Dalai Lama - Il Tibet 40 anni dopo

Dalai Lama - Il Tibet 40 anni dopo

Vette innevate, monasteri a terrazza, gli abiti rossi dei monaci. La cittadina di Dharamsala, nel nord dell'India, e’ diventata una piccola Lhasa, la capitale della diaspora tibetana in esilio. A quarant'anni esatti dall'invasione cinese, la colonizzazione forzata e l'indottrinamento non sono riusciti a piegare l'orgoglio e lo spirito di indipendenza di 6 milioni di tibetani. Il loro riferimento, politico e religioso, continua ad essere Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama del Tibet, dal 1438 ritenuto la reincarnazione di Chenrezi-Avalokitesvara, uno dei santi "bodhisattva" della tradizione buddista. Nel 1989, l'impegno civile e la coerenza nel difendere le ragioni del Tibet con la sola forza delle idee hanno valso al Dalai Lama il premio Nobel per la Pace.

Lo abbiamo incontrato nella sua residenza di Dharamsala, alla vigilia di una fase forse decisiva nelle complesse trattative per ottenere, se non piu’ l'indipendenza, almeno una "genuina autonomia" per il Tibet.

"Autonomia genuina significa riconoscere una specificita’ della cultura tibetana per tutto quanto attiene alla spiritualita’ del buddismo, all'educazione, alla gestione dell'ambiente. In questi settori, i tibetani hanno lunga esperienza, possono e devono avere poteri decisionali, possono agire meglio. In tutti questi campi, i tibetani dovrebbero avere dunque piena autorita’ e potere decisionale. I fratelli e sorelle cinesi hanno altre competenze, dovrebbero permettere uno scambio di ruoli, questo intendo per autonomia. In tutto quello che e’ spiritualita’, progresso mentale, i tibetani hanno un indubbio vantaggio, un ruolo preciso nel costruire il progresso della societa’. Per quanto riguarda invece la difesa, gli affari esteri, lo sviluppo tecnologico, le cose materiali, i fratelli e le sorelle cinesi possono contribuire benissimo, questo e’ il loro ruolo nel Tibet. Questo e’ il mio modo di vedere".

Tutte le tensioni e le inquietudini del ventesimo secolo entrarono di colpo nell'immobile Shangri-La dell'Himalaya con la ventata distruttiva dell'invasione cinese. Nei giorni del capodanno buddista del 1959 si avverarono per intero le antiche profezie. Dopo una lunga pressione cominciata nel 1950 (l'anno della tigre di ferro temuto dai testi sacri del lamaismo) e motivata da ragioni economiche e strategiche, l'esercito cinese invase il Tibet. La resistenza fu coraggiosa ma inutile. I militari entrarono col pretesto della rivolta popolare del 10 marzo a Lhasa, mentre i giochi di equilibrio delle grandi potenze rendevano vana qualsiasi richiesta di aiuto e si consumava la tragedia dimenticata del popolo tibetano.

Ma quali sono oggi le realistiche aspettative dei tibetani?

"La realta’ e’ che dobbiamo comunque convivere e cio’ che proponiamo, nel concetto buddista dell'interdipendenza di tutte le cose, vuole ottenere il massimo beneficio senza arrecare danno ad alcuno. Io non penso dunque allo scontro tra Tibet e Cina nel senso di una lotta con un vinto e un vincitore. Non e’ cosi’ che si devono affrontare i problemi. La scelta giusta e’ quella del mutuo benessere, della mutua vittoria. Tutto cio’ non e’ un bene ne’ per il Tibet ne’ per la Cina. Perche’ la Cina vuole comunque unita’ e stabilita’ e le discriminazioni oggi in atto le minano alle fondamenta, sono controproducenti. Io credo che il modo migliore per ottenere una politica di unita’ e stabilita’ sia riconoscere l'autonomia regionale. Questo e’ il problema del Tibet, ma anche del suo settore orientale, il Sinkiang. Non possono esistere un consenso e una stabilita’ imposte con le armi, la pace e la convivenza vanno ristabilite sulla base di reciprovche concessioni.

Per quanto riguarda la mia posizione personale e politica, gia’ nel 1992 ho rimesso in discussione l'istituzione del Dalai Lama in quanto capo politico del Tibet. Ho rie’petuto piu’ volte da allora che il compito della politica va affidato ad un governo tibetano locale democraticamente eletto. Quando questo sara’ costituito, io cedero’ i miei poteri in quanto Dalai Lama, non saro’ piu’ il capo politico del Tibet. Tornero’ ad essere un semplice monaco buddista e per il resto della mia vita potro’ dedicarmi, si’ dedicarmi, ancora di piu’ al lavoro spirituale e alla promozione dei diritti umani".

Da cinque secoli, l'istituzione del Dalai Lama rappresenta e riassume tutta l'identita’ culturale dei tibetani. Un bambino riconosciuto la reincarnazione del Dalai Lama precedente veniva educato al proprio ruolo di re-dio, al vertice della complicata gerarchia lamaista e dell'intera nazione. Tocco’ a Tenzin Gyatso la sorte di veder crollare sotto l'offensiva militare cinese un mondo rimasto fermo al Medioevo. I cannoni tuonavano gia’ alle porte di Lhasa, la citta’ santa, quando il Dalai Lama e la sua corte lasciarono per l'ultima volta il Potala. In un tragico esodo tra le montagne, 80mila tibetani seguirono il re-bambino in fuga verso il sud, dal 17 al 31 marzo del 1959. Sarebbero approdati a Dharamsala, la nuova residenza del Dalai Lama e di oltre 10mila profughi, diventata oggi un faro spirituale che irradia la propria luce ben oltre i confini delle montagne himalayane e dello stesso mondo buddista.

"Come buddisti, siamo ovviamente legati alla nostra fede. Ma possiamo imparare molte cose da altre religioni. Allo stesso modo, anche i buoni cristiani e i buoni musulmani possono imparare qualcosa da noi, pur rimanendo cristiani o musulmani. Possono imparare alcuni concetti della nostra tradizione, concetti come compassione, del perdono, della tolleranza, la pratica della meditazione profonda. Possono imparare tutte queste cose, riprendendole anche dalla tradizione induista e buddista".

Il Dalai Lama e’ diventato ormai un personaggio di rilievo mondiale, domina i grandi media, ha imposto la causa tibetana e lo slogan "Free Tibet" alla coscienza del mondo, se non al tavolo delle risoluzioni dell'Onu. Ha denunciato per primo i misfatti della Rivoluzione culturale degli anni Sessanta, quando l'ondata di fanatismo delle Guardie Rosse si accani’ sulla minoranza tibetana con effetto devastante e le politiche piu’ recenti di migrazioni demografiche forzate e snaturamento culturale. Nel 1992, Tenzin Gyatso ha proposto un piano in cinque punti che prevede la trasformazione dell'intero Tibet in "Parco della Pace", nella formula di una autonomia regionale che rispetti i diritti umani e l'integrita’ della cultura originaria. Per 6 milioni di tibetani egli resta un riferimento politico, spirituale e morale insostituibile.

"Credo che il buddismo, proprio perche’ e’ una dottrina che si confronta con le emozioni, puo’ aiutare tutti quanti, anche al giorno d'oggi, sono impegnati in settori diversi dell'attivita’ umana, come la politica, economia, la tecnologia, la scienza, la medicina, la legge. Il motore primario come esseri umani e’ la motivazione, dunque il buddismo ha un ruolo importante nel definire la giusta motivazione, puo’ aiutare. La motivazione si dovrebbe basare sul concetto della compassione, sull'impegno nei confronti del prossimo. Un altro concetto molto importante del buddismo e’ l'interdipendenza, la consapevolezza che tutto e’ collegato a qualcos'altro. Questa consapevolezza ci aiuta ad allargare la nostra prospettiva, a vedere le cose nella maniera giusta. Qualche volta

nel mondo moderno, si tende a diventare specialisti di una materia, ma questo rende la nostra propsettiva limitata, molto speciale... ci fa perdere di vista il quadro d'insieme. Dunque credo che il concetto buddista di interdipendenza, interconnessione, possa essere molto utile a sviluppare una visione piu’ completa e profonda delle cose e del mondo".

"Come esseri umani abbiamo qyuesta dote straordinaria, l'intelligenza. E nello stesso tempo, proprio perche’ abbiamo l'intelligenza, abbiamo anche la possibilita’ di sviluppare un infinito altruismo. Molto piu’ di qualsiasi altro animale. Questo fa parte della natura umana.. il senso della dedizione, dell'impegno per gli altri, anche se alcuni animali entro certi limiti possono esprimerlo. Ma noi come esseri umani, con la nostra intelligenza, la nostra conoscenza, abbiamo una capacita’ molto maggiore. Possiamo vedere le conseguenze delle nostre azioni a lungo termine, fare piani. Dunque senza parlare di credenze metafisiche, come quelle nel karma, nell'inferno o paradiso, ma semplicemente guardando al risultato delle nostre azioni, pensando al modo miglioredi affrontare i problemi dell'individuo, della societa’, del prossimo secolo o millennio, noi possiamo difendere i veri valori dell'uomo, possiamo condividere, partecipare l'uno con l'altro. Questo fa parte della nostra natura. Dunque, anche quando ci sono conflitti , questa consapevolezza dovrebbe aiutarci a superarli e risolverli in un quadro piu’ ampio. Perche’ dobbiamo pensare che tutti sono nostri fratelli e sorelle. E quando ci sono problemi tra fratelli e sorelle bisogna trovare il modo di affrontarli di comune accordo. La violenza, la prevaricazione di uno sull'altro porta solo alla perdita di entrambi. Io credo che la cultura tibetana, l'eredita’ buddista, non necessariamente tibetana e’ un modo di vedere la vita che si fonda sulla compassione, la non- violenza, questa e’ l'eredita’ culturale che ci aiuta a mantenere il giusto atteggiamento nei confronti di noi stessi del nostro prossimo, degli altri animali, dell'ambiente".

Fino al 1950, soltanto un pugno di esploratori, di alpinisti e di militari inglesi aveva violato l'impenetrabilita’ del Tibet, la leggenda millenaria del Paese delle Nevi. Un regno teocratico dove un abitante maschio su 6 diventava monaco, dove 3000 monasteri erano il cuore, come nel Medioevo europeo, dell'intera vita economica, culturale, sociale. Dall'alto del Potala, il monumentale Vaticano di Lhasa, il Dalai Lama dominava su un territorio vasto quanto l'Europa e sulla complicata gerarchia del lamaismo tibetano.

Tra il 1946 e il 1950, Lhasa divenne anche il teatro di una straordinaria avventura. Protagonista fu l'alpinista ed esploratore tedesco Heinrich Harrer, autore del libro "Sette anni nel Tibet". Fuggito da un campo di prigionia inglese in India durante l'ultima guerra modniale, ebbe la fortuna di conoscere l'attuale Dalai Lama quando aveva appena 13 anni e di diventarne amico, ultimo testimone di un mondo scomparso per sempre.

A ricordare quell'epoca irripetibile e’ lo stesso Heinrich Harrer, oggi ottantaseienne, in questa intervista filmata in occasione dell'uscita del film "Sette anni nel Tibet", che ha portato anche al grande pubblico i temi e le suggestioni del Regno delle Nevi.

"A quel tempo era meraviglioso per tutti e due. Potevo currarmi di lui, insegnargli tante cose, anche le piu’ semplici. Come per esempio stringersi la mano, una cosa che i tibetani non facevano, piuttosto facevano un inchino, pensavano che stringersi la mano fosse una sorta di contaminazione.. Al contrario dei russi, che baciano tutti, magari si odiano ma intanto si baciano.. ad ogni modo i tibetani si salutavano cosi’, sollevando le mani giunte. Potevo insegnarli quello che a lui interessava. Per esempio ricordo gli spiegai come nasce il fulmine. Disegnai due nuvole e il fulmine che scocca quando si toccano. E lui poi mi mando’ una lettera che e’ stata anche pubblicata, con un disegno delle nuvole, il fulmine e una scritta nella sua direzione che diceva "i nostri nemici".. e’ cosi’.. gli insegnai come si legge una mappa, come si smonta una macchina fotografica e come poi si rimonta, perche’ lui era molto curioso, smontava tutto volveva vederrne l'interno. Ma non sempre poi era in grado di rimontarlo. Si’, era curioso, molto curioso".

"Lo chiamai la prima volta nella mia residenza estiva, il Norbulingka come tecnico, per far funzionare un proiettore cinematografico che mi ero procurato. Noi pensavamo allora che ogni occidentale dovesse necessariamente capirne di tecnologia. Poi il mio amico Harrer mi ha insegnato l'inglese, anche se nemmeno lui lo parlava benissimo e c'e’ stato un grande scambio reciproco di conoscenze. Leggevamo libri inglesi, facevamo conversazione, soddisfaceva la mia curiosita’ di sapere come si viveva in Occidente, in Germania.. A quel tempo c'era la guerra, lui mi parlava della Germania e dell'Italia e io me li immaginavo come due piccoli stati attaccati da tutto il resto del mondo. Due piccole nazioni da una parte e dall'altra i grandi come la Francia, l'Inghilterra, l'America, la Russia dall'altra. Pensavo questo, li vedevo circondati da vicini molto piu’ forti e potenti. E naturalmente parteggiavo per loro, per una istintiva simpatia verso i piu’ deboli. C'era dunque un grande desiderio di imparare da lui, un austriaco. In realta’ a Lhasa lo credevano tutti tedesco, nessuno conosceva la differenza tra l'Austria e la Germania. Insomma, ricordo quegli anni con grande simpatia, anni molto piacevoli".

"E' interessante notare che questa, scattata da me e diventata la copertina di Life, e’ l'ultima foto del Dalai Lama nel Tibet libero, prima dell'invasione".

L'amicizia tra Harrer e il Dalai Lama e’ continuata negli anni. Due uomini diversissimi, eppure segnati per sempre da quella lontana avventura.

"Il mio primo viaggio al di fuori dell'India e’ stato nel 1973 e la mia prima destinazione e’ stata Roma, dove contavo di incontrare il Papa. Quello era il progranmma del mio primo viaggio in Italia. Fin da bambino leggevo con grande interesse riviste e libri illustrati, anche prima di studiare l'inglese. Ricordo un libro in particolare, doveva essere un libro dell'epoca della guerra, la prima guerra mondiale. Ero affascinato dalle carte geografiche, dalle figure di navi, aerei, carri armati, fabbriche, tutte cose che mi colpivano moltissimo. Questo mi e’ stato molto utile dopo, quando ho cominciato a visitare l'Occidente, le grandi citta’. Come la Porta di Berlino, per esempio. O la piazza S. Pietro, a Roma, con l'obelisco al centro. Questi luoghi mi apparivano familiari, in un certo senso li conoscevo da quando ero ancora un bambino".

Testo tratto dal film INTERVISTA AL DALAI LAMA di Giorgio Fornoni.