla periferia i cecchini ci intimano di tornare indietro. Un ultimo tentativo sulla piana dove sono arretrati i carri armati e da lì otteniamo un lasciapassare. All’entrata della città ed è subito dramma. Case sventrate, tetti rovesciati, pezzi di cemento in bilico, stanze senza pareti, vetri rotti, oggetti sparsi tutt’attorno, pochi quadri ancora appesi e un triste silenzio. La gente raccoglie, come fossero tante briciole, quel poco che quella furia ha risparmiato. Mi chiamano i vecchi, mi prendono per mano i giovani, mi seguono i bimbi all’interno di quei ruderi di case dove donne piangenti raccattano i resti di bambole o giocattoli di pezza. “Perché hanno distrutto tutto? Che centrano i nostri bimbi?” Non ci sono risposte e ci infiliamo in altre vie con case che si sgretolano, fino ad arrivare ad una grande piazza. Centinaia di persone, forse migliaia sparse su montagne di ruderi. Solo un terremoto può causare tanta distruzione, ma qui il terremoto non c’è stato. Questa grandissima piazza, questo immenso squarcio non è che il risultato della potente macchina da guerra israeliana. Erano tutte case un tempo non molto lontano, ora uno sterminato campo coperto da bandiere palestinesi a ricordo dei loro martiri. Sotto quei ruderi c’è ancora gente dicono. Si tolgono i blocchi più grossi di cemento ed ecco che si aprono dei passaggi e si scava con le mani fino a farle sanguinare. Non hanno altri mezzi. Un vecchio mi guarda e puntandomi la mano e muovendo il dito indice contro il dito medio mi dice… “Bush e Sharon sono uguali”. Mi porta per mano e mi mostra due grandi pozzanghere: “Qui, pochi giorni fa c’erano fosse comuni ed hanno tolto venti palestinesi per parte e le ruspe hanno poi caricato tutti i nostri martiri su un camion e sa solo Dio dove li abbiano portati”. Solo i corvi svolazzano tra le macerie. Polvere e disperazione ovunque. Una vecchia grida: “Fate conoscere al mondo la nostra storia, ve ne supplichiamo”. Più in là tra altre nuvole di polvere un cadavere coperto da una stuoia viene portato via ma quel fetore di morte pervade ormai tutto quel che resta del campo profughi di Jenin. 50 morti dice il portavoce del governo Sharon, ma questo non si può credere, saranno almeno alcune centinaia. Nascosta tra una montagna di ruderi vedo la figura bianca di una suora. E’ Suor Maria. Mi avvicino e comincio a parlarle. E’ piena di angoscia. Stordita per l’incapacità di portare un aiuto materiale tanto necessario lì. Le chiedo cosa stanno facendo. “Stiamo cercando di vedere ancora se si trovano delle persone vive”. E’ possibile dopo tanti giorni? “Penso di sì, anche se sono passati 23 giorni precisi, ventitre giorni”. L’ultima persona trovata, a quando risale? “Proprio ieri hanno trovato due persone. Una era un giovane di trenta anni padre di tre bambini. Lo conoscevo bene perché andavo a fare la spesa da lui”. Quante persone pensa siano rimaste vittime? “Quello che abbiamo davanti agli occhi ci fa dire che saranno molte, saranno tantissime. Solo a guardare questa distruzione possiamo dire almeno 250. Sono venuta per rendermi conto di persona”. A che ordine appartiene, in quanti siete? “Siamo suore figlie di Sant’Anna e lavoriamo alla Parrocchia latina qui al centro di Jenin. Sono in missione in Terra Santa da 30 anni. Siamo sotto la direzione del Patriarcato latino e lavoriamo per i nostri cristiani. La maggioranza sono musulmani, però viviamo in comunione con i nostri fratelli, non c’è problema”. Il ricordo di Suor Maria torna indietro, a prima dell’Intifada. “La nostra casa, il nostro convento, si trova al centro di questa zona. Ricordo i palestinesi che salivano sull’autobus e partivano per andare a lavorare. Dopo l’inizio dell’Intifada, questa gente non ha più potuto lavorare, che cosa deve fare? Gli israeliani opprimono e loro si difendono. C’è un’oppressione e c’è una risposta all’oppressione. Secondo me questi cuori si devono pacificare. Con che cosa? Dando ad ognuno il proprio. Con la giustizia si ottiene la pace. E poi lo diciamo ben forte, io l’ho detto ancora altre volte: sia i palestinesi che gli ebrei hanno accolto il Santo Padre sulla loro terra, ma chi lo ha ascoltato?”. E’ un fiume in piena Suor Maria. Guarda quelle mani che scavano tra le macerie e mormora: “E i bambini? Cosa centrano i bambini? Oramai c’è solo il terrore. Arafat ha chiesto all’Onu di entrare a Jenin, ma fino ad ora non si è visto nessuno. Perché?”. Sono tante le domande che Suor Maria fa ad alta voce. E quelle domande si mischiano ai rumori soffusi di questa tragedia. “Perché una potenza vuole distruggere una minoranza? Lei può rispondere? Possiamo rispondere? Israele è potente perché una potenza così forte vuole sopprimere, vuole annullare una nazione che è già esistita prima di Israele, cioè la Palestina? Tutto il mondo sa che la Palestina e i palestinesi sono esistiti prima di Israele. Allora diamo loro un posto dove vivere. Una terra a questi fratelli affinchè ognuno viva nel proprio paese, con la propria identità e con la propria pace, perché nessun altro può dare la pace se non noi stessi. Occorre giustizia perché sia Israele che i palestinesi non debbano più vedere la morte e la distruzione. Troppo sangue è già stato sparso, da una parte e dall’altra”. Suor Maria mi chiede di seguirla tra le vie di questa che una volta era una città. Le chiedo di ricordare l’inizio di tutto questo. “Io non mi aspettavo una cosa del genere proprio perché io ho vissuto in Israele, sono stata anche direttrice di una scuola materna e so come gli israeliani rispettano la dignità dei bambini, come la pubblica istruzione israeliana rispetta il bambino, ama il bambino e quanto fa per non turbare la sua crescita. Perché allora i bambini palestinesi devono vivere nel terrore e devono avere come un macigno sulla testa? C’è un ricordo che non mi lascia, quegli aerei che continuamente sorvolano il cielo di Jenin. In quei momenti noi adulti abbiamo vissuto il terrore della morte. Quante volte ci siamo ripetuti: “Non so se arriveremo a domani!” Per questi bambini la stessa cosa. Il terrore io l’ho letto sui volti dei bambini. Durante il giorno qualche volta cercavamo lo stesso di fare la catechesi. Poi arrivavano i nostri fratelli israeliani a bombardare, e io guardavo negli occhi i bambini. Leggevo la paura, il terrore. E’ giusto questo?”. Poi Suor Maria usa un’altra immagine: è come vivere in prigione. “Ai palestinesi è proibito tutto, anche se vivono sulla loro terra. E lo stesso vale per noi cristiani: non possiamo raggiungere ne’ Gerusalemme con i nostri parrocchiani, ne’ Betlemme, ne’ altri territori”. Chissà se il tempo riuscirà a guarire le ferite profonde di Jenin. Suor Maria si guarda attorno, accarezza una donna, le sorride e poi ricorda: “E’ stato un terrore! Non è bello usare la parola massacro ma, se ieri scendeva la pioggia dal cielo, gli altri giorni dal cielo scendevano missili come pioggia. Non si possono contare: non si può dire uno, due. Notte e giorno senza sosta. Mi chiedo come sia possibile che siano sopravissute queste macerie. Non si poteva uscire, era vietato muoversi, cercare acqua, cibo. No, no! Non era permesso. Gli israeliano sono arrivati anche vicino alla nostra casa, al nostro convento, è da lì sparavano all’impazzata. Sento sempre di dire una cosa: che il più forte vuole annullare il debole. Nel nostro caso sappiamo che Israele è molto forte e i palestinesi sono sempre più deboli. Oggi sono più deboli di prima perché i razzi e i carri armati hanno distrutto tutto: le case, le strade e forse anche la speranza. Quando tornerà a casa lo dica al mondo: hanno ucciso anche la speranza”. E’ tardi ormai e devo abbandonare Suor Maria e questa città ferita a morte, dove la polvere è sedata solo dalle lacrime. Sulla strada che porta alla periferia di Jenin c’è un grandissimo magazzino: è il deposito di grano dell’Onu. La gente di Jenin continuerà a rifiutarlo finchè la Comunità Internazionale continuerà a non ascoltare il grido di dolore che si leva da questa città del dolore.

 

Ramallah

di Giorgio Fornoni “Per la prima volta dopo 5 mesi tutti noi qui a Ramallah abbiamo potuto trovarci con le nostre famiglie” mi dice per telefono oggi Firas Abdel Rahman, un giornalista palestinese che ho conosciuto di recente in Israele. “Con il rilascio di Arafat, la gente si è ripresa e si vede infatti un’altra città”. La voce di Firas è carica di emozione mentre mi dice queste parole. Quando solo pochi giorni fa era entrato in Ramallah l’aria che si respirava era veramente pesante. I carri armati erano alla periferia della città e la casa di Arafat sotto assedio. La gente per entrare o uscire dalla città doveva sopportare duri controlli ed una interminabile fila a piedi al check-point di Calandia, l’unica via permessa dai soldati israeliani al popolo palestinese. Sono entrato in Ramallah anche perché desideravo vedere dove l’amico fotografo Raffaele Ciriello aveva perso la vita in quello sfortunato incrocio di via Jerusalem, poche centinaia di metri lontano da Manara, la piazza principale della città. Una lapide posta dai giornalisti palestinesi ricorda Raffaele, caduto come martire ed eroe per raccontare la verità sulla causa palestinese. Alle sette di sera le vie si spopolavano e la città tornava deserta per la presenza dell’oppressione militare israeliana. Alla domanda: “Cosa dice Arafat ora che è stato liberato?” l’amico Firas risponde: “Lui dice di essere ancora prigioniero in Palestina, è vero che i militari sono andati via dal suo ufficio, ma i carri armati però sono ancora solo ad 1 kilometro, hanno circondato Ramallah e dice di sentirsi sicuro solo quando tutto l’esercito si ritirerà anche da Betlemme e non ci saranno più incursioni militari poiché la sua libertà -dice- è la libertà della Palestina e quindi fino a quando ci saranno carri armati non ci sarà libertà” e prosegue: “Arafat ieri è uscito dal suo ufficio, ha visitato tutta Ramallah. Con i giornalisti era molto arrabbiato perché ha detto: …Non venite a parlare con me ma andate a trasmettere la realtà… le mie parole non vogliono dire niente, andate a Betlemme a vedere cosa fa l’esercito, andate a riprendere cosa hanno fatto a Jenin ed in altri luoghi, provate a chiedere se questo è accettato dal mondo, dagli europei, dai musulmani e dai cristiani; un esercito che circonda la Natività dove è nata la pace. Non è la prima volta nella storia che la gente ha trovato rifugio in una chiesa, anche nel ’67 quando gli israeliani sono entrati in Cisgiordania la gente scappava in chiesa. Gli israeliani dicono che ci sono 15 terroristi rifugiati lì dentro, ma gli altri 200 sono civili ed inoltre ci sono anche dei religiosi e la chiesa non è stata altro che un rifugio. Avete presente quando sono entrati i carri armati in Betlemme? Questi hanno colto la gente impreparata e chi era per la strada dove poteva andare? Ecco che allora si sono nascosti in chiesa. Esiste un’autorità palestinese ed è stato provato con l’accordo per i 4 terroristi rinchiusi nelle carceri di Gerico sotto controllo americano e perché allora non lo fanno anche per i 15 della chiesa di Betlemme così possono sbloccare tutto? Se Arafat vuole uscire dalla Cisgiordania o andare fuori dalla Palestina potrebbe succedere che i militari non lo lascino più entrare; che libertà è questa? Speriamo in una positiva evoluzione nei prossimi giorni. Ramallah da ieri ha ricominciato a vivere, a riprendersi. Se cammini per le strade ora hai sicurezza; vedi la polizia palestinese ed un altro entusiasmo da parte della popolazione. Oggi è venerdì, è festa qui da noi e siamo per la prima volta tutti di nuovo insieme”.