Mozambico : mille penne nere in Africa

di Giorgio Fornoni (L’Eco di Bergamo – 14/3/1993)

In Mozambico tutti vogliono la pace. Dopo più di quindici anni di guerra civile il Paese si è ridotto alla miseria ed è il più povero ed affamato al mondo. I diciassette milioni di abitanti possono vantare un reddito annuo pro capite di 125 mila lire che equivale ad un piatto di farina di miglio al giorno. Un quarto dei bambini del Mozambico muore prima di raggiungere i cinque anni. E’ con questa situazione che si confronteranno i militari italiani della missione Onumoz che, con un primo scarno avamposto, ha preso il via in questi giorni e che sarà composta da ottomila caschi blu, mille e duecento dei quali italiani della Brigata alpina Taurinense. A loro il compito di mantenere sotto controllo la situazione militare, soprattutto di verificare il cessate il fuoco fra la Renamo (Resistenza nazionale mozambicana) ed il Frelimo (il Fronte di liberazione mozambicano, al potere), che dal 1975, cacciati i coloni portoghesi, si sono duramente scontrati, causando un milione di morti ed una grave crisi interna. La tregua firmata a Roma il 4 ottobre scorso, con la preziosa mediazione della comunità religiosa di S.Egidio, sta reggendo, ma ora tocca agli uomini di Onumoz rendere operative le varie fasi successive previste: la creazione di quarantanove centri di raccolta presso i quali accantonare le truppe dei due fronti –complessivamente almeno 83 mila componenti, di cui 62 mila Frelimo -; il ritiro delle armi e la smobilizzazione; la distribuzione degli aiuti umanitari; il reinserimento nella società dei guerriglieri e la costituzione dell’esercito nazionale con trentamila agenti, metà ciascuno fra Resistenza e Fronte. Il tutto sarà coronato dalle libere elezioni. Tutti adesso vogliono la pace, ma le ferite inferte al Paese sono davvero profonde. Basti pensare ai due milioni e mezzo di profughi, gran parte dei quali hanno raggiunto il Malawi, terra che negli ultimi anni si è rivelata ancora più povera di quella lasciata, a causa della siccità. Se la pace reggerà a lungo in Mozambico, queste persone che si sono rifugiate oltre confine faranno ritorno ben volentieri a casa. Raccontano di ricercare un’unica certezza prima di compiere il grande passo del rientro: non vivere più nella paura delle armi, del confronto violento tra Frelimo e Renamo. E’ per il terrore subito in passato che hanno intrapreso il loro viaggio verso il Malawi, dove sono stati ospitati in campi profughi vastissimi, ammassati l’uno all’altro. Fino a poco tempo fa da questo Paese ospite ricevevano aiuti. Da quando la situazione economica è precipitata, per loro tutto è stato ed è più difficile. Un primo, timido avvio al rientro dei profughi in Mozambico è comunque già iniziato. Tendono a dislocarsi ai margini delle grandi città, dove costruiscono delle baracche di canne che sono le loro case. Verso i grossi centri si sono trasferiti in molti. La capitale, Maputo, ora conta due milioni di residenti quando invece, prima della guerra civile, ne aveva circa duecentocinquantamila. Si può bene immaginare in quali condizioni versi questa popolazione, quale sia l’entità di questa crisi. Per le strade del Mozambico incontri soldati e guerriglieri, ormai per lo più disarmati. Dopo l’accordo di Roma, in cambio di valuta corrente con la quale poter acquistare di che vivere, la maggior parte ha svenduto le proprie armi. Un kalasnikov, al confine con il Sud Africa, può fruttare anche tre dollari. Un commercio pericoloso questo, tant’è che la comunità internazionale è scesa in campo. Per cercare di togliere di mezzo almeno una parte di questo arsenale vagante, il governo svedese ha proposto di acquistare direttamente dagli interessati i pezzi messi sul mercato, in cambio di denaro da destinare alle attività agricole. E’ un tentativo. Intanto ciò che vedi a Maputo e nel resto del Paese non sono che “monumenti” di una guerra cieca che per tre lustri non ha concesso tregua, minando le basi dell’intera nazione. Le incognite per il futuro sono tante. Al di là delle preoccupazioni dei profughi, gli attivisti di Frelimo e Renamo non sanno cosa li aspetta domani. Fa discutere anche la “clausola” del concordato di pace che prevede trentamila soldati nell’esercito, metà ciascuno tra Fronte e Resistenza. Gli osservatori più attenti fanno notare che fra i ribelli non ci sono a disposizione quindicimila uomini da arruolare nel Corpo nazionale. Le file della guerriglia sono infatti infoltite da ragazzini di quindici-sedici anni che hanno imbracciato le armi perché costretti, dopo essere stati prelevati con la forza nei villaggi. Ciò che vedi in Mozambico oggi è desolante. Sulla strada principale verso lo Swaziland un gruppo di mutilati militari nei giorni scorsi ha inscenato una protesta: anche la loro è stata una richiesta di maggiore sicurezza per il futuro, una condizione migliore in cui vivere. Ora sono ospitati in alcune tende, dormono gomito a gomito in letti di ferro e ricevono un pasto al giorno, che altro non è che un po’ di polenta di miglio. Si erano trascinati sulla strada per far sentire la loro voce ma il tutto è durato poco. Mezz’ora dopo la polizia era sul posto, li ha invitati ad andarsene. Di fronte alle resistenze la situazione è degenerata e, mentre gli altri sono ritornati nell’ostello, a dir poco improvvisato, due dei reduci sono rimasti uccisi. Poi c’è il carcere di Maputo, dove ogni due giorni i Padri Dehoniani si recano per visitare i detenuti e portare loro conforto. Lì dentro, in condizioni difficilissime, ci sono disertori –pochi per la verità, visto che il trattamento loro riservato è stato soprattutto un altro-, criminali comuni e dei presunti ribelli. Ci sono moltissimi giovani, fra i 15 ed i 30 anni. I detenuti politici sono irraggiungibili. Fuori da quelle mura, sporche come gli ambienti che contengono, c’è una miseria infinita. Ci sono migliaia di bambini abbandonati, i “criancas da rua”. I bimbi che non hanno più nessuno che si prenda cura di loro, che vivono per strada, sono almeno quattrocentomila in Mozambico. I più fortunati di loro possono contare sull’aiuto dei missionari e dei volontari laici che si adoperano per offrire loro almeno un pasto. Una donna di Milano, ad esempio, lo fa da diverso tempo: grintosa e con il cuore in mano ha organizzato una rete di solidarietà nel nostro Paese che le consente di proseguire nel suo impegno quotidiano. Ogni giorno prepara e distribuisce gratuitamente duecento pasti. A Maputo e nel resto della nazione c’è la fame. E dire che nel porto dodicimila tonnellate di miglio sono da tempo stoccate nei magazzini e rischiano di non essere più commestibili. Sono gli aiuti umanitari dell’Europa, ridotti a concime dalla burocrazia e dall’apparato governativo che finora non ne ha consentito la distribuzione alla popolazione. E’ una delle situazioni assurde di questo Paese in cui la guerra civile –ma non la discordia etnica o il conflitto tribale- ha accecato ogni barlume di buon senso. E una delle situazioni assurde che non appartengono ad un passato remoto ma a pochi giorni fa. Ne dava notizia il 16 febbraio scorso l’unico quotidiano di Maputo, il “Noticias”. Lo stesso organo di informazione che la settimana successiva scriveva dell’arrivo, all’aeroporto della capitale, del più capiente cargo russo con il quale hanno fatto “sbarco” gli avamposti della missione Onumoz. Sul velivolo c’erano infatti ventun fuoristrada delle Nazioni Unite, pronti ad essere impiegati nelle operazioni previste in questa parte dell’Africa. Oggi la speranza più diffusa fra i mozambicani è che la forza multinazionale dei caschi blu possa garantire la tranquillità. Una condizione indispensabile per poter dar corso in maniera indolore alla trasformazione del Mozambico, al suo cambiamento in positivo. Dal colonialismo portoghese si è passati all’oppressione del Frelimo e poi al terrorismo della Renamo. I militari dell’Onu sono attesi ad un compito non facile. Soprattutto gli italiani sono stati destinati a rilevare i colleghi dello Zimbabwe lungo il cosiddetto “corridoio” di Beira. Si tratta della strada e della ferrovia che dal mare portano all’interno. Oltre ai nostri soldati –che danno vita alla ventiquattresima operazione italiana oltremare dal 1979 sotto la bandiera multinazionale- ci sono i rappresentanti di nove nazionalità dell’America del Centro e del Sud, dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa. In questa opera, definita “delicata”, i caschi blu saranno aiutati dai missionari, fra cui anche bergamaschi, che conoscono bene questa realtà e che, assieme alla Chiesa mozambicana, si sono prodigati nell’opera di mediazione tra Frelimo e Renamo, favorendo l’inizio dei negoziati e la loro felice conclusione. Fra i più partecipi a quella che è l’evoluzione della situazione in Mozambico ci sono proprio loro. Delle previsioni e dei commenti delle comunità religiose sul processo che si è instaurato parleremo però in un prossimo servizio.