Somalia - Destinazione Mogadiscio

 

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La drammatica situazione della Somalia, specie della sua capitale Mogadiscio. Un pugno di volontari italiani tengono alta la speranza della vita. (L’Apostolo di Maria – Maggio 1996) Alle 6 del mattino, in un angolo dell’aeroporto internazionale di Nairobi, cerco di sbrigare le pratiche d’imbarco: l’unica possibilità che ho di entrare in Somalia è ottenere un passaggio sui piccoli aerei delle ONG, le organizzazione non governative, che operano su quel territorio: di voli di linea neanche parlarne. Nella mia ricerca ho sentito parlare anche di un ponte aereo, privato e clandestino, che trasporta il Kat, una pianticella allucinogena di cui si fa grande uso nei paesi arabi, ma non fa per me. Un piccolo aereo Cessna, 10 posti, della WFP (World Food Program, un distaccamento dell’ONU per combattere la fame nel mondo) mi prende a bordo e decolliamo alle 8. Due ore e mezzo di volo e siamo sopra Mogadiscio. Andiamo ad atterrare su una pista in terra battuta situata nella zona nord della città, quella controllata da Ali Mahdi, il signore del nord del paese. L’aeroporto internazionale è chiuso. Anche l’altro signore della guerra, Aidid, che controlla il sud della città, ha il suo piccolo aeroporto: al ritorno partirò proprio da quello. Son qui con alcuni amici giornalisti e cineoperatori perché a giorni si dovrebbe tenere la riunione dei clan in preparazione di possibili elezioni per la costruzione di un governo democratico che dovrebbe dare un po’ di pace a questo sfortunato paese. Ma appena scendo a terra mi dicono che la riunione, che doveva farsi il 12 febbraio, è slittata alla fine di marzo o anche più in là. Quindi non sarò testimone di alcun fatto “storico” nei miei pochi giorni di permanenza qui. Polvere a filo spinato Sul lato orientale della pista ci sono sei camioncini Toyota, tre dei quali carichi di bidoni di carburante per l’aereo, gli altri tre sono le famose “tecniche”: armato con una mitragliatrice o un mortaio posizionato sul retro del cassone ogni mezzo porta da 8 a 10 uomini armati fino ai denti. Sono le 11, il sole cade a picco e ci ripariamo all’ombra del piccolo aereo in attesa che venga a prenderci la camionetta della WFP che ci trasporti alla capitale. Non arriva. Verso mezzogiorno ci invitano a salire sulle “tecniche” che si dirigono velocemente verso Mogadiscio, su quelle piste impolverate che corrono lungo la costa desertica somala che dà sull’Oceano Indiano. Il primo impatto è duro: polvere e filo spinato ovunque. Alla periferia della città vedo case diroccate e capanne di rovi spinosi coperte da brandelli di plastica (sono abitate dai rifugiati scappati dalla zona di Aidid, mi dicono), attraversiamo vicoli e stradine coperte da detriti e da immondizia: la miseria della guerra ci batte in faccia la sua dura realtà. Attraversiamo il primo degli innumerevoli posti di blocco e, arrivati in cima a un vicolo, ci fanno scendere e così ci troviamo in casa di Giancarlo Marocchino, uno dei pochissimi italiani rimasti a Mogadiscio. Ci offre il pranzo – spaghetti al ragù, pesce e carne, e un buon caffè corretto per finire – e intanto che mangiamo, i soliti convenevoli: chi siamo, perché siamo qui e dove andiamo. Ma i cacciatori di notizie siamo noi e lo subissiamo si domande. Ci racconta la sua storia e ci descrive la situazione attuale: ne esce un quadro abbastanza sconfortante di questa terra. Lui è qui dal 1984. Ha lasciato in Italia una famiglia: un figlio e una moglie da cui ho divorziato. Qui vive con Fatima, la nipote di Ali Mahdi, che gli ha dato tre figli. “Con la cacciata di Siad Barre, il 27 gennaio ’91, che da 22 anni la faceva da dittatore anche con l’appoggio dell’Italia, i mali della Somalia non sono finiti, - ci spiega – anzi, la guerra civile si è intensificata tanto da far intervenire i caschi blu dell’ONU e gli americani. Questi si ritirano nel marzo del ‘94, i caschi blu pure nell’agosto dello stesso anno. Da allora ad oggi, nonostante vari vertici dei signori della guerra per arrivare a un’intesa, non s’è risolto niente. Si sperava in questo ultimo incontro ma è stato rimandato. Io qui continuo le mie attività commerciali, gestisco lo scarico dei materiali che arrivano nel paese a nome delle ONG presenti sul territorio e li porto a destinazione sotto scorta. Proteggo pure il personale stesso delle ONG. Ho perciò parecchi militari e relative “tecniche” a mio servizio. Due mesi fa è scoppiata una bomba sotto la mia camionetta, l’ho scampata: un mese fa mi hanno bruciato un magazzino pieno di roba… Io mi sono schierato con Ali Mahdi perciò i suoi nemici sono anche i miei nemici. Al sud, dove comanda Aidid, la mia testa è valutata 75mila dollari…” Lui qui è il potere, ha un esercito privato di 500 soldati, parla in italiano e pretende che gli altri parlino la stessa lingua. I giornalisti han sempre fatto capo a lui, Ilaria Alpi è stata soccorsa da lui per primo, Carmen Lasorella è stata sua ospite, tutti passano da lui. Ci accompagna a visitare i magazzini: merci accatastate ovunque in uno, in un altro “tecniche” in riparazione ed un grosso carro su cui è montata una contraerea, due barche usate per scaricate le merci dalle navi che devono stare alla fonda al largo. “Gli uomini delle ONG prendono premi e riconoscenze da tutti, e io qui che riempio i loro magazzini, che porto a termine i servizi richiestimi, che do una mano quando e dove serve, neanche un riconoscimento anzi, mi hanno buttato fuori anche dal Paese più volte!” Ali Mahdi Negli otto giorni che trascorro qui Giancarlo mi fa toccare con mano la realtà di Mogadiscio. Mi muovo sempre su camionette accompagnato da parecchi uomini armati. È una corsa nella polvere, un intreccio di passaggi, quasi un gioco. È piacevole vedere la loro smania di movimento. Guidano piuttosto bene e sono ben disposti sulle macchine. Le buche o altre “botte” non li spaventano, la polvere li imbianca. La zona del porto, chiuso dopo la partenza delle truppe dell’ONU, mostra la sua vera identità appena ti affacci sulla breccia dell’alto muro che dà sul mare. All’entrata della rada, lo scheletro di una nave incagliata emerge arrugginito nel controluce del sole del tardo pomeriggio. Una strada vuota lungo il litorale, e al di là della strada, grandi e sobrie costruzioni ora distrutte e disabitate, la vecchia Mogadiscio. Tutto è cadente, tutto è rovina. È il punto caldo che delimita le due zone di influenza per Mahdi e Aidid. Arriviamo al porto nuovo che Giancarlo sta costruendo per scaricare le navi. Un lavoro grandioso. Andiamo di qualche km più avanti e vediamo file di portatori che dall’acqua, dove si sono fermate le barche, scaricano i sacchi e li portano sui camion in attesa a qualche centinaio di metri. Le navi stanno al largo, e l’unica possibilità di scarico sono le barche. Faccio qualche ripresa e qualche foto, parlo con i soldati. Un bimbo si avvicina gli danno in mano un fucile: faccio la foto a un vecchio e al bimbo insieme, tutti e due armati per la circostanza: quasi in passaggio di consegne. Spero resti solo una bella foto e non si trasformi poi in realtà, cioè che un bambino diventi ben presto un piccolo killer! Giancarlo mi fa poi incontrare quello che lui da sempre chiama il Presidente: Ali Mahdi, il signore del nord, che è ufficialmente, dal gennaio 1991, il capo provvisorio dello Stato. Riporto qui di seguito quanto mi ha detto: “Speravo che per la fine di questo mese si arrivasse a un incontro tra i vari capi per decidere a chi dare l’incarico per avviare il procedimento per elezioni libere e democratiche, ma al momento è saltato, speriamo che sia per la fine di marzo. Ormai Aidid non ha che il 3% del consenso popolare del Paese, non ha nessuna forza economica e pochi soldati con solo 15 o 20 “tecniche”. Controlla solo una parte di Mogadiscio e niente entroterra. Quelli che prima erano con lui ora si sono dissociati. La democrazia è l’unica strada che sappiamo percorrere per la salvezza del nostro Paese. Ho lanciato un appello al mondo in questo senso. Ho assicurato che nel mio territorio tutti gli impegni con le ONG saranno osservati. La giustizia funziona: applichiamo la “sharìa” e questo dà i suoi frutti perché la paura di essere lapidati, giustiziati, imprigionati o soggetti al taglio delle mani ha di fatto riportato un certo equilibrio nel Paese. Dal punto di vista religioso noi siamo musulmani ma siamo contrari al fondamentalismo islamico. L’uomo della Sharìa Vado in udienza dal Presidente del Tribunale islamico: l’uomo che giudica e che fa applicate la Sharìa, la legge tradizionale musulmana. Entro in una piazzetta circondata da un porticato: è il luogo d’attesa. Poi mi portano in un angolo della piazzetta: accosciato al centro di una stuoia con le gambe incrociate siede un uomo sulla sessantina, bello nei lineamenti, con i capelli tinti, che mi fa accomodare sempre sulla stuoia, dopo essermi tolto le scarpe. Risponde senza reticenze alle mie domande: “Finora ho concluso 17 giudizi ordinando il taglio della mano e due con la pena di morte. Da quando è terminata la guerra abbiamo applicato la legge antica dettata dal Corano. Uno uccide con il fuoco, la sua pena è perire nel fuoco, uno violenta e noi lo uccidiamo, uno ruba e noi gli tagliamo la mano. Da quando applichiamo la Sharìa, lo puoi vedere tu stesso, tutto è cambiato, puoi girare tranquillamente di giorno e di notte per le strade. Devi capire quanto siano necessari la legge e l’ordine in un sistema democratico come il nostro, come quello che Ali Mahdi vuole. Aidid invece è anarchia assoluta, tutto dalla sua parte è soggetto a rischio, perché non adotta sistemi democratici”. Mi allontano tenendomi dentro tutte le obiezioni su questi “sistemi democratici”. Le ombre si fanno più lunghe. Un gruppetto di soldati, in un angolo della piazzetta, vegliano e pregano, pregano con il Corano sulle ginocchia e cantano. In mano tengono stretti i fucili mitragliatori, gli onnipresenti kalashnikof, cantano e invocano il loro Dio. È il tramonto: hanno mangiato, pregato, vissuto e aspettato il domani, poi si vedrà. Faccio anche una capatina all’edificio che una volta ospitava l’ambasciata d’Italia. Portone di ferro verde scuro, due bandiere di carta verde bianca e rossa issate in alto. Entro. Doveva essere stato bello qui un tempo, ora è tutto un abbandono. Le finestre che danno sull’esterno non hanno vetri ma sacchi di sabbia che riparano dalle fucilate. Il lungo corridoio interno, in penombra, mi riporta al passato, alla nascita della nostra colonia che ora non è più. Sono rimasti cinque dipendenti somali, dei trenta che erano. Sono lì come guardiani ad aspettare il fantasma Italia che si riaffacci dall’Oceano Indiano. Volevano bene qui agli italiani e li aspettano ancora, mi dicono i guardiani, ma le speranze sono poche. L’Italia non deve finire, mi sono detto. Perché l’uomo politico italiano se ne sta in silenzio e non manda aiuti? Perché abbiamo abbandonato un popolo nella guerra, nella fame, nella sporcizia, nella vergogna e tutto avvolto nel filo spinato? La brezza marina rende più sopportabile la calura e così ricordo la situazione nel paese Italia e comprendo che tutte le speranze sono cadute da tempo. Il portone di ferro si richiude alle mie spalle. Il sorriso di suor Annalisa Si capisce maggiormente lo stato di tensione e di pericolo quando passi dal nord al sud della città. Su una camionetta, scortati da alcuni soldati, arriviamo in vista del posto di blocco dei miliziani di Aidid. Scendiamo tutti a mani alzate e percorriamo a piedi gli ultimi metri. Attraversiamo la zona di confine, di là ci sono gli uomini della WFP che ci prendono a bordo. Arriviamo finalmente sani e salvi alla sede della S.O.S. Kinderdorf, ONG austriaca che ha come scopo la tutela dei bambini. Qui incontro Mario, responsabile insieme a un somalo, dell’intero progetto. Mario è di Moncalieri, ha sposato una donna del Burundi e hanno due figli: la sua famiglia vive a Nairobi e lui fa la spola. I componenti del gruppo della ONG austriaca sono presenti dal 1985 e non hanno mai staccato, neanche nei momenti più duri. Quando varchi il cancello entri in un’oasi. Tutto è pulito e ordinato. È un piccolo villaggio immerso nel verde: sono una quindicina di casette prefabbricate, ognuna ospita una decina di bambini e una donna che fa loro da madre. Sono 98 gli orfani presenti attualmente, dai 3 ai 20 anni. C’è anche l’asilo per i più piccoli. Sull’altro lato della strada un altro recinto, un’altra oasi: è l’ospedale con la pediatria e la ginecologia in primo piano, ma non mancano la sala operatoria e l’ambulanza. È lì che incontri suor Annalisa Castardi di Palosco, bergamasca, delle Suore della Consolata. La trovo immersa nei medicinali. Sta preparando le visite. Donna grintosa, all’inizio non accetta di essere intervistata perché ritiene che i giornalisti raccontino solo quel che vogliono, poi su una mia insistenza e mostrando “L’Apostolo di Maria” e, nel suo interno, il mio articolo sulla Cambogia, prende fiducia, comincia a sciogliersi, a parlare. Mi accompagna a vedere i reparti, prende in braccio i neonati, accarezza e dice parole dolci alle madri, passa da un letto all’altro e si identifica in loro con la sua presenza. Mi dice che è dello stesso paese di suor Vitarosa, la suora delle Poverelle morta di Ebola in Zaire. Le dico che io l’ho conosciuta e fotografata in Zaire. Parliamo di lei. E lei, suor Annalisa, è contenta di aver ottenuto il permesso dai suoi superiori di ritornare in Somalia a lavorare in mezzo a questa gente nell’ottobre del ’93: era già qui da una vita quando nel gennaio del ’91 aveva dovuto uscire dal Paese, nei due anni di… esilio ha avuto tempo si specializzarsi in ostetricia. Vive in comunità con altre tre consorelle, una delle quali si occupa del villaggio dei fanciulli S.O.S.. Gestisce la maternità e la pediatria con nascite da 20 a 25 al giorno: passano sotto le sue mani un totale di 8/10mila partorienti all’anno. “La gente qui ha bisogno di aiuto, non c’è libertà – mi dice – ha bisogno di essere capita. È gente chiusa ma si apre con noi perché si fidano, chiedono comprensione. In questi 5 anni si è fermato tutto, scuole, aziende agricole… la gente desidererebbe che gli aiuti potessero essere distribuiti equamente”. È la voce della verità spassionata, di colei che non sta da nessuna parte se non sa quella della gente comune. “In quanto a religione sono tutti musulmani – conclude – e non si può parlare della religione cristiana né tantomeno dare proselitismo ma non fa niente, l’importante è l’esempio, la testimonianza, essere qui con loro e condividere i loro dolori e le loro gioie”. Mentre mi allontano penso che per questa gente, le suore missionarie intendo, è vera missione, è vero donarsi e sentirsi a casa propria ovunque siano. Mi stupisce quando parlano di obbedienza. A volte vengono spostate da un posto all’altro senza un perché, almeno così penso io. Le loro radici credo siano profonde, partono dal cuore in maniera esuberante ed attecchiscono ovunque vadano. Sono persone in gamba. Dove ci sono loro c’è ordine, pulizia, giustizia, serenità, forza, speranza e, quel che maggiormente ho raccolto, un grande sorriso. Porterò sempre con me queste immagini: noi che viaggiamo, che passiamo come il vento dobbiamo ringraziare quando vedremo quel sorriso… E quando c’è questa gente di mezzo anche in Somalia, in questa terra tormentata, forse una speranza di pace è ancora possibile.