Dietro la marea nera

di Giorgio Fornoni La lunga spiaggia di Orange Beach, in Alabama era uno dei paradisi turistici del golfo del Messico. La stagione 2010 verrà ricordata come l’inizio di una catastrofe che per anni, se non per sempre, ha cancellato di colpo le risorse economiche, i sogni e le aspettative di un intero territorio che va dalla Louisiana al Mississippi, l’Alabama, e la Florida. L’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della BP, avvenuta il 20 aprile di quest’anno ha innescato il più grande disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, con un impatto sull’anima della nazione che Obama non ha esitato a paragonare alla tragedia dell’11 settembre. Da allora e fino al 14 luglio, sono stati vomitati in mare milioni di barili di petrolio, prima che la multinazionale inglese riuscisse a tappare la falla che si è creata a 1500 metri di profondità. Messa sotto accusa dal mondo intero per come ha gestito la crisi e già imputata di danni per decine di miliardi di dollari, la BP parte al contrattacco puntando soprattutto a salvare la propria immagine. Indice tante assemblee di pescatori e operatori economici locali perché l’azienda deve cercare di ingraziarsi per evitare una miriade di cause legali e tacitare quella che avrebbe potuto diventare anche una vera sollevazione popolare. E’ impossibile arrivare via mare sul luogo del disastro. I giornalisti sono tenuti lontani anche dalla linea di costa. L’elicottero resta l’unico mezzo per avere un’idea dello spiegamento di mezzi impiegati nelle operazioni di pulizia in mare e dell’entità dei danni. Le macchie di petrolio si sono sparse in un’area grande come mezza Europa e rischiano di raggiungere perfino i paradisi più esotici dei Caraibi. Il petrolio che è sgorgato per quasi 100 giorni dal fondo è stato bruciato in superficie e aggredito con solventi dagli aerei, ma lunghissime strisce oleose dimostrano ancora una volta l’impotenza degli uomini nei confronti della catastrofe. Sotto di noi è il luogo del disastro, dove si sta ancora lavorando a tappare definitivamente il pozzo maledetto. Le due navi accanto a due nuove piattaforme di trivellazione possono aspirare 25mila barili di greggio al giorno. Sulla piattaforma esplosa e affondata sono morti anche 11 tecnici e operai. E’ stato proprio uno dei sopravvissuti, Tyrone Benton, il principale testimone di accusa contro il comportamento irresponsabili della compagnia. Senza mezzi termini, ha denunciato in una intervista alla BBC che da settimane si sapeva che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto nel sistema di sicurezza. Migliaia di pescatori di gamberi e crostacei sono i più danneggiati dal disastro. Il paradosso è che quasi tutti sono stati arruolati oggi dalla BP e impiegati nei lavori di ripulitura di spiagge e paludi costiere. Il clima tra loro è pesante, ma è quasi impossibile farsi rilasciare dichiarazioni. Visitiamo il porto di Grande Isle, la lingua di terra più vicina toccata dalla marea nera. I pescatori sono stati organizzati in gruppi controllati da contractor assoldati dalla compagnia petrolifera e la consegna per tutti è di non parlare ai giornalisti. Il muro di omertà è incrinato da una soffiata, fattami da uno dei pescatori più anziani. Mi dà l’indirizzo di un commerciante di gamberi, letteralmente rovinato dall’emergenza che denuncia ad alta voce il fallimento in atto della sua attività ed il mancato risarcimento del danno da parte della BP. Seguo la linea di costa e raggiungo la spiaggia in un punto non controllato. Anche qui, trattori e bulldozer rivoltano la sabbia e i grumi oleosi in un’operazione di cosmesi apparente che riesce soltanto a nascondere la contaminazione più profonda del petrolio nel delicato ecosistema della costa. Pochi minuti e arrivano subito gli uomini della sicurezza della BP a farmi sloggiare senza troppi complimenti. Lungo la strada principale, 101 croci bianche, non indicano un cimitero. Sono i simboli di ciò che non ci sarà più a Grande Isle, la natura selvaggia e perfino le abitudini quotidiane: i pellicani bruni, le aragoste, i crostacei, l’arenile. A piantarle è stato il proprietario di un ristorante specializzato in frutti di mare. Il ristorante è chiuso da settimane e lo rimarrà forse per sempre. Ma altri cartelli annunciano tutta la portata di un disastro economico annunciato e sono la testimonianza più eloquente di ciò che è successo. Lungo la via del ritorno da Grande Isle, centinaia di cartelli “for sale”, “in vendita”, tappezzano le case e le residenze estive abbandonate, dove ormai nessuno vuole più andare. Abbiamo chiesto subito di avere un’intervista ai responsabili della BP, nella sede di Houma, in Louisiana, per farci spiegare i dettagli anche tecnici dell’incidente e dei successivi interventi sulla falla. Dopo una interminabile trafila, veniamo affidati ad un responsabile della comunicazione che ci indirizza ad una operatrice ambientale. Nei disastri da petrolio, è diventato un classico anche la clinica degli uccelli, dove le penne di cormorani e pellicani imbrattate dal catrame, vengono lavate con spazzole e sapone. Ce ne sono ovunque anche lungo le coste americane e i telegiornali le presentano in genere come la buona notizia. Ma è soltanto un alibi rispetto alla cattiva coscienza di una catastrofe annunciata da sempre e nessuno dice mai che questi uccelli sono soltanto una minima percentuale di quelli sterminati dalla macchia nera galleggiante. E questi spettacolini non bastano comunque a ridare un animo umano al cinismo delle multinazionali del petrolio… Il padre di una delle vittime piangendo e con grande sconforto, mi confessa durante l’intervista che non ha ricevuto nessuna scusa dalla BP, neanche una telefonata eppure suo figlio si trova ora in fondo al mare a causa loro. Veniamo a sapere che a Port Sulphur, a un’ora di distanza da New Orleans, si tiene oggi un incontro importante. Kenneth Feinberg, l’uomo che ha gestito i fondi per la ricostruzione di Ground Zero e che vigila sui bonus e gli stipendi dei manager di Wall Street, è stato incaricato da Obama di gestire anche i 20 miliardi di dollari del fondo d’emergenza, strappato dal governo alla BP. Feinberg incontra i pescatori locali e presenta un piano economico alternativo per uscire dall’emergenza. Si presume che per vent’anni sia impossibile pensare di riprendere l’attività di pesca nella zona. E’ un pezzo della loro vita che cambia per sempre. Un pescatore urla: siamo fregati per la seconda volta: prima con Katrina e ora dalla BP. In un quartiere alla periferia di New Orleans, vive una piccola comunità molto particolare che ha sempre vissuto sulla pesca. Sono 8000 persone di origine vietnamita fuggiti dal paese negli anni ’70, dopo la caduta di Saigon e il ritiro degli americani. Oggi affrontano un’emergenza altrettanto drammatica per il loro futuro. Molti di loro si sono radunati nel cortile della parrocchia e aspettano i buoni acquisto per ritirare viveri e partecipare ad una sorta di lotteria della sopravvivenza. Sul molo del porticciolo di Venice, pieno di battelli all’ormeggio, una piccola folla di familiari attende il rientro a casa dei marinai. Sono stati due settimane in mare, impegnati nelle operazioni di contenimento del petrolio, che forma vere isole galleggianti di catrame rappreso. La BP, chiamata subito dallo stesso Obama sul banco degli accusati, deve ora fare i conti con risarcimenti da record, tra i più alti nella storia. Se la cifra supererà i 30 miliardi di dollari, la compagnia rischia addirittura il fallimento. Già quest’anno la BP ha dichiarato che non pagherà dividendi agli azionisti. Il più deciso a entrare in guerra, a fianco dei pescatori della Louisiana e dei proprietari immobiliari della Florida, è Daniel Becnel jr, la bestia nera delle multinazionali, noto per aver messo al muro le compagnie americane del tabacco e aver ottenuto 328 miliardi di dollari per danni alla salute dei consumatori. Sono dati di fatto che i responsabili della BP sapevano del rischio, non erano preparati a tamponare una eventuale emergenza in profondità, hanno sottovalutato standard e misure di sicurezza. Subito dopo l’incidente hanno cercato di minimizzarne la portata e sono arrivati al punto da falsificare immagini e attuare una sorta di controinformazione a proprio beneficio. Oggi, la BP controlla di fatto anche tutte le operazioni tecniche messe in opera per affrontare l’emergenza, con l’appoggio diretto della Guardia Costiera nazionale che impedisce qualsiasi movimento in mare. I pescatori, le vittime più dirette della catastrofe vengono arruolati comprando il loro silenzio e sono controllati da una rete di contractor che ha base nella sede stessa della compagnia. L’impudenza della multinazionale arriva oggi al punto da lanciare una serie di spot televisivi presentandosi come una sorta di associazione di beneficienza. “Se avete bisogno di aiuto”, recitano gli slogan della campagna, “rivolgetevi a noi”. Per l’occorrenza, la BP ha creato anche uno speciale numero verde….