A Giacomo, custode del silenzio nel paese abbandonato

di Giorgio Fornoni In alta Val Seriana c’è un paese dove non abita più nessuno o quasi: Ave. È costituito da una fila di case lungo una stradina. Ora non sono che ruderi. Nonostante i segni dell’abbandono, è pittoresco nel suo insieme, con la chiesetta di S. Rocco al centro. Vi abita una sola persona, Giacomo, custode del silenzio. C’era la scuola e una minuscola osteria; oggi tutto è chiuso, inferriate arrugginite, porte sprangate, vetri rotti, polvere e ragnatele ovunque. Eccolo, Giacomo, che avanza dall’ombra del fienile. Sguardo sereno, dolce, occhi piccoli, vispi, intelligenti e onesti. È l’espressione dell’uomo forgiato dalla montagna, dal tempo e dalla solitudine, dal sole, dalla pioggia e dalla neve, dalla speranza e dalle privazioni, dalle avare gioie che il cielo gli ha concesso. Ha più di settantanni ma non è stanco di vivere. La sua testimonianza è la storia del paese. “Un tempo qui era di estrema povertà, addirittura di fame. Questa era la realtà dei paesini isolati sulle montagne e così alla fine della guerra è iniziata la fuga verso la città. Via dalla miseria e da una vita di stenti. Finchè sono rimasto solo. Forse per paura del mondo che non conosco o perché qui ho sempre trovato la mia quiete e di che sopravvivere”. Ci lascia “Grazie della visita – dice – ma devo portare il fieno alle mucche, senti come mi chiamano?”. Il passo leggero lo riporta nel suo silenzio. …Così scrissi di lui alcuni anni fa. Poi, di tanto in tanto, quando i miei amici mi facevano visita alla Masù, coglievo l’occasione per fare quattro passi fino ad Ave e poterlo rincontrare. Ci tenevo, ero orgoglioso di presentare ai miei amici, anche famosi o per lo meno in vista – cioè quelli che sempre sono in televisione o scrivono libri come Milena Gabanelli e Valerio Massimo Manfredi – un uomo semplice ma austero, sorridente ma schivo… Insomma un uomo tutto di un pezzo. Con Valerio Manfredi, ricordo, ci ha fatto entrare in casa, versò del vino in una scodella e dal “baregn” estrasse un tagliere con della polenta fredda e del formaggio… Parlammo a lungo in quel silenzio. Per Manfredi fu ispirazione di personaggi nei suoi libri. Con Milena Gabanelli, ci invitò nel suo “silter”, lunga e scura cucina senza finestre, a volta, passando attraverso un antico porticato, accompagnati dal suo cane. Simpatico il loro incontro in quella penombra. Lei disse: “ …Che bella barba”. Lui rispose: “ Come sei magra, siediti che mangi qualcosa” e continua: “Dove abiti?” e lei: “Adesso sono da mia madre, vicino a Milano”. Con rincrescimento lui: “Madona me, povra te, … in mes a la babilonia” (Madonna mia, poveretta, in mezzo alla babilonia). Il suo cuore era grande. Lei lo ricorda oggi, come il saggio della grotta. Si era molto indebolito in questo ultimo periodo. La folta barba bianca gli copriva sempre più lo scarno viso ma il suo sguardo, quei suoi occhietti abituati alla solitudine, inviavano lo stesso, al vederli, chiari messaggi. Giacomo, inaspettatamente, come solitario ha vissuto, in silenzio se ne è andato. Ha intrapreso un lungo viaggio, un viaggio dove non si fa ritorno. Rimane il fedele cane ora a custodire la sua contrada. Lui che mai ha abbandonato i suoi pascoli potrà ora attraversare verdi praterie e volgere lo sguardo un po’ più in là: verso l’infinito.