Malawi IV

 

UNA CASA PER I DANNATI DEL MALAWI

di Giorgio Fornoni Il sovraffollamento, la totale mancanza di un programma di rieducazione, la povertà estrema del Paese stesso: all’interno delle carceri del Malawi l’esperienza amara di uno Stato che si vendica contro chi ha avuto il torto di sbagliare. Un prigioniero è stato brutalmente ucciso dai secondini perché aveva ritardato a rientrare in cella. Un carcerato, condannato ai lavori forzati, sta scontando 8 anni di galera per aver sottratto 50 dollari alla cassa dell’ufficio delle tasse. Le guardie carcerarie rubano ai prigionieri tutto quanto possa essere rivenduto. Kereketéche, da pochi giorni è un uomo libero. Negli stanzoni della prigione di Zomba ha passato 40 anni, senza che più nessuno ricordi nemmeno il motivo che l’ha portato in cella. Kereketeche “39 anni per la precisione. Io mi ricordo il motivo: è stato un furto banale. Non c’era niente in prigione, neanche il cibo. Come ho fatto a resistere? Obbedire ai soldati, in prigione, è quello che ti salva. Fare tutto quello che ti dicono. Adesso che sono fuori non ho più niente. La moglie che avevo si è risposata. Devo inventarmi un futuro”. Storie che negli anni passati restavano chiuse dietro le mura delle prigioni, oggi vengono sbattute in faccia ad una società che come ai tempi della dittatura reagisce spesso con l’uso della violenza. Per la prima volta, quest’anno, tanti prigionieri non hanno avuto paura di mostrare a Padre Gamba le cicatrici delle percosse ricevute nelle stazioni di polizia e a lamentare la razione da fame a cui sono costretti: un unico pasto insipido, fatto di polenta e fagioli. 1° condannato “Mi chiamo Andrù. Mi hanno messo dentro per furto. Non mi hanno mai giudicato in modo giusto. Non avevo nemmeno un avvocato. Se sono stato picchiato? Guarda! Mi hanno sparato 2 volte, guarda qui. E mi hanno fatto mordere dai cani. La polizia mi ha rotto il braccio. La polizia si vendica, quando ti prende”. Dramma nel dramma, la condizione dei bambini. I ragazzini finiti in carcere, vengono “venduti” dai poliziotti a quei pochi prigionieri che hanno i soldi per pagare una notte di piacere a caro prezzo. Bambino 1 Ho 13 anni. Mi chiamo George. Ho rubato il riso e mi hanno condannato. Mi hanno portato qui. Avevo lasciato la scuola perché era morta mia mamma. E mi sono trovato a rubare. Bambino 2 Cosa facciamo durante il giorno? Niente. Stiamo qui dentro e basta. Un paese messo in ginocchio dall’AIDS, il Malawi. Stremato dalle carestie e stanco di inseguire uno sviluppo che tarda a venire. Le carceri di Zomba sono ancora quelle degli anni del potere coloniale inglese. Il sogno di liberazione e indipendenza, succeduto a quel periodo, è finito nella spirale della dittatura di Kamuzu Banda, che sarebbe durato al potere 30 anni. Vera Chìroa e il marito sono stati tra le prime vittime del dittatore. Entrambi avvocati, il marito di Vera è morto nel braccio della morte. Lei è stata a lungo in carcere e oggi è incaricata dalle Nazioni Unite di visitare le prigioni africane e stilare un rapporto annuale. Vera Chìroa Mio marito è stato ucciso in prigione con un’iniezione letale. I prigionieri, soprattutto in Malawi, non sono trattati da esseri umani. Subiscono torture. Noi eravamo legati mani e piedi al pavimento. Dovevamo usare un secchio per i nostri bisogni. Lo stesso che poi usavamo per bere. Dormivamo incatenati per terra. Il cibo, poi, era terribile. Era un’ulteriore punizione. E’ la cosa peggiore che abbia mai mangiato. Puzzava di marcio. Quando, qualche volta, ci davano il pesce, sembrava che facessero apposta a farli marcire, prima di darceli. Molta gente moriva per il cibo. Noi donne riuscivamo a cavarcela, in qualche modo. Ma per gli uomini era anche peggio. All’interno delle carceri, qualcosa sta comunque cambiando. I quasi 10 anni di democrazia che il Paese sta sperimentando, aiutano anche i carcerati a prendere coscienza di essere persone e di avere il diritto di essere trattati come tali, pur riconoscendo di aver sbagliato, a volte anche gravemente. I politici, dice Padre Gamba, di recente si fanno più attenti e si lasciano commuovere quando raccontiamo che tutti i nostri carcerati sono letteralmente coperti di scabbia, con piaghe molto estese. Il suo rapporto parlerà anche dei 64 condannati a morte che nelle loro casacche bianche si guardano attorno smarriti, cercando invano di scoprire se la compassione riuscirà, ancora una volta, a fermare il pugno duro della legge che potrebbe improvvisamente chiudersi. 2° condannato E’ vero, ho ucciso. Ma era successo che avevamo litigato. Ma non è stato voluto. Nessuno qui ha mai voluto sentire come è andata. Ho cambiato nome in prigione. Ora mi chiamo Paulus. Mi sono convertito. Sono della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ora non ho più paura perché so che il Signore è con me, anche se vorranno uccidermi. In prigione ho trovato Dio. A casa ho lasciato mia moglie e 9 figli. Ho 48 anni. Sono in prigione da 4 anni, ma mi hanno giudicato solo quest’anno”. Musica in carcere “Occhio per occhio crea un mondo di ciechi”. Canta Lucius Banda, il più popolare artista del Malawi. “Dov’è la differenza” si intitola questa canzone che Lucius ha portato in carcere contro la pena di morte. “Il criminale, è vero, ha ucciso. Ma se per vendetta anche noi lo impicchiamo alla forca, dov’è la differenza?”. Finora Padre Gamba è sempre riuscito a strappare la grazia al Presidente Bakili Muluzi, succeduto nel ‘91 al dittatore Kamuzu Banda. Anche se la pena di morte è ancora parte del sistema giudiziario, non viene più eseguita in Malawi alcuna condanna, da 10 anni. Bakili Muluzi (Presidente della Repubblica del Malawi) La Costituzione del Malawi prevede la pena di morte e io, come cittadino, devo rispettare la Costituzione. Ma quando divenni Presidente, mi sono detto che dovevo tener conto dei diritti umani. Togliere la vita a un essere umano è una cosa molto seria. E io non voglio essere associato a queste morti. Penso che quello di dare la morte sia un potere che spetta solo a Dio. Il presidente è musulmano, ma si dice toccato dall’incontro col Papa. Bakili Muluzi (Presidente della Repubblica del Malawi) Ho incontrato il Papa circa 3 anni fa. Ho un grande rispetto per il Papa. Lo considero una sorgente di pace nel mondo. Lo rispetto come una persona che non ha altro desiderio che la pace sulla terra. E quando ho ricevuto la sua proposta di considerare la questione dei carcerati e il perdono per alcuni di essi, ho pensato fosse mia responsabilità rispondere positivamente a questa proposta. Riportare la legalità all’interno del sistema carcerario. La storia di Liviele ha fatto scalpore. E’ stato a un passo dall’esecuzione capitale. Finito nel braccio della morte con l’accusa di essere tra i responsabili di un crimine orrendo: l’uccisione e la mutilazione di alcune donne. Pezzi del loro corpo venivano venduti in Sudafrica per farne pozioni per la stregoneria. Mentre Liviele era in carcere gli orrendi crimini continuavano. Liviele Al processo non ho potuto dire niente. Non mi hanno mai ascoltato. Mi accusavano di andare in Sudafrica, ma io non ci sono mai stato in Sud Africa in vita mia… Non potevo far altro che mettermi nelle mani di Dio. Perché qui la giustizia non esiste. Poi sono ricorso in appello. E lo stesso giorno dell’appello si sono accorti che non c’era nessuna prova contro di me. Quello stesso giorno sono tornato in libertà. Il giudice Kalaìle, della Corte d’Appello, si è sempre battuto contro la pena di morte e i diritti dei carcerati. Di recente è riuscito a far riconoscere il diritto di voto per chi è in prigione, e sta promuovendo l’istituto del servizio sociale alternativo all’incarcerazione per chi è condannato a meno di un anno. Giudice James Kalaìle Io credo che la pena di morte sia sbagliata anche perché ci sono stati casi di errore. Abbiamo pochi mezzi per far funzionare la giustizia. Il rischio di uccidere un innocente è troppo alto per il nostro sistema. Piccoli spiragli, in un quadro drammatico. Vera Chìroa Oggi la situazione delle prigioni in Malawi è patetica. E’ peggio di quando era dentro io. Una volta almeno ci davano le coperte, oggi neanche quello. Ho visitato tutte le prigioni, come inviato speciale delle Nazioni Unite. La situazione è terribile. C’è troppa gente. Anche le piccole prigioni hanno troppa gente e le strutture sono vecchie. Sono rimaste ai tempi delle colonie inglesi. La ventilazione non esiste. E poi mancano i bagni. Quei pochi, sono intasati. L’ho detto direttamente al Presidente. Queste prigioni non possono ospitare esseri umani. I prigionieri sono persone! La punizione da scontare, prima o poi termina, e un giorno anche il portone di ferro all’entrata del carcere si apre, ma solo per perpetuare a vita la condanna. Capita, spesso, che il carcerato che rientra al villaggio venga giudicato e condannato per sempre. E’ difficile fidarsi di un ex-prigioniero; è più facile ricordare quanto ha commesso. Dare una speranza concreta a chi esce di prigione, aiutarlo a ricominciare una nuova vita: dargli una “casa a metà strada”. E’ questo il sogno di padre Piergiorgio Gamba e della sua “Half-Way Home”. Una casa e un mestiere che renda autosufficiente chi è uscito di prigione, che lo aiuti a credere che l’incubo è finito e che ci può essere un domani diverso. La costruzione del primo blocco di case della “Half-Way Home” sta arrivando al tetto. E‘ stato scavato il pozzo per l’acqua e si stanno iniziando le fondamenta della cisterna sopraelevata che permetterà di avere acqua a sufficienza anche per i campi che un giorno daranno lavoro e aiuteranno a sostenere l’iniziativa. Piergiorgio Gamba Per il mese di febbraio del 2002…progetto (cassetta 12, TC 00.13.20) Nel frattempo c’è la lettera da consegnare alla moglie di Jassi. E’ dentro da 6 mesi. Gli restano ancora 3 anni di galera. Lavorava all’ospedale. E’ accusato di aver rubato una coperta. Moglie di Jassi “Cara moglie, io sono qui alla prigione di Micuio. E’ un po’ che ti scrivo per dirti di venirmi a trovare. Vieni qui a trovarmi almeno settimana prossima. Salute a tutti voi a casa. Se non hai i soldi per venire, vai da mio fratello, che ti aiuti per il trasporto. Carissimi figli, sono io che vi scrivo. Sono io, il vostro papà e il tuo marito”.