Cambogia

CAMBOGIA: CI SARA’ UN FUTURO?

di Giorgio Fornoni (L’Apostolo di Maria –febbraio 1996) “Un tempo venivano i soldati di Sihanouk e ci rubavano le galline. Poi quelli di Long Hol, e ci rubavano le galline. Poi i Khmer rossi, e ci rubavano le galline. Poi quelli di Hun Sun, e ci rubavano le galline. Domani altri ne verranno, e ci ruberanno le galline”. In quest’affermazione, intrisa di fatalismo, di un contadino della periferia di Phnom Penh c’è tutta la rassegnazione disperata del popolo cambogiano che tenta di uscire dal periodo più buio della sua storia. Vent’anni di crudeltà Dopo vent'anni in cui hanno subito sulla propria pelle la seconda guerra d'Indocina, l'autogenocidio prodotto dalla follia maoista dei Khmer rossi, l'invasione vietnamita e l'importazione di un regime comunista di tipo sovietico, lo stillicidio della guerra civile, i cambogiani tornano a rivivere nel cuore di Phnom Penh, capitale della Cambogia. Con un'operazione di cieca fede maoista, senza precedenti nella storia, i Khmer rossi chiusero scuole, ospedali ed uffici, abolirono l'uso del denaro e deportarono nelle campagne tutti gli abitanti. Tra il 1975 ed il 1979 il dimenticato olocausto cambogiano fece sparire uccisi dagli stenti o cancellati nei campi di sterminio due milioni e mezzo di persone; quei cinque anni di spietata rivoluzione culturale segnarono la cancellazione e la perdita di un'intera generazione. L'utopia sanguinaria di Pol Pot terminò con l'invasione vietnamita del 1979 ma la tragedia della Cambogia conobbe altri 13 anni di drammi e di orrori. Nel maggio del 1993, l'intervento dell'Onu e le prime elezioni democratiche permisero la lenta ripresa della vita normale anche se i Khmer rossi occupano ancora militarmente le frontiere con Thailandia, Laos e Vietnam e impegnano l’esercito in un’esasperante guerriglia e un incubo mortale è nascosto sotto ogni passo disseminato per tutto il territorio della Cambogia. Le mine, che con lucida follia Pol Pot amava definire "i soldati migliori, perchè non chiedono da mangiare, di bere, di dormire, ma vigilano sempre". Dieci milioni di mine abbandonate, dieci persone al giorno, donne e bambini soprattutto, uccise o mutilate dall'arma più vile inventata dall'uomo, e questo è uno dei volti della guerra civile che in Cambogia sembra non avere mai fine. La scuola-prigione A Phnom Penh, di mattino presto, visitiamo un edificio decadente: era un ginnasio francese moderno, anni cinquanta, con balconate e finestroni; molto filo spinato ritorto sui muri e sui cancelli, muri imbrattati, sporchi e fatiscenti i corridoi, i pavimenti sfondati. Era un quartiere residenziale centrale. Appena entrati nel cortile, subito emerge la cattiveria, l'efferatezza per raggiungere l'orrore anche con pochi mezzi: gli attrezzi di ginnastica di una palestra sistemati per appendere i prigionieri con la testa in giù ed immersa negli immensi orci, i grossi contenitori d'acqua di Pian delle Giare. Questo era il centro di prima accoglienza e prima tortura per le vittime dei Khmer rossi massacrate dal 1975, quando gli sdegni occidentali per le stragi in Vietnam si erano esauriti e gli americani ritirati. Ma questi campi di sterminio, tutti questi "Killing Fields" (urla nel silenzio) non suscitarono grosse indignazioni internazionali poichè poco se ne parlò. I cambogiani ora ti portano volentieri in questi posti delle stragi, benchè i Khmer rossi occupino tutt'ora parte della Cambogia. Dentro la scuola, ecco le classi divise con muretti di mattoni in cellette di un metro per due dove i prigionieri non uscivano per mesi. Nelle aule più grandi, le celle comuni, è esposta una documentazione fotografica terrorizzante. Cataste di corpi senza vita, scene meticolose di torture. Più di un terzo della popolazione fu sterminata, la preferenza era per chi portava gli occhiali, presunta classe colta: tecnici, medici, insegnanti, studenti, monaci ecc. ... e quindi categoria da annullare per distruggere più facilmente il passato, per cancellarne la memoria. Foto di deportazioni e luoghi di campagna, risaie e boscaglie dove la gente veniva avviata ai lavori forzati. Più avanti altre stanze con letti e vasche di tortura con catene e tenaglie per strappare le unghie. Grandi cartelli con dati statistici corredano un ampio corridoio; uno dice: in data 17.04.1975 - 7.000.000 = popolazione; - 3.314.768 = morti e dispersi; - 141.868 = invalidi; - 200.000 = orfani; - 635.522 = case distrutte; - 796 = ospedali distrutti; - 5.857 = scuole distrutte; - 1.968 = pagode distrutte. Più avanti altre foto con ammassi di teschi, foto che hanno fatto il giro del mondo per farci vergognare, per stare ancora una volta in silenzio. Nel rigoroso e nuovo monumento ossario, grandi vetrine di teschi sono a dar credito della cattiveria dell'uomo; in mezzo ai campi delle fosse comuni che sembrano scoperte di tombe archeologiche, con pezzi di ossa e stracci e indumenti e ... bottoni, il tutto appena fuori Phnom Penh, questo al "Killing Fields". Molti venivano portati qui per essere ammazzati direttamente nelle fosse, dai Khmer rossi, dopo essere stati torturati in quel carcere, in quell'ex ginnasio francese della città. L’ospedale degli orrori Non si era detto forse che nulla di simile sarebbe stato tollerato, dopo i gulag sovietici e dopo la cattiveria del nazismo e l'esplosione delle bombe atomiche? I khmer rossi di Pol Pot, colpevoli di tutto ciò, sono ancora in giro, sfruttano le miniere di rubini e controllano il commercio del legname, l'unica voce attiva dell'economia in miseria del piccolo e disastrato stato cambogiano. Non si accontentano: terrorizzano anche con le mine antiuomo la popolazione delle campagne ed acquistano armi americane che filtrano attraverso la Thailandia. I khmer rossi sperano ancora in una presa del potere; Sihanouk eterno re, guarda stanco il futuro del suo paese e la gente coltiva una piccola speranza in un fatalismo rassegnato dopo tanti anni disastrosi. Una visita nell'ospedale militare di Preahket, nel centro di Phnom Penh, è un viaggio nell'orrore. I suoi corridoi sporchi e fatiscenti, invasi dall'umidità e dalle mosche, ospitano i reduci di una guerra combattuta senza mai vedere il nemico. I soldati, ridotti in queste brande, quasi tutti amputati sotto il ginocchio o mutilati alle mani o feriti agli occhi, sono giovani di leva mandati a combattere i Khmer rossi sul fronte di Battambang. Nei giorni scorsi ne sono arrivati altri 180 e i 700 posti a disposizione non bastano più a contenerli. Le loro condizioni sono spaventose eppure questi uomini dimostrano un coraggio ed una capacità di sopportazione che ha dell'incredibile. Non è fatalismo: è una volontà di sopravvivere messa a durissima prova da esperienze e traumi che mai riusciremo neppure ad immaginare. E' la capacità di tornare comunque a sorridere nonostante tutto. Qui si capisce quell'insopprimibile voglia di vivere che negli ultimi anni ha spinto 500.000 profughi a rientrare in Cambogia, quasi una scommessa sul suo futuro. Lo splendore di Angkor Le barche scivolano tranquille lungo il corso del Mekong ma subito al di là delle sue rive, nella direzione verso la quale si ritirò quattro anni fa l'esercito vietnamita, la guerra delle mine continua. Noi ci stiamo recando ad Angkor, capitale di quel regno Khmer il cui splendore è ancora testimoniato dalle grandiose rovine dei suoi templi. Angkor, fu capitale e centro religioso della civiltà Khmer, che fiorì quasi mille anni fa nella penisola indocinese. Poi un lungo oblio e l'abbraccio della giungla ne hanno fatto una città fantasma. Anche noi, spinti dall'ansia di posare gli occhi sui più reconditi e misteriosi tesori che remote regioni celano, siamo arrivati in questa selva di templi di pietra. Questa città divina, venne scoperta solo nel 1860. Angkor, antica capitale cambogiana, ha un'estensione di oltre 200 Km quadrati. Comprende 72 grandi templi e numerosi edifici minori, costruiti tra il IX ed il XIII secolo. Situata nella provincia di Siem Reap, nel nord ovest del paese, venne danneggiata negli anni 70 dall'azione dei Khmer rossi, che ne minarono ampie zone e ne fecero la loro sede e roccaforte trasformando quel che un tempo erano luoghi sacri in osservatori militari, luoghi di prigionia e di tortura, addirittura smantellando dei colonnati e facendo tiro a segno sulle statue dei budda e bassorilievi rappresentanti la storica vita dei re. Ora i guerriglieri si sono ritirati sulle montagne più al nord e questo misterioso ed affascinante luogo di spiritualità finalmente riposa, esposto al mondo affinchè l'uomo percorra, con rispetto, le strade sacre ed i colonnati, attraversi i ponti, salga e scenda le scale, si fermi sulle terrazze ad osservare le grandi statue dei budda, ed assorba la sacralità, dove sogno e realtà sono una dimensione unica, dove il canto degli uccelli ne esalta le penombre. Ora che Sihanouk ha ripreso la monarchia, ad Angkor ricominciano in grande stile i restauri che dovrebbero costare 300 miliardi di lire e durare circa 40 anni; sponsor principali: l'UNESCO e il GIAPPONE. Per raggiungere Angkor Vat, il tempio più grande di tutto il complesso, si attraversa un grande bacino d'acqua su una lunga strada di pietra. Altissimi gradoni innalzano le cinque torri interne a rappresentare il monte Meru, vetta sacra agli induisti. Dalla sommità lo sguardo spazia fino all'orizzonte. Il vero mistero Angkoriano è il tempio TA PROHM, tralasciato volutamente dai restauratori, e tutto avviluppato dai tentacoli arborei della ceiba. Nessuno lì, ha spostato una pietra, nessuno ha tagliato alberi o radici. Nel corso dei secoli Angkor tutta era così; tra pietre e mondo vegetale si era creato un delicato e misterioso equilibrio. Noi possiamo così ammirare il segno dell'uomo attraverso i secoli con gli stessi occhi stupiti dei primi esploratori di 130 anni fa, dove l'essenza stessa della giungla cola lenta dentro i portali, attraverso i porticati e si arrampica sulle cime dei santuari e si fa a tratti essa stessa pilastro ed architrave in una fusione che produce incantesimo. Una nenia lontana, le litanie dei monaci, un vento caldo ed odoroso di foresta, ci accompagna in un'altra dimensione, poi, la giungla si fa silenziosa e l'ultimo canto degli uccelli si perde con i colori del tramonto; tra poco sarà buio, tra poco tutto si riavvolgerà nel millenario misterioso silenzio. Il contributo dei cattolici La Chiesa cattolica, sparita completamente nella sua gerarchia e struttura con i khmer rossi ritorna a raggrupparsi a partire dal 1990, quando il governo cambogiano ripristina la libertà religiosa: il buddismo ridiventa “religione nazionale”, le denominazioni cristiane possono riaprire i luoghi di culto. Per i missionari stranieri però c’è una clausola pesante: sono accolti solo a condizione di aprire un organismo non governativo a scopi sociali di cui essi devono essere membri attivi. Così arrivano il PIME, i Gesuiti, i Salesiani, le suore di Madre Teresa di Calcutta e tanti altri. Nel luglio del ’92 si apre un seminario a Battambang con i primi quattro seminaristi cambogiani. Nel mio breve passaggio in Cambogia ho potuto cogliere il saluto e la voglia di fare di alcuni italiani. Sono missionari e laici che sono andato a trovare; tra loro Padre Vendramin e fratel Roberto Panetto. Padre Vendramin, PIME, già missionario in Bangladesh, lavora in Cambogia da alcuni anni ed in poco tempo è riuscito a costruire una scuola e rimettere in funzione alcuni canali di irrigazione abbandonati. Il suo programma per il futuro è denso di attività che vogliono coinvolgere più gente possibile. Egli dirige il progetto PIME. Un grande cancello con l'immagine di S.G.Bosco in ferro battuto si apre al nostro arrivo alla periferia di Phnom Penh, alla sede dei salesiani. Ci viene incontro Fratel Roberto Panetto, torinese di Ceresola d'Alba, in Thailandia dal '75, non appena finiti gli studi tecnici, ed ora in Cambogia. Davanti ad un bicchiere d'acqua, che rende più sopportabile la calda giornata, ci racconta: "Siamo arrivati nel '91 dove abbiamo iniziato dei corsi tecnici per gli orfani ed abbiamo iniziato la costruzione di questo edificio (enorme complesso scolastico). Noi tendiamo ad aiutare principalmente gli orfani ed i poveri. Ora ne ospitiamo centocinquantacinque che seguono quattro settori: meccanica, elettromeccanica, automobilistica e stamperia; ci stiamo organizzando per riceverne ottocento. In Cambogia, il problema lavoro non ha sbocchi per la gioventù ed ecco allora che li prepariamo con priorità tecnica per un più facile inserimento in società. Il nostro lavoro è iniziato nei campi profughi cambogiani in Thailandia nel 1989 preparando i ragazzi al loro rientro in patria. All'inizio avevamo scuole di legno e bambù. Nel 1991, quando siamo arrivati qui a Phnom Penh, abbiamo iniziato a costruire questo edificio. L'Italia ha contribuito nella dotazione dei macchinari con la Caritas ed il Ministero degli Esteri". Ci accompagna a vedere il dormitorio, grande stanzone che ospita i giovani ventenni, rimasti orfani dai tempi di Pol Pot, ragazzi soli al mondo, che prima di venire qui raccolti erano ammassati brutalmente in qualche disperato orfanotrofio governativo. "Sono ottimista -continua Fratel Roberto- poichè gli aiuti che otteniamo fanno dimenticare, o quantomeno assopire (con il dito mi indica i giovani), la violenza e l'odio che ognuno di loro, cerca di spegnere dentro di sè". Oltre ai padri ho incontrato anche suore e volontarie impegnate in altri progetti dei cattolici.